Caro diario, l’amore non esiste. Di Francesca Cangini

Per tutte le violenze consumate su di lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le sue ali che avete tarpato,per tutto questo:in piedi, signori,davanti ad una donna.

[WilliamShakespeare]

 

Caro diario, avrei dovuto capirlo da subito che quella tutina rosa sarebbe stata la mia condanna, mentre ancora facevo fatica a tenere gli occhi aperti, quando ero stata così tanto tempo al buio che la luce non mi piaceva ancora molto. Caro diario, avrei dovuto capirlo da come mi parlava il mio compagno delle elementari, avrei dovuto capirlo che lui era uomo e io ero solo una donna.

Caro diario, avrei dovuto capirlo quando mi preparavo per andare a quella festa, quando mi ero messa un vestitino e avevo indossato i tacchi per la prima volta, ed ero bella, anche se ancora facevo fatica a camminare e avevo male ai piedi, dovevo capirlo dagli occhi di mia mamma, da quanto è stato difficile lasciarmi andare a quella festa, perché io ancora non lo sapevo, ma lei sì. Sapeva che è difficile essere una ragazza in questo mondo. Perché prima di una festa, a mio fratello bastava dire “non fare tardi, divertiti” e a me dovevano dire “stai attenta.” E io all’inizio non capivo. Non capivo a cosa dovessi stare attenta, non capivo perchè avrei dovuto stare attenta agli sguardi dei ragazzi, che a volte potevano essere pericolosi.
Non capivo che avrei dovuto porre attenzione ai drink che bevevo, e alle persone con cui parlavo. Io non avevo capito, e pensavo che quella sera in cui sono tornata a casa piangendo perché mi aveva spezzato il cuore sarebbe stata l’ultima. Con lui avevo vissuto un’emozione dietro l’altra, ma non le ho mai raccontate queste cose perché pensavo che nessuno le avesse vissute prima di me. Non sarebbe servito a niente dirmi “ci sono passata anche io”, non ci avrei creduto, non avrei neanche voluto ascoltare.
Ora lo so, caro diario, che che prima o poi una ragazza ci deve passare, perché è l’unico modo per insegnarci che i principi azzurri non esistono.

