Giovani alle urne, di Francesca Cangini

Chi si occupa di sondaggi per professione non è ottimista riguardo alla partecipazione dei giovani alle prossime elezioni politiche. Eppure in questi mesi che le precedono ho scoperto una nuova faccia della nostra generazione, una faccia che mi ha reso felice e orgogliosa ma che nessuno si è fermato a guardare. Sto scoprendo che oltre all’etichetta dei “disinteressati” e dei “diffidenti”, oltre a quel numero riportato sui giornali dopo parole di diffidenza, oltre alle frasi slogan che ripetiamo per sentito dire, oltre alle facce sfiduciate degli adulti, oltre alle definizioni che è tanto facile e veloce legarci addosso, oltre a tutto ciò c’è ancora una gioventù con entusiasmo, disposta a imparare come si porta un po’ di onestà morale lì dove spesso langue.

Assisto a tante domande e richieste di spiegazioni da parte dei miei coetanei ma manca l’interlocutore, vedo tante persone che alzano la mano durante l’organizzazione dell’assemblea d’istituto scolastica per chiedere lumi sul concetto di politica, che parlano con gli amici più informati nella speranza di capire qualcosa, che quando tutti i giorni in classe arriva il giornale, dopo aver letto l’oroscopo, si confrontano per cercare di capire qualcosa della situazione politica attuale e di cosa succede là fuori in generale. Siamo confusi sì, ma non è vero che c’è disinteresse.

Io ho fiducia in questa generazione che può reagire all’inerzia, allo scoraggiamento e all’individualismo dando a tutti gli adulti e alla classe politica e amministrativa un segnale di rinascita del desiderio di partecipare, di contribuire al bene comune, di cercare nuove vie. Siamo sfiduciati, è vero, ma la nostra sfiducia deriva da domande a cui non riusciamo a trovare risposte. Ci chiediamo per esempio cosa potremo cambiare noi che ci sentiamo così piccoli e poco presi in considerazione, ci sentiamo inutili. A cosa può servire il nostro voto? Come meglio dovremmo usarlo?

A 18 anni si sperimenta una contraddizione tra il fatto di “avere tutti i diritti e i doveri” di un adulto e l’impressione di “non poter fare niente”. Quello della disaffezione giovanile sta diventando sempre più un luogo comune, che ha certamente del fondamento, però si ferma a una constatazione superficiale senza cercare veramente di indagarne le ragione. Oggi i giovani, un tempo i protagonisti di movimenti politici e di proteste, si vedono relegare ad un ruolo secondario, se non peggio, nel panorama politico. Si trovano, almeno apparentemente, condannati a uno stato catatonico della politica, in bilico tra il credere in qualcosa – e in tal caso, in cosa?– e l’affidarsi a uno dei tanti partiti colorati e senza posizione chiara ed evidente, senza correre -purtroppo- il pericolo di sbilanciarsi dalla situazione.

Noi neo-diciottenni italiani ci apprestiamo ad avvicinarci alle urne elettorali per la prima volta, e nel fare ciò brancoliamo nel buio del non sapere, di fronte ad un negato schieramento ideologico, che cosa effettivamente votare. Vediamo candidati incapaci di immaginare il futuro ma che ci propongono di cambiare il passato, che ci inondano di promesse, senza però guardare avanti, senza l’intenzione di costruire qualcosa di nuovo e sbloccare la situazione.

Ma dove sono finite le grandi idee, i grandi pensieri di filosofi e politici del passato che negli ultimi anni, almeno in teoria e almeno sui libri, fanno tanta presa sul pubblico giovanile? Abbiamo bisogno di tornare a sentire la fiducia nella politica, ma prima di tutto da parte di quegli adulti giudicanti più sfiduciati di noi. Abbiamo bisogno di tornare a Platone, che ci insegnava che la politica è un’arte, l’arte di fare e del fare bene. Abbiamo bisogno di un politico che riesca a dare il giusto indirizzo alla città e orientarla verso l’uguaglianza sociale, che riesca a trovare il compromesso tra la cura sia del grande che del piccolo. Abbiamo bisogno di quella figura di politico che studiamo a scuola capace di condurci verso la giustizia e non farci precipitare nel mare infinito della disuguaglianza.
Sicuramente sarà difficile per tutti scegliere a chi riporre il proprio voto il 4 marzo perché si è perso di vista l’obiettivo dell’arte politica nella concezione filosofica. Abbiamo dimenticato che dovremmo votare, quel pilota, quella mente capace di porsi sopra le leggi e modificarle nel senso migliore per il bene dei cittadini. Abbiamo dimenticato che dovremmo votare quella persona capace di imbastire un’ottima architettura politica. Eppure avemmo bisogno di coraggio, di immaginazione, di alzare lo sguardo per vedere oltre, per scoprire che il futuro non è già scritto, e che è ancora possibile ricostruire. E se noi giovani siamo sfiduciati è perché in pochi ormai hanno mantenuto veramente il senso del voto, e questo prima che nei ragazzi dovrebbe tornare alla memoria degli adulti.

Vox Zerocinquantuno n.19, Febbraio 2018

(In copertina foto da Skuola.net)

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