Birdman – Storia di una grande seconda opportunità, di Fabio Bersani

Lui è tornato. Nonostante l’incipit fuorviante, no, non stiamo parlando del gerarca nazista, bensì di Michael Keaton. La prima cosa che ci viene in mente guardando il film di Iñarritu é proprio questa: Michael Keaton è tornato, e lo ha fatto in grande stile.

Non si può dire che l’attore di Corapolis avesse realmente smesso di fare film, ma certamente una sua parte importante ad Hollywood mancava da un po’. L’attore di fama mondiale è famoso per i suoi ruoli nei film di Tim Burton come Batman e Beetlejuice, ma anche noto al grande pubblico per le performance in commedie e film drammatici. Mancava da qualche anno nel ruolo di protagonista in una grande produzione, ma con il regista messicano è ritornato in grande stile. Il personaggio – quasi biografico – che interpreta in Birdman rende giustizia ad una carriera che forse avrebbe meritato di più e che grazie al film, ha potuto rigenerarsi in una seconda giovinezza hollywoodiana. Forse l’età della maturità arriva tardi per l’attore americano, ma come si dice: meglio tardi che mai. Le fortune derivanti da Birdman si allargano a macchia d’olio in tutti i ruoli successivi come “Il caso spotlight” e “The founder”. Michael Keaton è tornato.

Keaton interpreta Riggan Thomson e Thomson interpreta Michael Keaton. Come detto in precedenza, Birdman per l’attore della Pennsylvania è un ruolo quasi biografico. La bravura di Iñarritu nel saper scegliere un attore-testimonial per il ruolo di Riggan Thomson è senza alcun dubbio quella di un regista di alto livello. Thomson è un attore ormai caduto nel dimenticatoio dei grandi palcoscenici, associato per lo più al suo ruolo di Birdman in vecchi produzioni, attualmente impegnato a girare uno spettacolo a Broadway con un budget modesto rispetto alle sfarzose produzioni legate al suo passato. Il filo che lega l’attore reale da quello della pellicola è proprio questo gioco di luci e ombre tra la finzione e la realtà, la scommessa della riuscita dello spettacolo nel film di Iñarritu equivale al successo nella vita reale per Keaton, che vede contrapposta una critica pronta a stroncare definitivamente entrambe le carriere.

Il carattere di verosimiglianza funziona alla perfezione e grazie alle inquadrature in piano sequenza ci sembra di essere sempre al centro dell’attenzione e al fianco degli attori. Il regista messicano riesce a portarci oltre il pubblico di Broadway e ad accompagnarci sul palco e perfino nel backstage sempre assieme agli attori, così vicino da sentirne i pensieri e confonderli con la realtà (come le visioni di Thomson e il suo vecchio Birdman).

Birdman rappresenta la metafora della vita. La pellicola e il ruolo di Birdman sembrano scritti ad arte per vedere al centro della narrazione proprio Michael Keaton. L’attore è in cerca di un riscatto artistico, e nel farlo ci insegna una lezione che vale nella vita di tutti i giorni: non importa quanto in alto potrai arrivare, prima o poi cadrai e dovrai combattere duramente per rialzarti. Nella vita si cade, ma l’importanza sta proprio nel rialzarsi nonostante il passato, seppur glorioso, possa essere più un peso che un appiglio per risalire la china della critica (non solo quella di Broadway).

Il vero supereroe qui non è Birdman ma l’attore che lo interpreta e che combatte contro i demoni del suo passato, quotidianamente. I suoi superpoteri sono alla portata dell’uomo qualunque, tra duro lavoro e passione prova a costruire un’immagine di sé diversa da quella più famosa e pesante che dal suo

passato di eroe cinematografico lo ha accompagnato come un macigno sino ai giorni nostri.

Birdman è un film che racconta di una storia presumibilmente vissuta. Chiunque si può riconoscere nella recitazione di Keaton che chiede un riscatto sociale dentro e fuori dal palco, una seconda opportunità che torna nelle nostre vite di tutti i giorni come un leitmotiv, guadagnata a discapito dei nostri successi che a volte sembrano essere più veleno che medicina.

Un film dalle diverse interpretazioni ma che sicuramente smuove qualcosa nel pubblico grazie alla sua semplicità narrativa che colpisce l’emotività e si fa apprezzare per quello che è: umano. Forse anche più umano di tante persone che non sono mai cadute ad Hollywood o nella vita.

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017


Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.


In copertina foto da Birdman review

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