Caro diario, a volte i ragazzi per strada commentano il corpo delle ragazze come se fosse merce in esposizione. E per un certo periodo anche io mi preoccupavo, non andavo abbastanza bene, perché avevo le cosce grosse, quel chilo in più sulla pancia e alla mia amica facevano sempre dei complimenti e io era come se non esistessi. Guardavo le altre ragazze e le vedevo più belle di me, più giuste, più amate e desideravo piacere anch’io.
Io non capivo.
L’ho capito dopo il perché, l’ho capito quando ormai era troppo tardi, e quegli sguardi avevo iniziato ad odiarli.
L’ho capito quando prima di prendere le chiavi e uscire, mentre mi spazzolavo i capelli, mi fermavo a fissare lo specchio. Volevo mettere quel vestitino bellissimo, ma poi pensavo agli sguardi, a quei ragazzi che in gruppo fanno sempre troppo rumore, e allora cambiavo idea e indossavo i soliti jeans e quel maglione che non facesse trasparire troppo le mie piccole curve.
Caro diario, ci vuole coraggio a nascere donne, con le fragilità, i capricci, gli occhi troppo grandi di chi non si stanca mai di guardare oltre i capelli lunghi che coprono il viso, quando sono controvento. Voglia di essere abbracciata, non picchiata. Di essere corretta con un sorriso, non con delle urla. Caro diario avrei voluto avere il coraggio di raccontare a qualcuno di quella volta in cui mi ha girato forte i polsi lasciandomi i lividi sulle braccia per settimane, ma avevo paura che si arrabbiassero e non si fidassero più di me. Sapevo che un po’ la colpa era anche mia, non volevo fare la vittima. Avevo paura che mi dicessero che ero un’ingenua, che stavo sbagliando tutto, ed era vero, io ero ingenua, perché scambiavo tutto per amore, ma non capivo che l’amore con la violenza poco c’entra.
Caro diario, quando ho iniziato ad avere i lividi sulla pelle pensavo di essermeli meritati, pensavo che mi sarebbero serviti a ricordare gli errori fatti che dovevano essere rimediati. Sapevo tutto, sapevo di dover scappare, eppure la mia bocca conteneva solo silenzio, perché sapevo che ad ogni parola sarebbero corrisposti solo stupidi consigli che non avevo voglia di ascoltare.
I graffi sulle mani mi ricordavano quante volte dall’amore avevo dovuto difendermi. Caro diario, io lo sapevo cos’era giusto fare, eppure piano piano le ferite sul mio corpo sparivano e non mi facevano più tanto male, e lui prometteva che sarebbe stato tutto diverso, io ci credevo e continuavo ad amarlo. Piano piano i lividi perdevano colore e si assorbivano di nuovo nel colore chiaro della mia pelle, le ferite sul mio corpo si rimarginavano, e io mi dicevo che sarebbero stati solo brutti ricordi e che tutto si sarebbe sistemato. Sarebbero stati solo brutti ricordi da cancellare, un brutto periodo che sarebbe passato, capita a tutti, non è niente, torneremo felici. Avevo paura, caro diario, anche se agli altri dicevo di no, anche se dicevo che stavo bene, in realtà c’era tanto dolore, c’era solo dolore e paura, ma anche speranza e sensi di colpa. L’amore era diventato dipendenza e pericolo, felicità e illusione. Mi coprivo il volto dalla vergogna, ma non lo odiavo, anzi, lo perdonavo sempre perché il cuore, a volte, non è dalla nostra parte. Non sono ancora riuscita a dimenticarli però quei momenti, e qualche sera li sogno ancora, quando sento qualcuno urlare torno ancora indietro, ad un anno fa, anima e corpo. Ad un tratto non sono più lì, lui continuava a chiedermi “Dove sei stata ieri?! Con chi!?” e io continuo a piangere, voglio urlare che non ero stata con nessuno, ma non mi esce la voce. Sento di nuovo quel suono, il suono della sua mano sul mio viso, il suono della mia dignità che va in pezzi. Continuavo a piangere, non lo guardavo, avevo paura di vedere i suoi occhi e di sentirmi di nuovo la bambina che ha ferito, sentirmi di nuovo quella bambina che prima aveva amato e ora stava picchiando. Avevo paura di vedere quegli occhi e capire tutto, e dovere ammettere anche al mio cuore dolorante che l’amore ormai era finito.
Ogni tanto mi colpevolizzo di non riuscire ad andare avanti. Ma sai caro diario, gli occhi di quell’uomo sono chiari come i suoi, e quel bambino ha i capelli del suo stesso colore, questo signore che mi passa affianco indaffarato aveva il suo sguardo. Vedi, caro diario, non è colpa mia se ogni cosa mi ricorda lui. Mi viene da piangere, mi vedo, vedo lui, le sue mani e quegli occhi, la sua voce, le sue parole che rimbombano nella mia mente. Stringo la mia mano in un pugno e il mio cuore inizia a battere fortissimo. Perché? Perché ho permesso che accadesse?
Io, che mi sono sempre considerata forte, io che quando sentivo queste storie al tg pensavo che vrei reagito in un altro modo, io che pensavo che se fossi stata in quelle donne me ne sarei andata, lo avrei denunciato. Ogni volta però pensavo che fosse un po’ anche colpa mia, anche se sapevo che le conseguenze della collera erano più gravi delle cause: “lo avevo fatto arrabbiare, ero arrivata in ritardo, era stanco e io ho insistito comunque, ho messo una gonna troppo corta, ma non è niente, non è niente, mi ama”. Non so quali di queste cose siano vere, caro diario, ma so che noi donne cerchiamo sempre di trovare delle scusanti ad ogni comportamento errato, perché amiamo, amiamo forte.
Caro diario, però non ti preoccupare, io ora lo so, io ora lo so che l’amore non esiste.

25 novembre,giornata nazionale della violenza sulle donne è triste che debba esistere una giornata dedicata a questo perché significa che ce ne è ancora bisogno.

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017

In copertina foto da Psicologa e psicoterapeuta Lisa Battelli

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