Là dove c’era l’erba ora c’è “Fico”, di Marta Spadea

Nella periferia Nord-Est bolognese, a circa 20 minuti di autobus dalla stazione centrale, il 15 novembre ha aperto le sue porte FICO, Fabbrica Italiana Contadina.

Per risolvere il sotto-sfruttamento dei volumi già esistenti del CAAB, il Comune di Bologna nel 2012 inizia ad immaginare una cittadella del cibo proprio nei luoghi in cui i beni alimentari transitavano prima del commercio. Per dare forma a questa visione Bologna si affida ad Oscar Farinetti, fondatore del gruppo Eataly il quale, insieme a Coop Alleanza 3.0 e Coop Reno, crea la società FICO e la business idea di questo gigantesco parco agroalimentare. Accanto alla società, nasce la fondazione FICO; se la prima risponde alla sfida economica, la seconda, con presidente Andrea Segrè, si pone l’obiettivo di creare uno spazio di educazione alimentare, di valorizzare il processo produzione che dal seme porta alla forchetta.

A pochi giorni dalla sua apertura, nel tardo pomeriggio di un martedì di novembre, l’affluenza a FICO non è altissima. Curiosi, famiglie ma soprattutto molti uomini in giacca e cravatta. Si tocca con mano l’entusiasmo e l’ottimismo tipico delle imprese ai primi passi, unito alla tensione per sfida che questo gigante rappresenta. Un uomo in vestito blu si avvicina ad una coppia di amici, li accoglie “Benvenuti a FICO” “avete già visitato fuori? avete visto che belli gli animali?”.

La passeggiata nell’ariosa vena centrale della struttura non è lineare ma incontra aiuole, piste ciclabili, campi da gioco, un anfiteatro; l’organizzazione dello spazio, per quanto evochi la struttura tipica del centro commerciale, suggerisce che il progetto vorrebbe condurre oltre la mera esperienza d’acquisto. Si scorre tra file di ristoranti, negozi, eccellenze del made in Italy ma anche frammenti di fabbriche in cui apprendere la produzione nei laboratori (a pagamento) pensati per questo scopo, giostre interattive (a pagamento) che giocano sul binomio uomo-natura e aperture su stalle e colture. I prezzi sono mediamente alti (un arancino arriva a costare 6 €), particolare che secondo i suoi fondatori rispecchia l’alta qualità dei prodotti.

Sui costi fissi per le attività FICO trova un compromesso vantaggioso: l’affitto dei locali è pari a zero sebbene la società trattenga dagli incassi il 20 % sulle vendite dei prodotti e il 30% sulle entrate della ristorazione.

Nonostante il target alto a cui si riferisce l’offerta gastronomica, all’ora di cena i tavoli dei ristoranti iniziano a popolarsi, complice anche l’attenzione turistica dedicata alla neonata opera.

Foto Marta Spadea

Le geometrie di FICO disegnano una passeggiata piacevole (se vi piacciono gli spazi moderni e i centri commerciali) nel mercato gastronomico italiano, condita però da giravolte spaziali attorno ai temi dell’agricoltura e dell’allevamento. Questo matrimonio combinato si mostra in tutte le sue contraddizioni.

Secondo le menti che l’hanno pensato, FICO doveva fondere in sé l’eccellenza italiana e il processo che porta alla sua creazione, mostrato nella sua forma più green e naife. Per Farinetti tra i valori fondanti, esposti all’entrata della struttura, c’è l’intento di creare un nuovo rapporto con la natura legato però alla “voglia di rappresentare meglio l’identità italiana e venderla al mondo con profitto”. La società FICO, come è naturale aspettarsi da questo tipo di organizzazione, punta alla costruzione di un brand e al guadagno ad esso connesso. Contadino si ma perché affascina, censurando i dettagli più brutali come il macello degli animali, nemmeno accennato nel percorso sebbene la carne sia presente nei menù dei vari ristoranti.

