Spiriti, demoni e animali. Pietro Gargano: forme per una soggettività collettiva, di Roberta Antonaci

Dipinge graffiando il cartone con le unghie e il suo animale guida è il gatto. Pietro Gargano è un artista siciliano che fa arte con le sue mani, letteralmente, senza uso di strumenti intermedi. Nel 2010 ha portato agli estremi la sua tecnica mantenendo lo stesso stile: le opere sono realizzate con pastelli a olio, frantumati e poi schiacciati sul cartone, e l’immagine nasce dal particolare modo in cui l’artista graffia il supporto.

“Teschio alieno III” 58×38 cm 2017. Pietro Gargano

Le caratteristiche formali della sua produzione sono ben visibili nei quadri, il gesto creativo lascia impressa una traccia profonda sul cartone. Inoltre, gli strati di colore si sovrappongono facendo trasparire il rapporto stretto con la materia.  Gargano non pone nessun altro strumento di mediazione tra sé e il quadro, il suo rapporto con l’opera è, a suo dire, “violento”, istintivo, qualcosa che lo vede avvicinarsi, appunto, a un felino. Queste caratteristiche rendono la sua poetica Informale, manifestazione artistica sviluppatasi nella prima metà del ’900.

La messa in forma dei suoi soggetti è profondamente legata ai contenuti che gli stessi soggetti veicolano, in un’ideale triade che vede lui come fautore di un’arte che lo attraversa quasi fosse un dovere, e che, pur in assenza di un progetto iniziale univoco, è estremamente coerente nel tempo. Tutte le sue opere infatti si presentano allo stesso modo: dal punto di vista compositivo sulla scena-quadro non vediamo altro che uno sfondo colorato su cui poggiano le figure del suo immaginario, forme perlopiù riconducibili all’universo animale, ma che, come vedremo, non smettono mai di rappresentare l’uomo. Prima di arrivare alle figure vere e proprie, però, vale la pena di provare ad analizzare l’uso dei colori. Essi sono fondamentali al fine della creazione di un codice che ha permesso all’artista di creare il linguaggio delle sue opere. Tale codice cromatico permette a noi spettatori di decifrare questo linguaggio e interpretare l’opera. In ogni quadro è presente un forte contrasto, che consente alle figure di spiccare sullo sfondo. La luce e i colori maggiormente luminosi rappresentano il lato positivo della rappresentazione; laddove la luce si affievolisce, e prevalgono l’ombra e i colori scuri, abbiamo la controparte negativa della rappresentazione. In un articolo del 2015 è stato detto che Gargano ha in mente un’idea di società “cattiva”.

“Scheletro di smilodonte”, 48x58cm, 2015. Pietro Gargano

Ciò che egli vuole in realtà sottolineare, ci spiega oggi, è che il problema della società, cattiva nel senso di troppo facilmente soggiogabile da “demoni” come il denaro, deriva dal fatto che gli uomini non sono disposti a fare i conti con il loro lato oscuro. Per l’artista l’uomo è naturalmente composto di due istinti, uno positivo e l’altro negativo, che hanno necessità di trovare il giusto equilibrio. Se l’uomo nega a se stesso il riconoscimento di uno dei due lati, cercando di sopprimere il proprio lato oscuro, non fa altro che alimentarlo. La violenza del graffio di Gargano trova ampio significato a partire da questa dicotomia insita nell’uomo e rappresentata nelle sue opere. “L’essere umano dev’essere consapevole che ha un lato un po’ ombroso. Si tende sempre a pensare che il lato ombroso sia negativo invece occorrerebbe solo conoscerlo, farselo ‘amico’. È necessario prendere consapevolezza di ciò che abbiamo dentro. Esistono un lato considerato, dalla massa, negativo e un lato positivo. Per raggiungere un certo equilibrio interiore bisogna conoscerli entrambi. Questo è il senso della mia poetica.”

Solo una volta che si sia presa coscienza della tecnica di realizzazione dell’opera di questo artista si può passare a interpretare i suoi soggetti. Gli animali delle rappresentazioni sono la forma che prende il lato oscuro dell’uomo se viene represso. Non solo animali, che risalgono a una produzione non proprio recente, ma anche demoni e spiriti ci vengono incontro con questo obiettivo. Per Gargano ogni cartone rappresenta una parte dell’uomo, buona o cattiva, ma che lui ha dovuto tirare fuori con violenza, a fatica, fino a portarla agli occhi dello spettatore perché questi ci possa fare i conti. Un esercito di figure “interiori” che vuole costringere gli esseri umani a guardarsi dentro. Da questo punto di vista, per la funzione che lui stesso definisce catartica della sua produzione, l’obiettivo dell’opera – non dell’artista − è quello di esorcizzare il male dell’uomo, e questo a prescindere dal fatto che la sua arte piaccia o no. L’artista produce intensamente veicolando un messaggio che pretende di arrivare a tutti, anche a chi non apprezzi il suo modo di fare arte, o il tratto violento dei suoi dipinti, o le figure inquietanti rappresentate, la bidimensionalità e tutti gli aspetti che lo avvicinano a un modo quasi “bambinesco” (definizione dell’artista) di dipingere.

