La costruzione dello spazio tra realtà e subconscio, di Roberta Antonaci

Duchamp Magritte Dalì. I rivoluzionari del ’900, 16 ottobre 2017 – 11 febbraio 2018, Palazzo Albergati, Bologna

La mostra, a cura di Adina Kamien-Kazhdan – curatore presso l’IsraelMuseum di Gerusalemme – ospita le opere degli artisti del Novecento che, con l’immissione di nuove tecniche di messa in forma artistica, hanno rivoluzionato il modo di farearte.

L’allestimento è stato curato dall’architetto Oscar Tusquets Blanca, che si è occupato della ricostruzione della sala di Mae West di Dalì (piano terra) e dell’installazione dei 1200 Sacks of Coal ideata da Duchamp nel 1938 (primo piano – uscita).

La mostra ospita una grande quantità di opere di artisti diversi, che affrontano temi diversi e usano tecniche diverse. Proviamo perciò a dare uno sguardo d’insieme facendoci guidare dagli aspetti formali dell’allestimento, dalla messa in scena di questo estratto di storia dell’arte riproposto oggi, a Bologna. L’esposizione occupa due piani che sono nettamente differenziati dal colore delle sale che compongono il percorso della mostra: al piano terra ci muoviamo tra pareti rosso fuoco, al primo piano siamo immersi in un blu piscina. I temi sono suddivisi in cinque macrocategorie, Accostamenti Sorprendenti, Il Desiderio La Musa La Violenza, al piano terra; Automatismo e Subconscio, Biomorfismo e Metamorfosi, Il Paesaggio Onirico, al primo piano. A fungere da cerniera, le biografie dei maggiori esponenti dei movimenti esposti (Dadaismo e Surrealismo) sono poste al primo piano in una sala di colore che, in relazione agli altri due, possiamo definire neutro, il grigio.

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Possiamo associare al rosso il voler sorprendere lo spettatore per poi inserirlo in un contesto i cui contenuti mostrano il corpo della donna in varie forme (sculture fotografie e collage) quasi sempre nudo e/o in pose che evocano una sensualità che nella mostra è lessicalizzata come violenta. Al primo piano il blu ci riporta in un ambiente apparentemente più tranquillo: qui più che sorpresi attraversiamo sale allestite con opere prevalentemente pittoriche e scultoree, i cui temi vanno da una nuova rappresentazione della natura e del paesaggio ad un approfondimento del concetto di subconscio.

L’ambiente pare trasporci in una nuova calma che permetta una riflessione interiore. Anche le opere riprendono le tonalità delle pareti, soprattutto quando giungiamo nell’ultima sala prima del corridoio di uscita, in cui appare maestosa, la più grande di tutte, l’opera di Magritte Il castello dei Pirenei. Realizzata nel 1959, è un olio su tela le cui dimensioni, 200 x 145 cm, sovrastano lo spettatore e rendono giustizia al soggetto della rappresentazione: un castello infatti si erge su un’enorme roccia grigia priva di vegetazione, che resta sospesa su un mare grigio e mosso, sullo sfondo di un cielo azzurro che pare illuminare da dentro l’intera stanza, come se dietro la tela fosse posta una lampadina.