A mettere i paletti alle logiche del profitto e addolcire le regole del gioco dovrebbe pensarci la Fondazione FICO, avente il ruolo di portare al centro della mission l’educazione alimentare e realizzare un parco scientifico in collaborazione con alcune Università, dedicando particolare attenzione alla formazione dei giovani. Peccato che a meno che non si tratti di visite da parte di scuole, per gli studenti non sono previste al momento agevolazioni. Il badge universitario non servirà ad ottenere riduzioni sul prezzo dei laboratori, sul costo di 7 € della navetta necessaria per raggiungere la struttura che, sommato alla spesa media di 10 € per una cena con panino e acqua, farà rientrare lo studente fuori sede nella sua stanza umida del centro con circa venti euro in meno nel portafogli. Evidentemente l’offerta di FICO è orientata ad un pubblico più esigente, sedotto dalla qualità e dalla tradizione del made in Italy a costo di spendere per un panino lo stesso prezzo che ha un piatto di tortellini in un’osteria: il turista per esempio, come spera Farinetti.

È proprio l’uomo di Eataly infatti a confessare, durante un’intervista per La Stampa TV: “Vorremmo che le famiglie straniere vadano in agenzia e dicano vogliamo fare Firenze, Venezia e Bologna, Fico, vorremmo questo”.Ma ciò che viene offerto a coloro che scelgono Bologna come meta per i loro viaggi, è un tour in quello che un passante ha definito “aeroporto senza pista di atterraggio”, lontano dal calore del centro storico che rimane la cornice prediletta per la cucina locale e i prodotti tipici. Se aveste la possibilità di visitare Palermo e foste appassionati di cucina tradizionale mangereste un’arancina (a Palermo è femminile, si) al mercato di Ballarò oppure lascereste il folklore del centro storico per raggiungere una enorme vetrina dal design accattivante dove trovare al triplo del prezzo pressoché gli stessi prodotti? La risposta non è scontata, soprattutto per la varietà di tipologie di turismo esistenti. Ipotizzare però che FICO diventi una tappa fondamentale per gli amanti della tradizione culinaria italiana, vantando 6.000.000 di visitatori all’anno per questo motivo (secondo le previsioni dei fondatori), è come augurarsi che una piscina in città, con tutti i comfort e gli accessori al posto giusto, venga preferita ad una spiaggia sullo Ionio. O ancora, che la suggestiva e genuina esperienza offerta dalle fattorie didattiche o dalla passeggiata nei campi coltivati con l’alternarsi delle stagioni, possa trovare un equivalente nelle stalle e nelle coltivazioni di FICO. Piantare un seme e seguirne l’evoluzione tramite un’app (tutto possibile grazie ad una delle giostre pagando 2 €) può essere paragonato al percorso di cura, pazienza e stupore di veder crescere e fiorire una pianta?

Nel tentativo di realizzare un simulacro del mondo contadino, FICO mette in fila una serie di goffi tentativi che smuovono la più innocente delle nostalgie bucoliche.

Vestire Eataly con abiti di una nuova taglia, lascerà comunque intravedere le sue forme sproporzionate e dissonanti rispetto all’immagine nature e genuina che accostandosi al mondo agricolo vorrebbe ottenere.

Foto Marta Spadea

La sensazione al termine della visita è simile a quella provata all’uscita da un museo moderno, con spazi interattivi per il contatto con l’arte e una grande cura per l’estetica e gli allestimenti. In questo caso però lo spazio dedicato al merchandising offusca l’esperienza formativa e sensoriale che era, a quanto raccontano, tra gli intenti dei suoi creatori.

La sfida che questa gigantesca opera si è posta sfiora l’utopia. È innegabile che appena varcata la soglia dell’ingresso al parco il profumo di cibo, la disposizione dei prodotti e l’atmosfera futuristica rendono l’esperienza per alcuni accattivante, nuova rispetto alla passeggiata annichilita della domenica al centro commerciale scelta da molte famiglie. Ciò che risulta difficile da digerire è la modalità con la quale si tenta di brandizzare la cultura agricola.

Siamo lontani dal poter associare questo parco agro-commerciale alla spontaneità del mondo contadino che viene decontestualizzato con una formula dai risultati a tratti inquietanti.

Foto Marta Spadea

 

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017

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