La nostra strada, di Matteo Scannavini

Che cosa significa essere un giovane in Italia oggi? Lungi dal voler imporre risposte pretenziose di validità scientifica che pietrifichino in schemi rigidi le conclusioni di una breve analisi antropologica, questo articolo si prepone soltanto di condividere un campione di riflessioni su tale questione attraverso uno sguardo di chi ne è effettivamente oggetto d’indagine, uno dei tanti (ma neanche troppi) giovani italiani.

Il vuoto e poi/ ti svegli e c’è/ un mondo intero intorno a te”. Sono queste le parole con cui Bennato apriva “Quando sarai grande” al suo giovane, confuso e probabilmente più ispirato pubblico degli anni ’70 e ’80, adolescenti ancora suggestionati dagli ultimi deboli echi del fervore del ‘68. Mentre la storia ha fatto il suo corso, lontano da quei rivoluzionari auspici, le parole di quella canzonetta conservano ancora attualità per chi, risvegliato dal fulmineo scoppio della minor età, si affaccia ora allo sconosciuto mondo adulto. Da spensierati infanti si riceve la convocazione a soggetti attivi della società, economica quanto politica: tra le mani non si stringono più giocattoli ma un voto e in testa i sogni di bambino sono sostituiti dal bisogno di stringere anche qualche banconota.

Posti su queste nuove premesse innanzi al tuffo all’interno del sistema, la fiducia per e la voglia di affrontare l’inserimento dovrebbero fare affidamento su una solida base triangolare: la componente di attitudine e aspirazioni costruttive personali, la preparazione culturale forgiata dal sistema scolastico e l’educazione trasmessa dal proprio nucleo famigliare. Una contemporanea e soddisfacente presenza di queste tre fondamenta è indubbiamente rara, in particolare sul lavoro svolto dal sistema d’istruzione sarebbe possibile aprire molti dibattiti, che comunque non saranno ora affrontati. Poniamo comunque un’ipotetica e completa funzionalità di questo tridente di premesse della crescita: a cosa va incontro un giovane che ha ricevuto una buona educazione dai genitori, ha nobilmente rispettato i propri impegni scolastici e ha voglia di lavorare e migliorare la società, armato di voto e di testa pensante? Una chimera del genere, ammesso che esista, ha davanti a sé un panorama mediamente arido. Partendo dal mondo del lavoro, è noto che, scoppiato il mito del boom economico, la tendenza alla fuga dei giovani cervelli sia oggi ben più che un luogo comune. Un percorso di studi universitari, per quanto ben svolto, non è oggi di per sé sufficiente a garantire un buon impiego ad esso inerente, specialmente per quanto riguarda gli indirizzi umanistici. Pertanto, molti ricercano una risposta alternativa all’estero, magari cominciando con esperienze professionali temporanee per poi stabilirsi lì per tutta la vita. Chi resta in Italia si arrangia come riesce, giostrandosi tra il proseguimento degli studi e lo svolgimento di lavori solitamente precari, se li trova, in attesa di raggiungere la propria nicchia più o meno confortevole all’interno del sistema. Quello che sicuramente va ormai sparendo definitivamente in tanti giovani è il concetto di realizzazione personale attraverso il lavoro, adesso percepito come un doveroso strumento per garantirsi una vita decente, un onere da sopportare per anni fino al sempre più remoto traguardo della pensione. È la filosofia dell’accontentarsi professionale, né un bene né un male in senso assoluto: forse presenta un’impostazione più rassegnata e meno dinamica verso una carriera nel mondo del lavoro, ma apre parallelamente nuovi punti di vista nel ricercare felicità e realizzazione personale per altre vie, diverse dal sacrificio di sé funzionale al benessere economico, di cui una sufficiente base resta comunque indispensabile. Il lavorare per vivere sostituisce il vivere per lavorare di precedenti generazioni. Mentre va indebolendosi quella mentalità di infinito progresso e aspirazione al successo personale tipica degli anni del boom e strutturalmente intrisa di contraddizioni, restano comunque ancora molti i giovani che ambiscono ad un alto benestare materiale, un sogno di lusso da conseguire in un modo tuttavia nuovo, non attraverso lo sforzo lavorativo ma grazie alla facile e veloce pubblicizzazione della propria immagine.

