Ritorno sulla scena: quando un film rilancia una carriera, di Alessandro Romano

In un’epoca in cui spopolano le serie tv, sono diversi gli attori che hanno beneficiato di una parte per poter rilanciare la propria carriera. Fra questi, il caso più è eclatante, è probabilmente quello di Kevin Spacey. L’attore due volte premio oscar (con I Soliti Sospetti e America Beauty) da diverso tempo non interpretava personaggi all’altezza della sua fama ma è tornato alla ribalta grazie al ruolo di protagonista nell’acclamata serie House of Cards.

Un’altra serie diventata ormai di culto è True Detective, che ha segnato il ritorno sulla scena Matthew McConaughey. In realtà, in questo caso, quella di allontanarsi dai riflettori è stata una scelta volontaria dell’attore. Stufo di essere protagonista di pellicole per lo più romantiche o di commedie, decide di prendersi del tempo per lavorare su se stesso e riuscire ad ottenere ingaggi per ruoli drammatici. Il culmine lo raggiunge con il film Dallas Buyers Club, interpretazione incredibilmente intensa che lo porta a vincere l’Oscar come miglior attore protagonista.

Facciamo ora un salto nel passato. Se c’è un regista che ha la capacità di gestire un grande numero di attori e di metterli tutti insieme nello stesso film, quello è di certo Quentin Tarantino. Noncurante del periodo di fama che stanno vivendo gli attori, il regista del Tennessee sa perfettamente quale interprete gli serva e per quale ruolo, possa essere un debuttante, un nome sulla cresta dell’onda o un attore momentaneamente “accantonato” da Hollywood e dal pubblico.
Nel 1994 ha in mente una scena, una scena di ballo, vuole renderla al meglio e sa chi è l’attore perfetto per poterla realizzare:
John Travolta.
Diventato famoso in tutto il mondo per il musical
Grease e il film La Febbre del Sabato Sera, al talento attoriale ha sempre potuto abbinare quello come ballerino. Dopo però i fasti di film che hanno segnato più di una generazione, forse complice un’età anagrafica non più adatta ai ruoli di ballo, riesce a ritagliarsi solo parti in alcune commedie, come ad esempio la serie Senti Chi Parla.
Tarantino gli dà una chance, e insieme ad Uma Thurman – con quel gesto delle dita che passano d’avanti agli occhi – dà vita a una delle scene di ballo più famose della storia del cinema.
Dopo quella parte arriverà un altro ruolo importante per il ballo, ovvero, Micheal del 1996, ma
Pulp Fiction oltre a far tornare John Travolta alla ribalta del cinema mondiale, fa scoprire al pubblico una sua nuova veste, quella del “cattivo”. Da quel momento otterrà diverse parti da protagonista (o meglio da antagonista) in film come Face Off (1997), Codice Swordfish (2001) e Pelham 123 (2009), non disdegnando alcune incursioni nella commedia, come nell’apprezzato Una Canzone per Bobby Long (2004).

Torniamo negli anni 2000 e precisamente al 2008. Il regista Darren Aronofsky realizza The Wrestler, film su un ex lottatore di wrestling che accoglierà i favori della critica e del pubblico di tutto il mondo. Vincitore del Leone d’Oro al 65º Festival di Venezia ha come protagonista un vero e proprio mito degli anni ’80: Mickey Rourke.

Scena del film. (Foto da Serene Velocity )

Un talento sconfinato, una bellezza unica, è stato uno degli attori più importanti della sua generazione, con film che hanno fatto storia come A Cena con gli Amici (1982), Rusty il Selvaggio (1983), L’anno del Dragone (1985) 9 Settimane e ½ (1986), Barfly – Un Moscone da Bar (1987),Francesco (1989) e tanti altri, ma a partire dagli anni ’90 la carriera passa in secondo piano rispetto alle burrascose vicende private.
Film nel film, metafora della sua stessa carriera, Mickey Rourke ritorna sul ring, con quel monologo finale che sembra scritto dall’attore stesso: “
Molte persone mi hanno detto che non avrei più potuto combattere, ma non so fare altro. Se vivi sempre al massimo e spingi al massimo e bruci la candela dai due lati ne paghi il prezzo prima o poi. Sapete, nella vita si può perdere tutto ciò che si ama e tutti quelli che ci amano. Infatti non ci sento più come una volta, dimentico le cose, e non sono bello come un tempo. Però, maledizione, sono ancora qui!”.
Nominato per l’Oscar, sarà però Sean Penn ad aggiudicarsi la statuetta, che in sede di premiazione gli dedicherà il pensiero conclusivo del suo discorso con la frase “Mickey Rourke è rinato, ed è mio fratello”.
Anche se oramai con il volto gonfio e deformato dall’abuso di alcool e droghe, conserva ancora un fascino inarrivabile e sarà protagonista di pellicole come
Sin City: Una donna per cui uccidere (2014) e il blockbuster Iron Man 2 (2010).

