Il punto politico, di Jacopo Bombarda

Il 4 marzo si avvicina e man mano che passano le settimane è possibile ipotizzare verosimilmente il quadro che emergerà.

Già qualche numero addietro, una volta presa contezza del funzionamento della legge elettorale, ci si era permessi di ipotizzare uno scenario che in effetti oggi viene considerato il più probabile: nessuno schieramento avrà la maggioranza assoluta dei parlamentari ma il centrodestra otterrà una maggioranza relativa, ciò da cui potrà ragionevolmente conseguire un’alleanza fra parte di quella coalizione – ossia Forza Italia e partiti satelliti – con il Pd, per un nuovo governo di larghe intese.

Ciò al fine di “costituire un argine contro il populismo”, qualunque cosa significhi questa espressione (ed in effetti sarebbe interessante indagarne l’etimologia e le origini).

Questa esigenza è propinata da gruppi di potere, thnk tank vari, e dalla totalità dell’informazione mainstream: prima che in Italia, già in altri Paesi questo mantra è stato riproposto a reti unificate, per tutta la durata di campagne elettorali relative a importanti votazioni.

Ora, per sgombrare il campo si deve sottolineare che chi scrive non nutre alcuna simpatia né politica né tantomeno umana per personaggi come Donald Trump o Marine Le Pen.

Preme invece sottolineare un punto: l’ascesa di tali personaggi è stata resa possibile dalle mancanze, ripetute e via via sempre più evidenti, della politica, in particolare dei partiti il cui compito sarebbe quello di rappresentare le istanze e proteggere i diritti dei ceti popolari.

La rinuncia dei partiti di sinistra a comportarsi come tali ha determinato un’aggressiva e spesso fruttuosa campagna di “rastrellamento voti” da parte di nuovi o vecchi personaggi e/o formazioni di destra presso segmenti elettorali consistenti, che infatti oggi tendono a premiare i candidati “populisti” o almeno a non votare più chi li ha delusi.

La politica “tradizionale”, e il mondo giornalistico – editoriale che le gravita attorno in un connubio spesso malsano, non dimostrano di aver ben compreso come fermare tale andazzo.

Per scongiurare l’affermazione di candidati come Trump o la Le Pen si utilizzano perennemente affermazioni rispondenti a un’unica discutibile logica: quella del “meno peggio”.

Una logica perdente in partenza, poiché se il voto per i movimenti “populisti” è senz’altro in gran parte un voto di protesta, di certo è impossibile fermarlo offrendo a elettori delusi e arrabbiati le stesse ricette che ne hanno determinato la delusione e la rabbia, esercitando una pressione nei fatti equivalente a un ricatto morale privo di costrutto (“se non voti per noi fai vincere quelli là”).

Tale logica è la stessa che riecheggia oggi in Italia, alla vigilia del voto nazionale e soprattutto di un importante appuntamento elettorale locale: le Elezioni Regionali in Lombardia.

Il caso lombardo è in parte diverso da quello statunitense e francese, e non solo per la diversa rilevanza delle tre piazze.

Negli Stati Uniti, ove pure c’è sempre un candidato favorito e uno sfavorito, il sostanziale bipartitismo e la storica alternanza fra Democratici e Repubblicani assicurano una tendenziale e astratta parità quanto alle possibilità di vittoria alla vigilia di ciascuna elezione.

Viceversa in Francia pareva chiaro fin dall’inizio e soprattutto prima del ballottaggio che Marine Le Pen non avrebbe avuto alcuna possibilità di vittoria: lo scopo del ballottaggio era pertanto quello di misurare i termini della scontata affermazione di Macron.

Viceversa la Lombardia è sempre stata una Regione di centrodestra, anzi, uno dei principali serbatoi elettorali (assieme al vicino Veneto e alla Sicilia).

Tuttavia, all’indomani delle orride dichiarazioni (e delle altrettanto invereconde successive “precisazioni”) del candidato favorito Attilio Fontana – leghista e rappresentante del centrodestra unito – dal lato del centrosinistra si è intensificato l’invito a votare il candidato Giorgio Gori.

In ciò ovviamente nulla di sbagliato, se non fosse che a tale invito è stato associata un’accusa rivolta a chi non è intenzionato a sostenere Gori, ed in particolare la neonata formazione LeU.

L’accusa è ovvia: non convergendo su Gori “farete vincere” il leghista Fontana.

Si potrebbe replicare a questo ragionamento in tanti modi: ad esempio ricordare come gli elettori non siano merce a disposizione dei candidati, e come pertanto non sia affatto certo che un elettore di LeU privato del suo candidato “naturale” voterebbe Gori; oppure ragionare cinicamente notando che molto probabilmente Fontana vincerebbe comunque, e con ampio margine.

Preferiamo invece muovere ai sostenitori della tesi “menopeggista” la solita obiezione.

Ossia, se volete che un candidato ottenga il sostegno, occorrono proposte, programmi, argomenti.

Negli stessi giorni in cui Fontana discettava sottilmente di “razza bianca”, Gori si lasciava andare ad altre considerazioni, meno fragorose nei toni ma molto gravi nei contenuti.

In particolare, escludeva i legami con la Mafia di Marcello Dell’Utri (confermati da una sentenza passata in giudicato in forza della quale lo stesso sta scontando la sua pena in carcere), oltre ad esprimere un giudizio più che positivo sulla figura e l’operato di Silvio Berlusconi (alleato della Lega), del quale peraltro è stato per anni dipendente, in posizioni di massima responsabilità.

Lo stesso Gori ha mostrato di condividere le politiche delle precedenti amministrazioni regionali in tema di sanità ed in particolare di sovvenzioni ai gruppi privati: e si deve ricordare che quelle in materia sanitaria costituiscono la gran parte delle competenze regionali.

È pertanto facile comprendere come un candidato come Gori possa non piacere a tutti, e quanto sia ozioso agitare lo “spauracchio” Fontana nella speranza di convincere i più riottosi.

Ciò nonostante, riteniamo per concludere che nemmeno in questo caso i sostenitori della teoria del “meno peggio” metteranno in discussione i loro convincimenti…

Vox Zerocinquantuno n.19, Febbraio 2018

(In copertina foto da Comune di Villacidro)


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge

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