Caso Regeni: il lungo cammino verso la giustizia, di Sara Stradiotti

Sono passati quasi due anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, il ricercatore friulano trovato morto a seguito di torture ripetute, ma il dolore di un padre e di una madre non si placa nemmeno con il passare del tempo, soprattutto se giustizia ancora non è stata fatta.

Il dolore di una madre si è trasformato nella combattività inflessibile e grintosa di chi vuole a tutti i costi trovare una risposta. Una risposta all’interrogativo “Perché mi è stato portato via mio figlio?”.

Foto da espresso.repubblica.it

E in un momento storico come questo, in cui in tutto il mondo si è riaccesa la battaglia femminista, Paola Regeni diventa caso esemplare di determinazione, che l’ha portata fra l’altro ad essere eletta donna dell’anno 2016 dalla rivista “D-la Repubblica delle donne”, come esempio di grande combattività. Solo un traguardo irrisorio se paragonato alla perdita di un figlio, ma grande segnale di sostegno diffuso e incitamento a non mollare mai soprattutto da parte del mondo femminile.

Purtroppo il caso continua ad essere ancora molto intricato, sono ancora troppi i tasselli mancanti, probabilmente sintomo di motivazioni diplomatiche nascoste, a volte neanche troppo in realtà. Ma dove è la democrazia quando uno Stato non riesce a garantire giustizia per i propri cittadini all’estero?

I paradossi e le incongruenze nell’azione dei due Stati interessati dalla questione, Italia ed Egitto, sono troppi, ultimo fra tutti la partecipazione di entrambi alla Conferenza MED – Mediterranean Dialagues svoltasi dal 30 novembre al 2 dicembre a Roma, in cui i paesi del Mediterraneo (Italia, Egitto, Giordania, Libano, Marocco e Tunisia) hanno firmato una dichiarazione per l’aumento delle borse di studio nel quadro del programma europeo Erasmus. Incoerente forse, considerato che uno studente italiano ha perso la vita proprio mentre svolgeva un programma universitario di ricerca all’estero e ancora, dopo quasi due anni, non se ne conosce la motivazione.

Ma sembra che i rapporti tra Italia ed Egitto stiano gradualmente ritornando alla normalità, sebbene le autorità egiziane, oltre a dichiarazioni di circostanza e vaghe promesse di collaborazione, non abbiano ancora prodotto nulla di concreto per fare piena luce su mandanti ed esecutori dell’assassinio di Giulio.

Anche la visita dell’ambasciatore italiano al Cairo, Giampaolo Cantini, al presidente del parlamento egiziano, Ali Abdel Al, avvenuta ufficialmente per manifestare il sostegno del nostro Paese dopo la strage di venerdì 24 novembre alla moschea di Rawda può sembrare fuori luogo agli occhi di chi ancora cerca giustizia.

Certo piccoli passi ufficialmente sembrano essere fatti, ma ancora senza risultati concreti, si pensi ad esempio alla recente richiesta di rogatoria della procura di Roma alle autorità giudiziarie inglesi, a cui viene chiesto di interrogare entro il 23 gennaio 2018 la tutor di Giulio, Maha Abdelrahman, che ancora non ha acconsentito ad essere interrogata. O si pensi ancora alle dichiarazioni del Ministro degli Esteri egiziano al Forum MED 2017, che pubblicamente dichiara che il suo impegno politico è quello di fornire agli inquirenti italiani le immagini girate dalle telecamere nella metropolitana del Cairo, ma il reperimento di queste da parte della società europea incaricata sta richiedendo troppo tempo.

Tutte le dichiarazioni e i passi avanti dal punto di vista formale, certamente tengono alta l’attenzione mediatica sul caso, ma ancora non hanno dato le risposte necessarie per Giulio e la sua famiglia.

E nonostante ci sia la consapevolezza che oramai più della vita di un ragazzo contano interessi economici e politici, oggi resta la speranza, giustificata da iniziative come quelle della “scorta mediatica” di Giulio (https://www.peridirittiumani.com/2017/10/14/nasce-la-scorta-mediatica-per-giulio-regeni/ ) che si è presa a cuore l’obiettivo di mantenere alta l’attenzione su questo caso e sugli altri che vedono la violazione dei diritti umani in Egitto, affinché non vengano messi nel dimenticatoio e archiviati dalla memoria collettiva prima ancora che ottengano giustizia.

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017


Sara Stradiotti si è laureata in Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale nel 2014 a Bologna. Dopo una serie di brevi esperienze nell’ambito della Comunicazione in associazioni di categoria ed enti turistici, ora si occupa di comunicazione all’interno di Avis Provinciale Bologna per la promozione del dono del sangue. Insieme a Sara Del Dot e Stefania Pianu è vincitrice della quinta edizione del Premio di giornalismo investigativo Roberto Morrione, con il webdoc dal titolo “Le altre case di Bologna”.

 

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