La strana danza di due fannulloni, di Matteo Scannavini

 

Il tempo è l’unica reale ricchezza di cui disponiamo. È sulla base di questa ferma convinzione che si imposta la vita, ai nostri occhi assurda, de Il Nullafacente: un’esistenza consacrata al nulla, alla gelosa custodia di ogni singolo e prezioso secondo attraverso la completa inattività,in modo che il tempo possa essere pienamente assaporato nell’immobile attesa della sua fine, la comune quanto ineluttabile morte. È questa la storia dello spettacolo messo in scena dalla regia di Roberto Bacci e dallo sceneggiatore e attore protagonista Michele Santeramo (Premio Hystrio 2014 e Riccione 2011), presso l’Arena del Sole di Bologna dal 14 al 19 novembre. Ci ricordalo stesso Santeramo cosa stiamo guardando, quando, nei convincenti ed ispirati panni di attore che recita un proprio scritto, nel mezzo di un’invettiva contro le contraddizioni dell’uomo moderno, si rivolge al pubblico e lo canzona per l’assurdità di aver comprato «due biglietti in prima fila per assistere alla vita di uno che non fa niente». Perché è questo che fa, senza di fatto far nulla, il Nullafacente: muove un’esplicita e feroce provocazione al nostro modo di vivere, accende con ironia e trasparenza delle scintille che fanno vacillare le certe fondamenta della nostra società, insinua dubbi sull’utilità del nostro continuo e frenetico agire. Tale rivisitazione dello stoicismo attuata smettendo di lavorare, pagare affitto e bollette e uscendo di casa solo per la raccolta occasionale degli scarti del mercato ortofrutticolo, viene condivisa dal protagonistacon l’altrettanto nullafacente Moglie,Silvia Pasello, una malata terminale che resta con lui nella tranquilla attesa della morte, su cui lei ha semplicemente “il diritto di precedenza”. L’incurabilità del male della donna è vista altresì come una fortuna, poiché, presupponendo l’inefficacia di ogni tentativo e sforzo volto a salvarla, salvaguarda la possibilità di non agire del marito. Questo atipico quadretto matrimoniale è tuttavia compromesso dagli urti con la realtà esterna da cui, nonostante i tentativi, il Nullafacente e la Moglie non possono pienamente alienarsi. Vi sono infatti altri tre personaggi, maschere rappresentanti diversi soggetti del mondo vero,ad inquinare coi propri affannil’esistenza immobile dei coniugi.

Foto di Guido Mencari

C’è il Fratello, Francesco Puleo, affettuoso nei confronti della sorella malata ed ostile verso il cognato che non fa nulla per guarirla, Il Medico, Tazio Torrini, un tempo curatore e forse anche amante della donna, ed infine il Proprietario,Michele Cipriani, il locatario della coppia,prototipo dell’uomo morbosamente legato al denaro. Di fronte a questi tre personaggi e alle loro corse contro i problemi quotidiani, il Nullafacente resta infastidito, senza voler ovviamente nemmeno perdere tempo a spiegar loro quanto male stiano impostando le proprie esistenze. Ciò non di meno, egli deve inevitabilmente rapportarsi a loro,così come alla realtà e natura dell’uomo: come gli ricorderà cinicamente il Proprietario, il personaggio palese antitesi del protagonista, “quelli come te non sono reali” o, per lo meno lo restano per poco, presto o tardi vittime degli insopprimibili umani bisogni. È infatti l’amore per la Moglie a rimettere in discussione i principi di fannulloneria di Santeramo e a sviluppare una storia originale quanto la propria premessa, in uno spettacolo in cui lo spazio gioca un ruolo fondamentale. I cinque personaggi gravitano infatti insieme su unascena essenziale, un palco arredato solo da un tavolo con un bonsai, una vecchia poltrona e qualche sedia. È un ambiente minimale e spoglio che crea un’atmosfera di profonda intimità col pubblico, convocato a presenziare a distanza ravvicinata come sesto personaggio di uno spettacolo che, per scelta registica, viene rappresentato per non più di sessanta persone per volta. Anche gli attori, nei momenti in cui non partecipano attivamente alla scena, non escono mai dagli spalti ma si collocano a sedere davanti alla prima fila del pubblico, ad osservare come noi l’evolversi sul palco di quelle curiose vicende umane a cui presto saranno chiamati a riprendere parte. Ed è inevitabile non prendere emotivamente parte con loro alla storia, anche grazie all’eccezionale performance di Silvia Pasello, che si immedesima magistralmente nel personaggio probabilmente più sfaccettato dell’opera, una Moglie che non viene aiutata dall’antieroe di Santeramo nemmeno quando cade per terra, apparentemente morta, in quello che è sicuramente nel momento più stridente dello spettacolo.

Foto da Guido Mencari

D’altronde è questo il comportamento coerente agli ideali del Nullafacente, estremo nella sua non azione da cui possiamo essere affascinati quanto infastiditi. «C’è una parte di noi – dichiara Roberto Bacci – che si rifiuta di assistere a questa storia giudicandola assurda, pericolosa, tenebrosa. Eppure, se resistiamo nell’abitare quelle tenebre, si può scorgere una luce di cui, almeno una parte di noi, ha un necessario bisogno per “saper esistere”».A proposito di luce del saper esistere, eccoinfine, oltre a un caldo invito a vedere Il Nullafacente, un ultimo piccolo, intrigante e difficilmente casuale dettaglio dell’opera:nel corso della storia, tutti e cinque i personaggi si ritrovano in diverse situazioni ad aver bisogno di un accendino. Eppure a possederne ed usarne uno sarò soltanto lui, il Nullafacente.In un’epoca in cui siamo innegabilmente incatenati a ritmi e prestanza, in cui non facciamo altro che correre contro il tempo e ripetere la frase “sono un po’ stanco” nelle rare pause che ci concediamo, che sia forse un paradossale personaggio teatrale l’unico possessore del lume della verità?

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017

In copertina foto di Guido Mencari


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

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