Editoriale di Danilo Iannazzo

Il mestiere del giornalista

L’affollata Palermo di lunedì mattina, circa una quarantina di studenti universitari, curiosi finalmente di entrare nell’affascinante redazione del “Giornale di Sicilia”. Tra i tanti c’ero anche io, giovane studente di giornalismo per uffici stampa, emozionato e avido nel voler prendere quante più informazioni possibili sul mondo del giornalismo. Dopo una presentazione generale e una visita ai reparti del quotidiano, dalla redazione alla stampa, eccoci in una grande sala, pronti ad essere ricevuti dal Condirettore del quotidiano Giovanni Pepi. Le parole pronunciate da Pepi risuonano ancora fresche come se non fossero passati 14 anni. “Se volete fare i giornalisti cambiate mestiere”, così si espresse. Curiosando nel web in cerca di notizie, inciampo su una dichiarazione del direttore di tg La7, Enrico Mentana, che a Firenze, rispondendo alla domanda di uno studente su come approcciarsi al mestiere e su quali suggerimenti poter avere, il direttore Mentana risponde gelando la platea: “Hai un piano B?”.

Non sono di certo parole incoraggianti ma nascondono in sé il vero senso del mestiere. Ci vuole tanta passione, tanta convinzione, volontà e comprendere che si tratta di una missione così come lo ha definito Tiziano Terzani. Si perché è un mestiere, ma non come tanti. Non è una cosa che si fa andando a lavorare alle 9 del mattino e uscendone alle 5 del pomeriggio; è un atteggiamento verso la vita che muove dalla curiosità e finisce col diventare servizio pubblico. Non è solo un modo per guadagnarsi da vivere, ma qualcosa di più, che ha una grande dignità e una grande bellezza, è un mestiere consacrato alla verità ed è qui che esprime il suo valore morale che si avverte nel modo di raccontare, nel presentare i fatti. Ci sono molte scuole di giornalismo, ma sono tutte propedeutiche, perché nessuno può dare al giovane giornalista ciò di cui ha bisogno: la vocazione. Senza vocazione non è un mestiere da poter fare. Si può essere buoni esecutori, ripetitori meccanici ma se non si ha il “quid” si rischia di fare cattivo giornalismo e oggi il problema del cattivo giornalismo è molto evidente. Umberto Eco diceva che Internet ha dato spazio pubblico a milioni di imbecilli; e quest’affollamento inquina drammaticamente la formazione della conoscenza. Partendo da ciò il compito del giornalismo dovrebbe dunque essere recuperare l’identità della realtà (il racconto dei fatti, e la loro gerarchia nei valori identitari d’una società) sottraendola alla pressione che i mass media subiscono da questo affollamento, fortemente seduttivo per l’opinione pubblica, ma non solo. Bisognerebbe anche sottrarre quel racconto dei fatti ai condizionamenti degli interessi che vi sono coinvolti, interessi d’ogni natura.

(Da strettoweb.com)

Non bisogna poi dimenticare che l’informazione di per sé ha una natura ambigua: è un prodotto culturale ma è anche un bene di consumo veduto e venduto sul mercato. Ecco che allora il giornalismo dovrebbe trovare un punto di equilibrio tra queste due nature, ma è molto complesso e il suo compito si sta mostrando sempre più arduo perché la spettacolarizzazione (spinta dall’egemonia del linguaggio televisivo) tende a dominare tutte le altre forme di comunicazione e in un mercato che è abituato a consumare prodotti facili e dove l’estetica dell’apparenza conta ben più dei contenuti, il futuro del giornalismo, nel senso di missione, diventa più fosco. Ecco che i giornali di carta stampata si fanno più “leggeri”, per non parlare poi dei tg.

L’unico strumento a disposizione dei lettori rimane quello di porsi delle domande sulla verità o meno dei servizi televisivi e sulle notizie virali e virtuali che prendono il posto della realtà. Anche questo è un prodotto del nuovo giornalismo web. Con l’irrompere travolgente di internet nel mondo dell’informazione, la testimonianza diretta – dato genetico, identitario della professione giornalistica – ha perso rilievo, a scapito della raccolta di contributi raccolti in rete. Questi “contributi” hanno una natura interessante: arrivano con una offerta quantitativamente incomparabile; viaggiano con una velocità che aggiorna last minute la produzione dell’informazione; hanno costo zero, o vicino allo zero. Sono dunque una tentazione molto allettante per la redazione, e per gli editori, che possono avere un prodotto a bassissimo costo d’investimento, a discapito però della qualità.

L’interrogativo da porsi come giornalisti e che pongo a tutti i collaboratori della redazione di Vox Zerocinquantuno è come riguadagnare il pubblico. La forma più credibile di recupero è la costruzione di un giornale che abbia identità capace di opporre alla concorrenza un modello autenticamente alternativo: ancora informazioni e servizi, certamente, ma soprattutto commenti, approfondimenti, elaborazioni, analisi, ampi reportage, cioè tutto quell’apparato cognitivo che possa aiutare il lettore a trasformare la “notizia” in una vera “Informazione”. Non si tratta di indottrinamento se si propone un apparato interpretativo equilibrato, organico, pluralista. È un percorso che deve essere fatto perché ne va di mezzo la sopravvivenza del giornalismo come strumento di mediazione nella costruzione dell’opinione pubblica e di riflesso della società.

Vox Zerocinquantuno n.18, gennaio 2018

In copertina foto da Vanialuciagaito.it


Danilo Iannazzo, giornalista pubblicista dal luglio del 2009. Ha collaborato presso il “Giornale di Sicilia” e ha avuto esperienze con emittenti televisive e radiofoniche. Laureato magistrale in giornalismo e laureato magistrale in Storia e Filosofia. Attualmente docente in diversi licei.

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