Se fossimo gatti nessuno ci avrebbe fermati… ma siamo profughi, di Viviana Santoro

Se fossimo gatti nessuno ci avrebbe fermati nasce come dichiarazione scritta su un cartone. Appello silenzioso lanciato all’indifferenza. Voci di rifugiati colte in un rapido flash che qualcuno ha avuto il coraggio di guardare con dignità, senza limitarsi alla fotografia del momento. Questi qualcuno sono la compagnia polacca STREFA WOLNOSLOWA, nome forse impronunciabile per molti italiani, ma che proprio sulla libertà d’espressione si basa. O meglio, sul dialogo interculturale, l’integrazione europea e i diritti umani.

Foto da YOUTUBE(https://www.youtube.com/watch?v=wY190LRbKZc)

È così che, nata come disperata dichiarazione scritta su un cartone, Se fossimo gatti nessuno ci avrebbe fermati si trasforma in «uno spettacolo in cui le arti del teatro, della danza e delle installazioni multimediali si incontrano per raccontare la storia di un uomo che attende al confine, alle soglie dell’Europa». Infatti, l’idea della giovane compagnia teatrale trae spunto proprio da quell’appello, lanciato da alcuni rifugiati bloccati nei campi temporanei disseminati lungo la tratta balcanica. Idea che, come si legge nella pagina web ufficiale della STREFA WOLNOSLOWA, si è lasciata nutrire da documenti, interviste, testimonianze, conversazioni autentiche scambiate via WhatsApp tra i volontari che lavoravano al confine di Opatowiec nell’autunno 2015.

Foto da strefawolnoslowa.pl

E in effetti sono proprio le frasi lapidarie, le parole pronunciate in modo asettico, le domande incalzanti e scomode, rivolte ai rifugiati e a cui non sempre si vorrebbe rispondere, che colpiscono lo spettatore in tutta la loro freddezza. Freddezza nella quale, forse, ci siamo chiusi un po’ tutti a furia di ascoltare, quasi con indifferenza o senso d’impotenza, le notizie che quotidianamente rimbalzano da telegiornale in telegiornale, da paese in paese. Notizie di emigrazioni, di fughe aberranti e spesso fallimentari, di disperati gesti, non condivisi o non condivisibili. Quasi come se quelle storie non ci toccassero che tangenzialmente, come se dietro quella massa informe non si nascondessero tante vite umane, ognuna con la propria storia alle spalle.

Ma la freddezza non passa solo attraverso quelle parole prive di sentimento. Infatti, l’intero spazio scenico è rivestito, tanto le pareti quanto il palco, da metalliche coperte termiche, che riflettono una luce quasi sempre bianca o cerulea, con immediato rimando al gelo delle acque e alla sconfinata vastità del mare. Richiamo che raggiunge il suo apice nel cuore della perfomance, quando un’attrice polacca, di carnagione chiara, recupera tutte le coperte disseminate a terra e, in lunghi e interminabili minuti, striscia al suolo muovendo quei brandelli argentei, che la fagocitano e la risputano fuori, a intermittenza, come onde spumeggianti e minacciose.

È evidente, però, che dietro a quelle coperte e al loro uso si nasconda altro. Del resto, pur di coperte termiche si tratta. Al di là dell’evidenza tutt’altro che simbolica con cui appare in scena questo oggetto appartenente alla quotidianità del campo profughi, lo spettacolo echeggia il desiderio del calore domestico, di una casa, di un “nido”, di appartenenza. Come quando, in preda alla sua furia, l’attore, questa volta di colore, usa quelle coperte sfrigolanti per rivestirsi degli abiti tradizionali africani, rimanendo impalato in una posa scultorea che, a poco a poco, si disfa e si sgretola al suolo.

Foto da http://strefawolnoslowa.pl

Al desiderio di calore si accompagna il desiderio di concretezza. Sì, perché la verità è che ciascun uomo, a prescindere dal suo stato di “profugo”, necessita di non essere considerato come fugace apparizione, come comparsa incorporea; figuriamoci un uomo in quelle condizioni: «non vogliamo restare qui per sempre», denunciano i rifugiati sul cartone, «vogliamo sapere cosa hanno in programma per noi. Nessuno ci dice niente. Ne abbiamo abbastanza di vivere in questo vuoto e nella paura». Del resto, uno sfollato chiede proprio d’essere guardato e riconosciuto in mezzo a quella massa informe, ha bisogno di uno sguardo «diretto, profondo, benevolo, che gli restituisca dignità, pienezza, integrità umana». Perché, come ha ricordato di recente David Grossman, «senza uno sguardo umano, mirato, consapevole e rivelatore (anche di sé stesso) non esiste infatti alcuna vera azione sociale né politica».

Foto da www.facebook.com/MetBO2017/

Ecco, quindi, come la compagnia STREFA WOLNOSLOWA sembri recuperare l’appello lanciato dai rifugiati per ridare loro, almeno scenicamente, una voce e un corpo. Allora non è un caso se, ogni qual volta i due attori si ritrovano l’uno di fronte all’altro, nel pieno e voluto contrasto delle loro carnagioni, essi interrompono le rispettive azioni per attivare un contatto fisico con l’altro, in una scena che riempie interi minuti di silenzio con quel gesto semplice e quasi ancestrale.

Ma se lo spettacolo nasce come esito di campagne sociali e educazione multiculturale portate avanti dall’eterogenea compagnia polacca, anche il luogo che lo ha ospitato, tra il 3 e il 5 novembre scorsi, nutre uguali interessi e si organizza attorno agli stessi temi. Si tratta dello spazio MET, acronimo per “Meticceria Extrartistica Trasversale”, gestito dalla compagnia CANTIERI METICCI, che organizza e conduce laboratori di teatro dislocati in tutta la città di Bologna e rivolti a gruppi interculturali che coinvolgono anche richiedenti asilo e rifugiati. In un lavoro lungo e appassionato, che passa per coinvolgimenti sociali e sinergie collettive. Un lavoro che tenta di dare una risposta sociale (e politica) all’evidenza di un cambiamento in atto.

Ecco, mentre guardate alla televisione un altro prevedibile servizio sull’ennesimo gruppo di profughi approdati alle coste italiane a bordo di un barcone fatiscente, osservate un uomo in particolare, sconvolto e sofferente. Uno come ne avete visti tanti, a migliaia, al punto di divenirne trasparente. Immaginatelo in un momento diverso della vita, com’era solo fino a poche settimane fa, a casa sua, libero, con una routine, con una famiglia, amici, una professione. Immaginate la musica, i cibi che amava, magari una sua modesta passione per qualcosa. Immaginate i suoi segreti, la sua intimità, qualche debolezza, qualche virtù. Un essere umano. Niente di più, ma certamente niente di meno. […] Insistete a vedere visi umani. 

David Grossman

(video)

Se fossimo gatti nessuno ci avrebbe fermati

Regia: Alicja Borkowska

Dramaturgia: Przemysław Pilarski

Con: Mamadou Goo Ba, Aleksandra Bożek-Muszyńska, Katarzyna Stefanowicz

Musica: Ray Dickaty

Video: Maria Porzyc

Visto a: Bologna, spazio MET, 4 novembre 2017

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017


RIFERIMENTI UTILI:

Viviana Santoro, laureata in Italianistica, docente al liceo, spettatrice accanita e attrice occasionale, nutre una passione viscerale nei confronti delle parole, nel loro significato in continua evoluzione; quest’interesse l’avvicina all’uso che il teatro fa delle parole e, più in generale, al teatro come linguaggio sperimentale e come strumento didattico.

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