Lettera da Saigon, di Chiara Di Tommaso

Immaginatevi di entrare in un immenso formicaio e di diventare, all’improvviso, una delle 8 milioni di formiche che lo abitano. Ecco è più o meno questa la sensazione che si prova non appena usciti dalle porte scorrevoli dell’aeroporto di Hanoi, la capitale del Vietnam, nonché una delle maggiori metropoli in via di sviluppo dell’Asia e del mondo. Ma prima, guardiamoci allo specchio. I vestiti che indossiamo, le scarpe con cui camminiamo, i telefoni che abbiamo sempre in mano… buona parte di tutte queste cose è proprio qui che viene prodotta, eppure quanto sappiamo di questo paese?

Il Vietnam conta quasi 90 milioni di abitanti, distribuiti lungo una striscia di terra di appena 330 mila chilometri quadrati e ospita le sedi delle più importanti aziende multinazionali, dalla Samsung alla Canon, dalla Microsoft alla North Face, a cui si aggiungono le migliaia di imprese sconosciute che producono componenti per le grandi imprese. Si tratta di un paese che negli ultimi quindici anni ha conosciuto uno sviluppo economico e industriale rapidissimo, si è aperto al mondo, è diventato una importante meta turistica (nel 2016 l’hanno visitato 11 milioni di persone) e si è trasformato, profondamente, sotto tutti i punti di vista. Se per caso aveste pensato di recarvi lì con una guida scritta qualche anno fa, state sicuri che vi sarà più utile una volta buttata. Girando per le brulicanti città di Hanoi, Da Nang, Huè e Ho Chi Minh si riesce a percepire ad occhio nudo ciò che si legge nelle statistiche riguardanti il paese. È tutto in continua costruzione, i grattaceli vengono fuori come funghi e sostituiscono i palazzi dalla stretta facciata dell’epoca francese, si aprono hotel e ristoranti, si ristrutturano negozi, si costruiscono impianti pubblici e ferrovie sotterranee. Certo, l’elettricità corre ancora attraverso fasci di fili e cavi penzolanti per aria, ma non mancherà molto ai provvedimenti di sotterramento e alla modernizzazione anche di questi. Ciò che però in assoluto colpisce maggiormente è sicuramente la quantità di motorini che circolano per le strade. Le macchine costano ancora troppo e sono un lusso per pochi, ma le milioni di moto bastano a rendere il traffico delirante. Attraversare la strada diventa una scommessa, in quanto lo sciame indistinto e ronzante procede inesorabile: nessuno si ferma, nessuno rallenta, ognuno sembra avere la propria direzione e ci si limita, perseguendola, a schivarsi a vicenda. In tutto questo le persone stesse sono in continuo movimento e attività, instancabili lavoratori, assetati di spazio pubblico e luoghi di aggregazione. Le poche piazze e vie pedonali vengono invase da famiglie, giovani coppie, bambini che giocano. È un paese giovanissimo, più della metà della popolazione infatti è al di sotto dei trent’anni, e si percepisce in maniera lampante questa spinta verso il futuro, questa forza e fiducia delle nuove generazioni. Colpisce che vivano moltissimo la strada, come se, a discapito del caos cittadino in cui si sono ritrovati immersi, fossero ancora rimasti alla realtà del piccolo paese di campagna: in particolare cucinano e mangiano su bassissimi tavolini lungo i marciapiedi, come se attorno al loro non ci fossero le moto, i taxi, i turisti, i negozi. Da questo punto di vista somigliano molto agli italiani con il loro culto per il cibo e per la condivisione di esso. Hanno una tradizione culinaria che per varietà e originalità primeggia su scala mondiale. Passeggiando per le strade dunque, da una parte si hanno i motorini impazziti, dall’altra quelli parcheggiati, le bancarelle dei negozi e soprattutto le tavolate di famiglie e gruppi di amici che indipendentemente dall’ora del giorno mangiano il tipico Pho’. Capirete che lo spazio per camminare è assai poco, ma l’intrattenimento per un visitatore curioso armato di fotocamera non manca mai.

