Il punto politico, di Jacopo Bombarda

Pd perde terreno. Alle elezioni si profila un modello bipolare tra Forza Italia e M5S.

Le elezioni politiche sono sempre meno lontane, e gli avvenimenti di queste settimane impongono ancora qualche riflessione sugli scenari attuali e sui possibili assetti futuri.

Nell’articolo apparso sul numero scorso, in cui si analizzava la legge elettorale, scrivevamo che il Pd aveva sacrificato la strategia alla tattica, ma anche che tale calcolo tutt’altro che certamente gli avrebbe portato vantaggi.

Le ultime vicende sembrano confermare questa impressione.

Fino a poco tempo fa, tutti i commentatori, a prescindere dal loro orientamento politico, erano concordi su un punto: le elezioni politiche si sarebbero svolte in un inedito assetto tripolare.

Tre sfidanti più o meno dello stesso peso e seguito, ossia il centrodestra del duo Berlusconi – Salvini (di cui nessuno tuttora dubita che saranno alleati, se non altro per motivi di interesse), un centrosinistra dalle incerte alleanze ma con ovvio fulcro il Pd, infine il Movimento 5 Stelle.

Tuttavia, in questi giorni il comportamento del Pd non è quello di una formazione intenzionata a dare battaglia sui programmi e sulle idee, mostrandosi radicalmente alternativa e originale rispetto a entrambi gli sfidanti e marcando i profili che da essi li differenziano.

Piuttosto si assiste a una sempre più rapida e per certi versi sconcertante “berlusconizzazione” del Pd. La formazione guidata da Matteo Renzi già da mesi si era in verità esposta a questo rilievo alla luce di una serie di politiche che oggettivamente riproponevano molti dei tratti caratterizzanti il programma di Forza Italia: l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, la riforma della scuola, l’abolizione dell’IMU anche per gli immobili di maggior pregio, per fare alcuni esempi.

Ma negli ultimi giorni è possibile notare un atteggiamento nuovo nel gruppo dirigente democratico.

È infatti sparita del tutto ogni frizione persino dialettica, anche minima, con Silvio Berlusconi, per fare posto a una sorta di senso di ineluttabilità, relativo alle necessarie larghe intese post voto.

È sotto gli occhi di tutti, infatti, come il Pd sia impegnato quotidianamente in un’aspra polemica con il M5S, peraltro non sempre riguardante i contenuti; mentre si fatica sempre di più a cogliere una qualche differenza con Forza Italia, incredibilmente di nuovo protagonista della politica nazionale.

In questo senso, la recente presa di posizione di Eugenio Scalfari in ogni modo può essere letta, meno che come la boutade di un anziano e forse non più lucidissimo padre nobile.

Al contrario, il pensiero di Scalfari pare riflettere fedelmente il pensiero e la linea politica del gruppo dirigente: poiché una campagna elettorale coraggiosa, radicale, magari non priva di qualche ammissione di errore non porterebbe sicuramente risultati nel breve termine, il Pd pare aver scelto una scorciatoia, preventivando l’accordo con Berlusconi pur di rimanere al governo.

Tuttavia, come si diceva, il calcolo del Pd non sembra esattamente corretto.

L’impressione che attualmente si percepisce, è quella di un elettorato sempre più deluso dal gruppo dirigente ed in procinto di abbandonare in modo sempre più visibile il partito di appartenenza.

Gli esempi delle elezioni in Sicilia e ad Ostia sono probanti sino a un certo punto, eppure è possibile cogliere qualche spunto non trascurabile.

In Sicilia ad esempio, il Pd bene farebbe a riflettere sul considerevole voto disgiunto che ha penalizzato Micari e premiato il grillino Cancellieri.

A Ostia il PD aveva davanti una missione impossibile: il partito romano è a pezzi, e ad Ostia in particolare usciva da due anni di commissariamento seguiti all’arresto del “minisindaco” Tassone, di cui è fresca la condanna in primo grado nel processo per la cosiddetta “Mafia Capitale”.

Eppure il Partito Democratico nulla ha fatto per recuperare una sorta di connessione sentimentale con gli elettori.

All’indomani della testata data da Roberto Spada al giornalista di Nemo Daniele Piervincenzi, il Sindaco Virginia Raggi convocava una manifestazione “per la legalità” e dunque “contro la mafia ed ogni forma di fascismo”, cui il Pd incredibilmente non aderiva, giudicandola “di parte”.

Allo stesso modo, non dava indicazioni di voto nel ballottaggio fra la candidata 5S Di Pillo e quella di FdI Picca, che non solo aveva apertamente corteggiato i fascisti di Casapound per ottenerne l’appoggio, ma era anche espressione della destra cui di un ex Sindaco come Gianni Alemanno, la cui esperienza non ha giovato alla Capitale in termini di legalità né di efficienza amministrativa.

Con il risultato che a Ostia il “polo” che si è vittoriosamente opposto alla destra ha trovato il suo perno nei 5S, oltre i loro meriti se non addirittura nonostante i loro demeriti.

Come abbiamo premesso, il quadro politico generale italiano e quello ostiense non sono sovrapponibili, non del tutto almeno: ma se il Pd continuerà in questo tipo di condotta, rischierà di marginalizzare sempre più il suo ruolo, recuperando la politica italiana a una dimensione bipolare, e tuttavia anomala, nella quale molti elettori di sinistra, magari turandosi il naso, potrebbero scegliere il M5S.

Vox zerocinquantuno n.17, dicembre 2017

In copertina foto da Lastampa.it


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge.

(11)

Share

Lascia un commento