La via italiana alla web tax, di Michele Sogari

Domenica 26 novembre sono stati votati in Commissione Finanze al Senato alcuni emendamenti per la legge di bilancio. Dopo la votazione, è stata di particolare interesse per la stampa l’approvazione dell’emendamento a firma Massimo Mucchetti, senatore del PD, per l’istituzione della cosiddetta web tax.

L’interesse per questo particolare provvedimento deriva dalla sua grande innovatività: la web tax è una tassa sulla vendita di servizi digitali del tipo “business to business” (vale a dire tra due aziende, non tra un’azienda ed il consumatore finale) che nel caso italiano è fissata al 6%. Il prelievo fiscale viene effettuato direttamente dalla banca che effettua la transazione. Fin qui, non sembrerebbe nulla di nuovo, solamente una nuova tassa. Invece, non è così.

L’istituzione di questa tasse è un passo importante per la regolazione fiscale delle grandi aziende digitali che dominano il web (come Facebook o Google) e che, sistematicamente, eludono miliardi di euro di tasse sfruttando le falle dei sistemi tributari dei vari Paesi e la competizione tra gli Stati. Questo accade anche nell’Unione Europea, dove il danno è stimato in circa 70 miliardi di euro annui.

Un’elusione fiscale di questa entità è possibile perché il sistema di tassazione che attualmente è in vigore in quasi tutti gli Stati considera la creazione di profitti e di ricchezza attraverso un sistema elaborato sulle caratteristiche dell’economia reale, che però mostra dei limiti su questi tipi di imprese digitali che si muovono in un mercato sostanzialmente immateriale.

Non potendo risalire chiaramente al luogo in cui vengono creati i guadagni per via delle caratteristiche stesse del prodotto venduto, infatti, per gli Stati diventa molto complicato richiedere alle aziende digitali di pagare le tasse sulla ricchezza prodotta.

La discussione su questo tema è annosa, e sia l’OCSE che l’Unione Europea stanno da diverso tempo cercando di portare avanti una discussione ampia sul tema che possa portare alla soluzione della questione.

Occorre però dire che l’opposizione dei Paesi che hanno una tassazione vantaggiosa per le aziende digitali (come Irlanda e Paesi Bassi, per citare due esempi europei) sta rallentando notevolmente questo processo di negoziazione. Questi Stati hanno infatti tutto da guadagnare dalla situazione attuale, dato che sono solitamente i prescelti dalle aziende digitali per stabilire le sedi regionali.

La lentezza del processo portato avanti dalle istituzioni europee e internazionali ha indotto diversi Paesi che subiscono questa situazione a cercare vie unilaterali per la soluzione del problema. È però necessario sottolineare come la complessità della materia e la difficoltà di non confliggere con i trattati internazionali ha portato al naufragio di molte delle leggi o dei progetti di legge che sono stati presentati sull’argomento.

Allo stesso modo, le istituzioni europee e internazionali non vedono di buon occhio le soluzioni unilaterali dei singoli Stati, cercando di promuovere una discussione complessiva e negoziale per superare il problema. Anche la dialettica interna agli Stati non è unilateralmente favorevole alla web tax: c’è chi infatti critica questo approccio in quanto distorsivo del mercato, e chi invece ritiene che semplicemente questo metodo è fallace.

Dopo tutto questo discorso, al netto delle critiche, una domanda sorge spontanea: perché la tassazione viene fissata ad una soglia così bassa? E in secondo luogo: una piccola azienda digitale dovrà pagare come i grandi colossi internazionali del web?

Innanzitutto occorre dire che, per cercare di colpire l’effettiva elusione delle grandi aziende digitali, per la web tax sono previste tutta una serie di esenzioni che permette di raggiungere effettivamente l’obiettivo, quantomeno sulla carta.

Per quanto riguarda la tassazione bassa, bisogna specificare che il tentativo messo in campo con la web tax è quello di assoggettare le aziende digitali al sistema di tassazione tradizionale: incrociando infatti i dati della web tax con lo spesometro, l’Agenzia delle Entrate potrà contestare la posizione delle aziende che superano una certa soglia di reddito. In questo modo si potrà stabilire per esse una “stabile organizzazione” in Italia, e sottoporle al regime di tassazione tradizionale. Non è quindi direttamente la web tax quella che dovrà prelevare il giusto importo alle aziende digitali.

Possiamo allora affermare che quello che inizia con la web tax è un processo che cerca di riportare all’interno della capacità fiscale dello Stato quanto viene solitamente eluso dalle aziende digitali, in grado di sfruttare al massimo la mobilità dei capitali finanziari e le disparità globali di trattamento finanziario.

Al momento, comunque, la web tax rimane una voce marginale all’interno del bilancio dello Stato: entrando in vigore nel 2019, è previsto un gettito di 114 milioni di euro, a causa della difficoltà nello stabilire il perimetro dei servizi da sottoporre a tassazione. Per adesso, il riferimento è quello della pubblicità online, ma il Ministero dell’Economia dovrà individuare esattamente quali servizi porre sotto l’egida della tassa entro il 30 aprile 2018.

Quella della web tax sembra, ad una prima occhiata, una questione tutto sommato di secondaria importanza. Ma se la analizziamo tenendo ben presente le tendenze economiche (che vedono le aziende digitali e tutto il mercato di Internet in fortissima espansione), possiamo renderci conto come la questione della tassazione e regolamentazione fiscale delle aziende digitali sia un tema importante per la sostenibilità finanziaria di lungo periodo degli Stati.

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017


Michele Sogari è uno studente di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Bologna. Le sue aree di interesse riguardano lo studio del mercato del lavoro e delle condizioni di vita dei lavoratori, nonché lo studio delle disposizioni politiche che regolano questi ambiti.

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