Foto Chiara Di Tommaso

Alla veloce industrializzazione e all’arrivo degli investimenti esteri è seguito un flusso migratorio dalle campagne alle grandi città, anche se l’agricoltura soprattutto nel nord del paese rimane un settore fondamentale. Le campagne sono tappezzate di distese di risaie: “Siamo il secondo paese al mondo per l’esportazione del riso”, afferma con orgoglio Khanh, che dal suo villaggio sul fiume si è trasferito nella capitale per studiare inglese e ora fa la guida turistica. È impressionante girare per i mercati, che si trovano in mezzo al traffico cittadino, per la quantità di prodotti della terra in esposizione. Il clima di quasi perenne estate, che alterna stagioni secche a quelle piovose, permette alle piantagioni di produrre praticamente di continuo, ogni tipo di frutto tropicale e di verdura. Montagne di banane, mango, noci di cocco, ananas, sacchi pieni di spezie e frutta secca, pesce e carne, sia cotti che crudi, fiori coloratissimi… e i contadini stanno lì, seduti per terra, con i prodotti dei loro campi da vendere, ma sembra quasi che non ci siano abbastanza persone per comprare tutte quelle cose.

Nonostante la forte urbanizzazione i villaggi sul delta del Mekong ci sono ancora, e sembrano appartenere ad un’altra epoca rispetto alle città. È qui che si vede l’altra faccia della medaglia, le baracche di lamiera costruite su palafitte, sono vere e proprie capanne sull’acqua; alcune famiglie addirittura vivono nelle loro barche di legno, in simbiosi con il fiume, ma in condizioni di estrema povertà. Nelle periferie delle metropoli poi la situazione è anche peggiore: “Il governo le ha fatte spostare dal centro, così che non stessero qui in bella vista”, spiega la nostra guida, indicando la riva libera del fiume che taglia il centro di Saigon. Preferiscono chiamarla ancora con questo nome la ex capitale del Sud, roccaforte americana durante la guerra, ribattezzata subito dopo ‘Ho Chi Minh’ in onore dello storico leader comunista vietnamita. “Oggi al partito di comunista sono rimasti solo il nome e la bandiera – prosegue con uno strano tono della voce – paghiamo tutto, comprese la sanità e l’istruzione”. Il Vietnam è stato dichiarato Repubblica Socialista con la riunificazione nel 1976, e la Costituzione entrata in vigore nel ’92 affida al Partito Comunista il ruolo di guida della società. La forma di governo rimane tutt’oggi monopartitica, ma molte sono state le riforme nell’ambito economico-sociale che hanno gradualmente trasformato il paese. Siamo di fronte ad un ibrido pieno di contraddizioni in cui uno Stato che definisce i propri obiettivi attraverso piani quinquennali di stampo comunista viene trainato dalla liberalizzazione dei mercati e in particolare dall’apertura agli investimenti esteri. Una realtà in movimento che si ispira al capitalismo americano ed europeo ma che è indubbiamente attratta anche dai successi economici della Cina che sono stati possibili proprio coniugando mercato e pianificazione.

Foto Chiara Di Tommaso

E poi c’è il ricordo della guerra, di cui ci si tende a dimenticare in mezzo a tutta questa vita. Un conflitto sanguinoso e recentissimo, durato quasi quindici anni dal 1960 al 1974, che ha causato 3 milioni di morti, ha stravolto il paese e scandalizzato il mondo. Il “Museo dei Residuati Bellici” a Saigon è letteralmente da pelle d‘oca. Una galleria fotografica senza alcuna censura, sbatte in faccia a chi entra le oscenità, il terrore e il dolore che la popolazione locale ha vissuto. Le proteste della contestazione hanno permesso all’epoca una risonanza mondiale, e poi le decine di film, libri e canzoni hanno fatto sì che se ne continuasse a parlare tanto, ma mai abbastanza. L’atrocità di quello che è stato è appena percepibile nelle sale davanti alle foto, che sono un grido disperato e indistinto contro qualsiasi guerra. L’immagine che più è rimasta incastrata nella mente di chi scrive è quella di una ragazzina, Tui Linh, nata dopo la fine della guerra senza braccia, una delle tante persone che hanno sofferto le malformazioni dovute alle bombe chimiche americane, lei però è riuscita ad imparare a scrivere e disegnare, usando i piedi.

Un dato è certo: i vietnamiti, in tutto questo cambiamento, attraverso tutta la complessità della loro storia, sono rimasti veri, sono rimasti loro. Il pescatore con la pelle seccata dal sole sulla sua barca di legno ora porta i turisti. La contadina in bicicletta con il cappello di paglia oltre ai fiori di campo vende cartoline. La vecchietta sdentata seduta per terra che taglia a fette la frutta ha imparato a dire “one dollar”. Dopo secoli di dominazione, decenni di colonizzazione e di guerra intestina, dopo essersi aperti al mondo ed essersi ritrovati all’improvviso il mondo in casa, sono comunque rimasti integri, forti della loro identità, della loro cultura. Non si sono persi, nonostante la confusione che regna nell’immenso formicaio.

Vox Zerocinquantuno n.19, Febbraio 2018

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