Quest’ultimo film ci ricollega ad un altro filone che ha permesso a vecchi e nuovi attori di raggiungere il grande pubblico, il genere dedicato ai supereroi. Ed uno dei successi maggiori, proprio con Iron Man, è certamente quello di Robert Downey Jr.
Uno degli astri nascenti più luminosi di Hollywood tocca l’apice nel 1993 con la nomination all’Oscar per Chaplin. Anche in questo caso, l’abuso di droghe hanno tenuto l’attore lontano dalle scene per qualche anno con impegni presi per film, produzioni teatrali (Amleto) o serie televisive (Ally McBeal) cancellate per i suoi continui problemi con la legge.
Oltre a un contratto per dieci film con i Marvel Studios, Robert Downey Jr. sarà protagonista di altre pellicole importanti come i due film su Sherlock Holmes di Guy Richie, la commedia Parto col Folle (2010) ed il primo film indipendente da lui prodotto The Judge (2014)

Se le saghe sui supereroi sono stata una manna per tanti attori, c’è chi questo genere lo ha apertamente contestato, ed è il caso del grande regista messicano Alejandro González Iñárritu, che con il suo pluripremiato film Birdman del 2014 ne fa una feroce critica.
Iñárritu ha esplicitamente dichiarato che senza Michael Keaton non avrebbe realizzato il film. Anche in questo caso viviamo un’analogia con la reale parabola dell’attore. In Birdman (Leggi articolo Fabio Bersani) il personaggio principale è una star del cinema ormai in declino che ha avuto gli anni di maggior successo impersonando proprio un supereroe. Esattamente come nella realtà, Micheal Keaton, è stato l’interprete di una delle trasposizioni cinematografiche più importanti sul mondo dei fumetti, il Batman scritto e diretto da Tim Burton.
Dalla metà degli anni ’90 in poi l’attore della
Pennsylvania ha avuto parti in pellicole di scarso successo o in ruoli per lo più marginali. Ed oggi è forse l’esempio più lampante di quando un film riesce a rilanciare una carriera. Dal 2014 è diventato uno degli attori più richiesti, protagonista di alcuni dei film più importanti degli ultimi anni come Il Caso Spotlight (2015) e The Founder (2016), nonché dell’ultimo film di Spiderman (2017) – proprio il genere di film cui “Birdman” muoveva critica -, nel ruolo del “cattivo” l’Avvoltoio, creando una sorta di cortocircuito con il ruolo e il messaggio che il film di Iñárritu voleva trasmettere.

I film son quasi sempre metafore o esempi della vita. Spesso assistiamo a storie di rinascita o rivincita nei confronti della vita stessa. Questa volta l’esempio non ci viene però dallo schermo, ma dal dietro le quinte.
Sappiamo che in qualunque campo, ma ancora di più nell’arte, il successo può essere un’arma a doppio taglio: più ti porta in alto e più forte sarà il dolore nel caso di caduta.
Spesso sono i film a darci (perlomeno) un’ispirazione. Questa volta abbiamo voluto portare un esempio concreto, persone reali, che i film li interpretano. Quando sembra che il nostro successo sia appannato, in declino o addirittura terminato, può bastare un momento, un episodio, un “qualcuno” che creda in noi ancora una volta. Per questo non bisogna mai scoraggiarsi a cercare quell’occasione, quelle persone in grado di darci un’opportunità e continuare ad inseguire la nostra chance per rinascere e cominciare daccapo un’altra carriera, e magari, quindi, un’altra vita.

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.


In copertina foto da Houston Chronicle

(12)

Share

Lascia un commento