Intervista Paternoster

Un laboratorio corale per un teatro in-civile. Intervista a Terry Paternoster, regista del Collettivo InterNOenki, vincitore del Premio Scenario Ustica 2013.
di Eloisa Grimaldi

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Dopo il successo di M.E.D.E.A. Big Oil, spettacolo potente che si è aggiudicato il Premio Scenario per Ustica nell’ultima edizione del 2013, il Collettivo InteNOenki torna a lavorare sul mito e sulla contemporaneità avviando un progetto teatrale di ricerca dall’anima laboratoriale: Orestea nello sfascio. Il laboratorio è inserito nella programmazione di Interscenario, rassegna organizzata dal Centro La Soffitta, si svolgerà da mercoledì 6 a venerdì 8 aprile presso l’ITC Teatro a San Lazzaro di Savena e sarà condotto da Terry Paternoster con la collaborazione di Mariastella Cassella; la performance esito del laboratorio andrà in scena invece a Bologna al Laboratorio delle Arti il giorno 9 aprile ore 21.00. Abbiamo parlato con la regista del collettivo, Terry Paternoster, per avvicinarci a questo nuovo lavoro che attraverso i momenti di laboratorio opera una ricerca collettiva umana ed artistica preparando così la prossima produzione. Ci spiega che in questi tre giorni proporrà un percorso didattico sperimentale di avviamento alla pratica del teatro che approfondirà le tecniche base di recitazione corale e le tecniche di drammaturgia concertistica, dunque un lavoro centrato sul gruppo. Il percorso è pensato in tre fasi: una prima fase di studio in cui ci si soffermerà sulla cultura arcaica e su quella moderna attraverso l’Orestea – la trilogia di Eschilo – in un secondo momento si organizzerà la preparazione di una piccola performance come esito del laboratorio e l’ultima fase sarà invece concentrata sulla messa in scena nell’open class finale prevista per il 9 aprile. <<Durante queste fasi i partecipanti sperimenteranno artisticamente e professionalmente le relazioni sceniche ed umane, che sono quelle che più mi interessano>> dice Terry Paternoster <<L’obiettivo è lavorare sul concetto di collettività e sul rapporto tra individuo e società per andare anche a formare un cast di attori che incrementi quello esistente in vista della nuova produzione>>.