Non sono però solo i contenuti a riallacciarsi ai colori di sfondo della mostra, ma proprio le tecniche usate per le rappresentazioni. La prima sala al piano terra ospita la famosa Ruota di bicicletta (1913) di Marcel Duchamp, esponente principale della rivoluzione fondamentale avvenuta nei primi quindici anni del Novecento. Cos’è la Ruota di bicicletta? Non si tratta di una scultura, perché non è stata in alcun modo manipolata, è un oggetto proveniente dalla nostra realtà quotidiana, preso, decontestualizzato, e messo lì, a dirci di guardare ciò che diamo per scontato con occhi nuovi, diversi, per farci stupire da ciò che non ci stupisce più: la vita ordinaria. Il readymade (sarà lo stesso Duchamp in una lettera alla sorella nel 1916 a definire le sue opere in questo modo), letteralmente il “già fatto”, è un concetto che si pone contro l’indifferenza visiva e opta per un ritorno alle cose stesse. Alle pareti di questa sala che apre la mostra e che è probabilmente la più grande dell’intera esposizione, sono appesi i quadri-collage dei maggiori esponenti del Dadaismo francese e tedesco. Il readymade basta a spiegare tutte le altre tecniche esposte al piano terra, e ne è anche la somma e la tecnica di rottura totale con l’arte fino alla fine dell’Ottocento, il quadro. Già con la fotografia, la cui nascita ufficiale è stabilita nel 1839, si era aperto il dibattito sullo statuto artistico di questa tecnica in confronto all’opera pittorica. Secondo Claudio Marra, professore di Storia della fotografia presso il DAMS di Bologna, “la fotografia assomiglia a un quadro, ma di fatto funziona come un ready made”1. Cosa significa questo slogan e come si rapporta all’allestimento della nostra mostra? Molte opere esposte sono fotografie e collage, che, dal punto di vista del supporto e negli aspetti formali, sono come un quadro, incorniciato e appeso. Dal punto di vista di ciò che è rappresentato, invece, la fotografia, e di conseguenza i collage (realizzati con ritagli di fotografia, di giornale e con l’apposizione di materiali e parti di oggetti piani come un metro da sarto – vedi l’opera di Picabia, Lescentimètres), funzionano come un readymade perché portano sulla superficie bidimensionale qualcosa di già fatto. Dalla fotografia al collage eccoci quindi giunti all’arte che si pone come alternativa al quadro, e che esiste non in virtù delle abilità artistiche ma in virtù di una scelta, operata sulla realtà, e che vuole riproporre la stessa come sintesi di valori nuovi. Ecco cosa significa il rosso, il rosso è la rottura, la proposta di una nuova tecnica che caratterizza tutta l’arte del Novecento e la distingue da quella che l’ha preceduta e che suona a volte come indecente (vedi ad esempio la sezione sulla donna e l’eros, altro tema fondamentale per Duchamp, Man Ray e Dalì).

Dopo averci un po’ sconvolti al pian terreno il percorso della mostra ci lascia prendere una boccata d’aria per poi trasportarci e farci immergere nel blu del primo piano. Il percorso inizia conAutomatismo e Subconscio. L’automatismo è la tecnica surrealista di cui Dalì è il teorico oltre che l’artista guida, e si riferiscealle teorie freudiane. Secondo Dalì la tela bianca è il campo di liberazione del subconscio e l’artista non progetta né struttura l’opera finché il subconscio non gli fa vedere gli oggetti della rappresentazione sullo spazio bianco. Il blu come immersione nel proprio subconscio quindi, che in psicoanalisi si riferisce a ciò che solo vagamente può essere riconosciuto a livello della coscienza e ne sta, appunto, al di sotto. Abbandonare la razionalità per lasciarsi guidare dalle immagini, volendo forse rievocare in parte il lavoro dell’artista stesso di fronte alla tradizionale tela. Fino a giungere al Paesaggio Onirico enorme di Magritte, che come detto ci abbaglia di luce e ci lascia in un’atmosfera sognante, onirica appunto, forse storditi ma di sicuro più calmi e soddisfatti nella sintesi di tutto ciò che i nostri occhi hanno potuto vedere.

Uscendo da questa sala attraversiamo il corridoio che ci riporta alle scale e che è l’ultimo regalo che l’architetto Oscar Tusquets Blanca ci fa, cioè di nuovo Duchamp, per non dimenticare come aveva avuto inizio il nostro viaggio, nella riproposizione della sua installazione 1200 sacchi di carbone. Il soffitto del corridoio è riempito di sacchi appesi, nell’installazione dell’originale vi era anche una stufa posta sul pavimento che qui non c’è. In questo caso abbiamo a che fare con un’arte ambientale, un’arte che “afferra lo spazio”, e ci lascia, per l’ultima volta, immersi. Usciamo dal blu mare per asciugarci idealmente con il calore del carbone.

La mostra è varia e il suo significato non è esauribile a parole, va attraversata come un viaggio. Possiamo interpretarla come una riflessione su un’epoca, la nostra, in cui siamo letteralmente sommersi dal già fatto, un’epoca in cui conviene chiederci, perché non passi mai in secondo piano, quale sia il valore di ogni parte di tutta questa “enciclopedia”2di già fatto e di già detto.

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017

 

 


Roberta Antonaci ha conseguito la laurea triennale in DAMS arte e la magistrale in Semiotica presso l’Università di Bologna. Esperta di arte, applica le teorie della comunicazione al fine di leggere anche le più recenti forme di espressione artistica a partire dai loro aspetti formali, e a questi dedica la sua ricerca sul campo, esplorando mostre ed eventi legati al tema.


Note:

1 Claudio Marra, Fotografia e pittura nel Novecento, Bruno Mondadori, Milano, 1999, p. 15.

2 Con libero riferimento a Umberto Eco.

 

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