Ho parlato poco fa di triade, per ora abbiamo visto il segno-gesto e l’oggetto, ciò che manca è proprio l’artista. Gargano si definisce uno sciamano (“persona considerata intermediaria tra gli uomini e il mondo degli spiriti” Garzanti Linguistica). Questo può far sembrare che egli sopravvaluti la sua figura. In realtà è l’esatto contrario. L’artista è in questo caso il pennello con cui è realizzata l’opera, non gli interessa di piacere o meno, egli sente di avere un innato dovere nei confronti dell’uomo, un dovere che è come un’energia che lo attraversa, e lo spinge alla creazione. Egli stesso non ha la necessità di ragionare troppo su ciò che fa e su come farlo. La sua arte è un graffio che vuole colpire lo spettatore e condurlo a riflettere.

“Pesce mostruoso” 38×58 cm 2016. Pietro Gargano

Le definizioni di genere e stile in questo caso sono formulate a posteriori rispetto all’opera e hanno meno rilevanza: sembra non esserci altro se non l’esigenza di un contatto diretto con l’umanità con cui egli si mette a confronto, cui parla, utilizzando il linguaggio più spontaneo che conosca, l’immagine. L’impatto con le opere è tutto per lui, ma anche per lo spettatore, una comprensione che potremmo definire epifanica. L’artista è in questo caso sempre nei panni dello spettatore, per far entrare lo spettatore nei suoi panni. Costruendo un linguaggio molto personale, in realtà Gargano lavora in funzione di un linguaggio universale, e lo trova nel gesto forte delle sue mani sulla tela, nel colore, nei contrasti di luce, e, infine, nelle figure in continua metamorfosi. Non a caso egli dice che “l’arte è come l’amore”. L’arte, in effetti, è per lui una forma di amore universale, condiviso. L’artista come soggetto è spezzettato in tutte le sue opere che a loro volta rappresentano frammenti dell’essere umano in sé, e, perciò, di chi la guarda. L’artista è le sue opere ma anche l’umanità di cui parla e a cui si rivolge. In questo senso il lavoro di Gargano può rispecchiare una definizione contemporanea di soggettività, come prospettiva da cui si guarda qualcosa: il soggetto è al contempo la produzione e l’interpretazione dell’opera. E quindi è tanto soggetto lui che crea l’opera quanto chi la guarda. È questo il motivo per cui il nostro artista è così connesso ai suoi spettatori, si definisce antiaccademico, e non usa altri strumenti se non le sue mani. Non è la perfezione della rappresentazione a interessarlo, per lui dipingere è un’esigenza. Nei testi zen della cultura giapponese il soggetto è svuotato della sua intenzionalità cosciente per “trasformarsi in veicolo ricettivo di un’azione che si fa attraverso di lui, come l’arciere zen del tiro con l’arco che riesce a colpire il bersaglio solo quando smette di mirare, arrivando ad uno stato di sospensione della propria volontà e intenzionalità. A quel punto ‘l’azione si compie’, senza un suo intervento ma solo ‘attraverso di lui’.” (Patrizia Violi, Lo spazio del soggetto nell’enciclopedia, in Paolucci, a cura di, Studi di semiotica interpretativa, Bompiani, 2007, p. 195).

Nel definire la sua attività puramente istintuale Gargano lascia che l’opera si compia attraverso di lui, che questo messaggio universale che a volte gli è stato suggerito dai sogni si faccia linguaggio attraverso la sua produzione artistica.

Vox Zerocinquantuno n.17, dicembre 2017

 

In copertina “Cane Randagio” 48×33 cm 2011. Pietro Gargano


Profilo instagram artista   


Roberta Antonaci ha conseguito la laurea triennale in DAMS arte e la In copertina “Cane Randagio” 48×33 cm 2011magistrale in Semiotica presso l’Università di Bologna. Esperta di arte, applica le teorie della comunicazione al fine di leggere anche le più recenti forme di espressione artistica a partire dai loro aspetti formali, e a questi dedica la sua ricerca sul campo, esplorando mostre ed eventi legati al tema.

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