In realtà questo laboratorio sarà itinerante, una prima tappa a Roma, a Bologna la seconda e poi altre ancora da definire, in questo modo il progetto scavalca e connette le regioni, attinge da più fucine seminando così per l’Italia quel teatro che il collettivo stesso e la regista definiscono in-civile. <<Per teatro in-civile intendiamo la nostra modalità di azione, facciamo teatro civile all’interno di una civiltà che molto spesso appare più incivile che civile, come gruppo rifiutiamo la retorica dei buoni costumi e rifiutiamo l’effetto fine a se stesso. Importante per noi non è la notizia ma il fatto, la notizia muore ma il fatto rimane ecco perché puntiamo i riflettori sul mito, in questo caso un mito molto incivile>>.
Rivolgendosi all’Orestea il collettivo si confronta con la base del teatro occidentale senza per questo restituirne una nuova versione, ma piuttosto andando ad individuare le chiavi universali del mito per tentare di aprire nuove panoramiche sul presente contemporaneo e prospettive alternative sul futuro. <<Lo spettacolo sarà Orestea nello sfascio, ci chiederemo cosa significa oggi l’Orestea e tenteremo di riattivare i contenuti del mito reinserendoli in un contesto sociale nuovo, quello della gente comune che vive lo sfascio dei valori, valori presenti nel mito e nella società, i valori dell’individuo>>. Lo spettacolo è denso di significato <<Sarà come una rappresentazione dell’inconscio collettivo>> continua la regista, <<incastrato tra passato presente e futuro, contaminato dalla paura del giudizio, dal tabù del conformismo e della moralità, da sovrastrutture sociali>>. A propostio dell’indagine in-civile che sottende la ricerca teatrale ci dice che <<Lo scenario sarà quello degli affari illeciti all’italiana gestiti da un’ecomafia. Se in M.E.D.E.A. erano le multinazionali qui il sistema mafioso è quello del dissesto ambientale. Lo spirito di vendetta e di brutalità del mito torna sotto forma di azioni latenti che navigano in un peccato originale che si tramanda di generazione in generazione, famiglia, popolo. Insieme cercheremo di scoprire l’urgenza di parlare di un vecchio che è nuovo e attuare le possibilità creative che la riscrittura del mito può dare>>.
Un progetto dunque che cerca di risalire il filo delle relazioni più profonde dall’individuo alla società alla collettività fino ad una più universale condizione di interrelazione, un autentico sé che attraversa e travalica le pulsioni manifestandosi nella narrazione del mito e che attraverso di esso può in qualche modo riconvertire coscienze e futuri. <<Nell’Orestea sangue chiama sangue, ci chiederemo dov’è la vendetta oggi, il sangue, quali menti e quali corpi si nascondo dietro alle guerre, ci domanderemo se c’è un modo di evitare di versare altro sangue e se esistono delle vie alternative alla vendetta>> e continua <<Il teatro rappresenta simbolicamente le risposte che ognuno darà a queste domande, capire quali saranno i simboli, quale la colpa originale, svelare ciò che c’è di nascosto dietro al mondo visibile>>.
Ma tutto questo non si risolve fuori dal contesto reale e sociale del paese, anzi è possibile affrontare queste tematiche solo a partire dalle contraddizioni brutali che attraversano la vita politica e commerciale del quotidiano. <<Lo scenario non sarà quello dell’antica Grecia ma lo spettacolo è ambientato in Italia nella Val d’Itria, al Sud, che simbolicamente rappresenta il Sud del mondo>> e parlando più specificamente della trama la regista ci svela che <<La location sarà una contrada isolata al centro delle tre province Bari, Taranto e Brindisi in cui vivono poche famiglie tra cui quella di Oreste. Il soggetto di partenza di questo lavoro in fieri immagina un ragazzo ventenne, più o meno come i partecipanti del laboratorio, che cresce in un contesto chiuso e bigotto. Viene portato in seminario per guarire dall’omosessualità, ma nel frattempo suo padre muore in condizioni poco chiare, lui abbandona quindi il seminario per tornare in famiglia. Clitemnestra, la madre vedova, eredita una cava dismessa e molti debiti. Oreste scopre che sua madre ha ucciso il padre ed ha anche accettato di far seppellire nella cava di famiglia rifiuti tossici di un’azienda farmaceutica del Nord>>. Su questo intreccio si comporrà una regia ironica e pungente, sottolinea Terry Paternoster, <<Il campo di azione tocca i rapporti interni di una famiglia consumata da una vera crisi di valori in cui Oreste si schiererà con i propri ideali e proverà a farsi giustizia da solo. Lo scenario fa da sfondo una terra apparentemente incontaminata che vive grandi minacce legate ad affari illeciti rispetto all’ambiente>>. Rispetto a questa delicata tematica precisa: <<Da una prima indagine pare che in Puglia ci siano 2500 cave dismesse e molte testimonianze raccolte durante la ricerca sul campo questa estate parlano di cave utilizzate per rifiuti di ogni genere>>. Ciò che preme evidenziare è quindi che <<Il discorso non è quindi legato solo all’Italia ma diventa universale rispetto all’intero pianeta e anche alla storia di una famiglia che si trova a dover resistere non solo alla crisi finanziaria ma anche allo sradicamento da parte della società civile verso il senso di legalità>>.
Anche e soprattutto in questa era ipertecnologica il teatro non rinuncia al suo ruolo di interpellare le coscienze e le menti assopite, piuttosto insiste nell’interrogare a fondo le relazioni ed il reale alla ricerca di un’autenticità. <<Il teatro serve ancora, oggi più che mai bisogna reclutare la gente, è uno dei pochi strumenti che abbiamo a disposizione per fare vera politica, dove la polis si rincontra a parlare di attualità, di contemporaneità, per fare controinformazione e distaccarci da tutto quello che ci viene inculcato come automi omologati>> e aggiunge: <<Il teatro è un luogo per riflettere e proporre non passivamente un cambiamento, per ragionare insieme e vivere un’esperienza collettiva unica e irripetibile>>.
Il teatro di Terry Paternoster e del collettivo InterNOenki si muove tra binari paralleli, indaga la denuncia necessaria riguardo alle devastazioni ambientali e sociali che ci riguardano tutti, ma allo stesso tempo affianca uno sguardo antropologico e un impegno civile che, grazie alla ricerca teatrale, possono trasformarsi in uno splendido strumento di costruzione positiva e propositiva. <<Il teatro è un fare insieme, un fare collettivo. La scena è una pagina tridimensionale di scrittura – come direbbe Maurizio Grande, uno dei padri della semiotica teatrale – e il mio augurio è che si possa scrivere una bella pagina di teatro insieme>>. Grazie a Terry Paternoster ed al Collettivo InterNOenki perdura la forza resiliente di un’esperienza unica che parla all’umano e semina nella collettività del laboratorio ciò che poi ogni individuo può portare nel mondo.

Vox Zerocinquantuno n 1 Aprile 2016


Eloisa Grimaldi laureata in DAMS, approfondisce il campo degli Studi Interculturali con un Master, appassionata di teatro, musica, umanità e poesia, si occupa di diffusione culturale musicale, sviluppa metodi formativi tramite le arti teatrali e collabora a progetti editoriali di stampo sociale e indipendente.

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