Cristoforo Moscioni Negri: dalla neve russa ai boschi pesaresi, di Giacomo Bianco

A differenza di altri testi con la medesima tematica come ad esempio il recente e apprezzatissimo Il partigiano in camicia nera di Alessandro Carlini, ne I lunghi fucili e in Linea gotica non si percepisce nessuna lotta psicologica, nessun profondo percorso introspettivo che porterà il sottotenente degli alpini dell’esercito italiano Cristoforo Moscioni Negri ad unirsi ai partigiani del Pesarese come capitano “Vittorio” del III Battaglione della V Brigata Garibaldi. Non si percepisce il momento preciso in cui nella sua mente scatta un click che gli farà rinnegare gli ideali per cui aveva, fino a quel momento, combattuto e rischiato di morire perché semplicemente questo momento non esiste. Moscioni era già partigiano nel momento in cui ha poggiato i piedi sul suolo gelido della Russia, dopo aver constatato l’arretratezza delle attrezzature militari italiane e l’inettitudine di chi era al comando e muoveva le fila di quella disgraziata campagna di guerra.

Foto da IBS

Il titolo stesso del primo libro preso in esame, I lunghi fucili, vuole sottolineare proprio la grande inadeguatezza del corredo militare del nostro esercito, ponendo in particolare l’accento sugli antiquati fucili modello 91. Questi oltre ad essere lunghi e quindi ingombranti non erano pronti a sparare subito in quanto necessitavano di essere conservati sotto una coperta per evitare che si ghiacciassero. Non che i nostri avversari, i Russi, se la passassero molto meglio, erano infatti dotati del parabellum a 72 colpi, altro pezzo di antiquariato, ma che al confronto con il 91 degli Italiani sembrava all’avanguardia.

Racconta inoltre Moscioni che le bombe a mano facevano solo rumore e spesso sulla neve non scoppiavano neanche e che le munizioni erano sufficienti solo per pochi minuti di fuoco e nonostante le lamentale non venivano aumentate le scorte. Che in compenso dai comandi arrivavano solo prolisse circolari con le quali venivano cambiati di continuo gli ordini: si iniziava a preparare il campo in un punto e poi si veniva spostati in un altro posto con tutto quello che ne comportava in fatica e frustrazione. Si era talmente stanchi di queste circolari, ammette il sottotenente, che ad un certo punto venivano distribuite agli uomini come carta igienica.

La sensazione dell’autore è che si stesse ripetendo la stessa cosa accaduta nella prima guerra: si mandavano i soldati a morire contro posizioni impossibili da prendere. Ecco spiegate quindi frasi che si trovano qua e là nel libro e che rappresentano una spia del futuro cambiamento come “i responsabili sono lontani, ma pagheranno se posso uscire vivo”, o ancora “qualcosa cambierà per forza dopo questa guerra se riusciremo a tornare. Tutta questa sofferenza non può andare sprecata”. Moscioni era già diventato, sulla neve russa, il capitano Vittoriodel III Battaglione della V Brigata Garibaldi, o forse lo era sempre stato.

Foto da IBS

Successivamente a I lunghi fucili uscirà, quasi trent’anni dopo, Linea Gotica, memoriale sulle sue attività partigiane nel pesarese ’43/’44 come comandante del III Battaglione della V Brigata Garibaldi in cui, a differenza di quello che si potrebbe immaginare, trova poco spazio la politica. Nessuno sfogo contro il fascismo ma solo blande critiche alla vecchia classe dirigente fascista che assomigliano più al lamento di un uomo anziano. Eppure le premesse in Lunghi Fucili facevano presagire duri attacchi contro chi aveva portato allo sfascio il Paese. Ma Moscioni aveva già compiuto la sua catarsi combattendo con i partigiani al rientro dalla campagna russa. Forse le accuse contro i fascisti adesso gli sembravano superflue e banali tanto che addirittura prende in giro gli “antifascisti professionali” chiamandoli “vecchi da sembrare ridicoli”.

Non si vede nessun filo conduttore tra i due libri: il primo è il classico diario di guerra asciutto e scarno che tuttavia fa trapelare la rabbia contro gli alti comandi militari e politici. Rabbia che però, come detto, non sfocia in Linea Gotica. Si legge invece l’euforia che contraddistingueva i partigiani, l’ebrezza che aveva avvolto quel gruppo che si era dato alla macchia. “Su di noi sembrava discesa la gioia per una vita diversa” una gioia solo per il fatto di esserci, essere lì in quel momento a vivere una vita parallela rispetto a quella normale, un’esperienza fuori dall’ordinario che i partigiani amavano e che volevano non finisse mai.

Questo è il memoriale del ricordo dei luoghi delle battaglie e degli uomini che erano al suo fianco, triste e melanconico ma quasi mai arrabbiato, che cerca di darsi un tono poetico per poi tornare allo stile asciutto che ha contraddistinto Moscioni nel primo libro.

Ma più di tutto il sottotenente, teneva alla disciplina militare e all’organizzazione delle truppe e ha cercato di portare la propria esperienza di tattica, in quel caso fatta di sortite e imboscate, anche nei boschi con i partigiani del suo battaglione.

Non siamo di certo davanti al personaggio complesso di Uber Pulga descritto da Carlini, ma questi due memoriali tuttavia portano alla luce una personalità severa e rispettosa, semplice ma non banale. Cristoforo Moscioni Negri è quello che si legge nei suoi libri, nè più nè meno, e proprio questa schiettezza fa si che si entri quasi in intimità con l’autore permettendo quindi una chiara veduta della vicenda storica.

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi.

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