La zona cieca di Chiara Gamberale, recensione di Francesca Cangini

Dopo quasi 10 anni torna in libreria “La zona cieca” per Feltrinelli, con una postfazione di Walter Siti, il romanzo che ha segnato una svolta nel percorso letterario di Chiara Gamberale. Per il legame di tanti lettori con questo libro, a distanza di anni, Chiara Gamberale, decide così di ripubblicarlo. Un romanzo che quando è uscito fece molto discutere la critica, soprattutto in modo negativo, ma nonostante ciò vinse il premio Campiello nel 2008. Chiara ripresenta quindi il suo libro, incinta di nove mesi, a Roma, in un giorno in cui le parole sono scomposte dalle forti emozioni, e dalla Vita nuova che fa sempre più rumore. In una presentazione che è più un dialogo con i lettori: porsi delle domande insieme e rispondere attraverso il libro. Com’è possibile volersi bene senza farsi troppo del male? Com’è possibile fare in modo che gli altri siano un’opportunità, nonostante sia così difficile? Dove e come si trova la giusta distanza di sicurezza dall’altro, che ci consenta allo stesso modo di venire raggiunti “là dove fa sempre freddo”, come dice Lidia? L’amore sofferto può offrire una salvezza, un senso alle ferite che ci procuriamo nel nostro distratto modo di amare?

Copertina libro. Feltrinelli editore

La zona cieca, da cui il titolo, è quella parte di noi che non riusciamo a vedere, a capire, e che gli altri (per fortuna e purtroppo) invece vedono benissimo. Ognuno di noi, dentro di sé, in un angolino dimenticato, ha una zona cieca, una piccola area che noi non conosciamo, ma gli altri si, e improvvisamente ci sentiamo scoperti, ci sentiamo più fragili.

Qualcosa di diverso però accade a Lorenzo, scrittore «considerato una promessa importante della letteratura italiana contemporanea fin da quando aveva esordito», la cui zona cieca sembra avere dimensioni spropositate. Almeno a giudicare da quello che pensa Lidia, giovane e bella conduttrice della trasmissione radiofonica «Sentimentalisti anonimi», che raccoglie le confidenze notturne, i timori e le speranze di un variegato universo di anime solitarie, unite dalla comune fame di affetto. Lidia, appena uscita dall’ultimo di una serie di ricoveri in cliniche psichiatriche, si innamora di Lorenzo subito, per la certezza che lui «sarebbe rimasto». Lorenzo invece fin dal primo incontro non fa altro che cercare di andarsene, o almeno chiarire che se ne andrà, perché incapace di sostenere il peso di una relazione vera. Lorenzo ha quarant’anni ed è uscito a pezzi dal fallimento del suo matrimonio, sfrattato dalla sua casa, dove adesso vive la ex moglie insieme alla sua nuova compagna, incinta di due gemelli dell’ex marito. Dorme su un vecchio divano coi cuscini sporchi, in una casa lurida, non apre mai le finestre, non lava mai neanche un piatto, fuma, si droga, è un bugiardo compulsivo, non gli importa nemmeno di costruire un racconto coerente, di non contraddirsi, dice bugie per compiacere la persona con cui sta parlando, per farsi amare, per sedurre. Lidia è disposta a fare qualunque cosa per illuminare la zona cieca di Lorenzo, e rendere evidente il fatto che non solo lei ama lui, ma che lui ama lei. Non importa se Lorenzo la tradisce. D’altronde, “il mondo è pieno di donne tradite e di uomini abbandonati”. Non importa se le racconta bugie, tanto lo fa solo per evitarle dispiaceri. Non importa se si droga, beve, dimentica mozziconi in giro e non mette lo spazzolino dei denti accanto al suo. Un giorno, ne è convinta, capirà che non dovrà più cercare un “altrove”, perché avrà trovato il suo “dove” con lei. Ma il dove della loro relazione è un luogo astratto, fatto di continue ritrattazioni, di dichiarazioni contraddette, di fughe e resistenze passive, di ferite, per poi cercarsi e guarire e poi abbandonarsi e tradirsi. Si incontreranno mai in un punto finito?

La storia d’amore di Lorenzo e Lidia è raccontata con grazia su una trama avvincente, non ovvia. Interrotta dagli interventi degli ascoltatori radiofonici, testimoni di un universo in totale deriva sentimentale. Lorenzo e Lidia adottano un cane, comprano casa senza decidere se ci andranno ad abitare insieme. E senza che entrambi se ne rendano conto, Lidia si libera dal dolore che la costringeva ai ricoveri, e Lorenzo riesce a scrivere il libro contro il quale combatteva da tempo. Nelle loro vite è entrato Brian (uno stratagemma di Lidia) e ha cambiato tutto, inizia ad esserci la possibilità di comunicare, la possibilità di capire. E da quel momento la storia prende una direzione inaspettata fino a scivolare verso un finale sorprendente, un finale aperto, ma forse no. Lorenzo è quel tipo di uomo in cui si imbattono, prima o poi, tutte quelle donne “che amano troppo”, quel tipo di uomo che non cresce mai, che a tratti vorresti uccidere, a tratti ami con tutta te stessa. E’ colui capace di toglierti la voglia di vivere e, al contempo, di fornirti degli ottimi motivi per sopravvivere, per salvarlo, salvare te stessa. Per quel presunto amore a cui continuare ad aggrapparsi con tutte le nostre forze. La forza di Lidia, l’insicurezza del futuro, la rabbia contro Lorenzo, la paura di perderlo, e quella voglia assurda di perdonarlo ancora e ancora. Si è ciechi in amore, a volte si sopporta anche ciò che ci distrugge, per rimanere al fianco della persona amata. E qualche volta nella vita devi inventarti un Brian, perché senti che l’altro è lontano, che più parli e più ci sono incomprensioni, e allora devi rinunciare un po’ a te, inventando un’altra lingua per esprimerti. È per questo che il romanzo è in grado di non farti sentire solo, perché ti accorgi che quella solitudine, quel dolore, quella paura che senti quando sei davanti al fallimento di qualcosa in cui credevi, quando senti di dover portare avanti un’amore che in quel momento non riesce ad andare avanti, è una cosa reale, comune, che non succede solo a te. Lo stile è unico, essenziale ma perfettamente in grado di farti sentire dentro la storia e farti emozionare con i personaggi, è un libro che senti sotto la pelle. Con un ritmo particolarmente movimentato da diversi registri che alternano il parlato al narrato con grande abilità. Delicato e profondo, un po’ omeopatico. Terribilmente autentico, anche troppo. Nei confronti di questo libro, si nutrono sentimenti contrastanti, può dare fastidio, può piacere, ma l’unica cosa certa è che qualcosa ti fa provare, è un romanzo che ti scuote, nel bene e nel male. Leggere “La zona cieca” è molto spesso lancinante, è leggere e vivere, amplificare le emozioni, fare eco all’intensità dei momenti, sono pagine senza filtri, che ti scomodano e ti lasciano smarrito, e alla fine del libro non sai nemmeno se ti senti più sofferente o più libero.

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017

In copertina foto daPanorama

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