Lasciando fermo quest’ultimo punto, che sarà ripreso, inquadriamo ora brevemente lo scenario politico italiano: si profilano all’orizzonte delle elezioni molto discusse che vedono l’elettorato, soprattutto giovane, distante come non mai dai sempre meno credibili candidati e dalle sempre più sbiadite ideologie. Tra un’astorica resurrezione del nazionalismo di estrema destra, il ritorno delle improbabili promesse di un sempiterno megalomane, il focolaio distruttivo e mai risolutivo del demagogismo e la frammentazione di partito e di valori della sinistra, ormai definitivamente snaturata dalle proprie radici, espressioni come “votare il meno peggio” o “votare tappandosi il naso” sono oggi divenute parte consolidata del linguaggio comune. È una situazione che, agli occhi di un giovane che deve assegnare una preferenza ad una di queste figure o ad un partito minore senza possibilità di vittoria, apre una legittima discussione sull’utilità di quel singolo voto tra milioni e sull’intero funzionamento della democrazia rappresentativa, fino a spingere all’estrema conseguenza dell’astensionismo. Legittimo? Sì. Sbagliato? Pure, almeno ad avviso di chi scrive.

In generale, scegliere di non votare, a prescindere da tutte le polemiche possibili su quanto il governo rappresenti effettivamente il popolo, significa estraniarsi dalla società di cui ci si lamenta, rinunciando al proprio, se pur minimo, potere e lasciando che le decisioni spettino solo agli altri.

Allargando il discorso oltre la scena politica, occorre pertanto un’accurata autoanalisi e presa di coscienza da parte del giovane cittadino che, insoddisfatto della realtà attuale, abbia quindi interesse e partecipazione nel rivestire un ruolo attivo all’interno della società, anche attraverso il suo singolo voto. Per incarnare un simile modello comportamentale dobbiamo dunque ricondurci alle tre fondamenta prima citate: forza di volontà personale, buona educazione famigliare e scolastica. Ma, com’è era stato dichiarato in partenza, nella larga maggioranza dei casi questa base è rara, spesso imperfetta in uno o più dei suoi punti ed inoltre condizionata da un altro elemento. C’è infatti un quarto fattore che ha oggi un ruolo dominante nel plasmare l’impostazione dei giovani del nuovo millennio, con una forza pari se non superiore a scuola e famiglia: i social. Nel precedente editoriale, Danilo Iannazzo rifletteva su come per noi “millennials” l’immaginario collettivo tradizionale sia stato ormai sorpassato in favore della nuova cultura del web ed i suoi discutibili valori, primo tra tutti l’apparenza, un’esasperata esibizione di sé finalizzata all’approvazione altrui che calcifichi un’illusoria sicurezza personale e migliori il proprio status sociale. (http://www.voxzerocinquantuno.it/editoriale-di-danilo-iannazzo-3/).

È vero. Come giovane chiamato in causa da quell’analisi non posso che constatare come i rapporti della mia generazione siano spesso molto più intimi col variegato ambiente dei social di quanto non lo siano con il mondo reale. Siamo i protagonisti di un’opaca epoca di transizione verso il pieno ingresso della società nell’era digitale, in molti si pronunciano con previsioni catastrofistiche sulla manipolazione delle masse, ma occorrerà tempo per capire veramente quali conseguenze questa rivoluzione comporti. Se da un lato è evidente che le implicazioni negative siano già numerose, è altrettanto vero che non è possibile attuare una manovra di retromarcia storica inneggiando a tempi più semplici senza tecnologia: bisogna convivere col nuovo fenomeno e studiare un corretto impiego di uno strumento potentissimo e potenzialmente positivo quale il web.

Mentre anche questo processo continua, noi ci troviamo a che fare con una società, italiana quanto globale, di cui chiunque può ravvisare i profondi squilibri; i fortunati, nati con un sufficiente patrimonio a disposizione, sono in grado di studiare e, se vogliono, di vedere con maggior consapevolezza questi difetti strutturali. Le altre persone, di solito, li vivono. Non c’è una diretta colpa dei primi nei confronti dei secondi, ma noi, giovani che abbiamo ricevuto tantissime risorse, abbiamo oggi la possibilità di azione per cambiare la società di cui stiamo diventando protagonisti, ognuno nel proprio piccolo. Condividiamo tutti queste responsabilità, anche chi non le conosce, anche chi non le vuole. Ci sono diversi ragazzi, ben più concreti di chi scrive, che conoscono il senso ultimo di queste tutte belle parole e, in modi diversi, hanno già iniziato ad applicarle. Forse non saranno abbastanza, ma ci sono, a crederci e prendersi la propria voce all’interno della società, a costruire una strada.

Vox Zerocinquantuno n.18, gennaio 2018

In copertina: foto di Enrico Partemi


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

(54)

Share

Lascia un commento