Un amore ad Auschwitz, di Francesca Paci. Recensione di Francesca Cangini

Una storia d’amore dai contorni leggendari, inspiegabilmente e ingiustamente dimenticata, che la giornalista Francesca Paci ricostruisce per la prima volta in tutti i suoi aspetti grazie a fonti attinte dall’archivio del museo statale di Auschwitz: documenti dell’epoca e testimonianze dirette dei pochi sopravvissuti. Una storia d’amore improbabile, ambientata in uno dei luoghi più improbabili del mondo, una coppia improbabile. I protagonisti sono Mala Zimetbaum, ebrea polacca cresciuta ad Anversa, e Edek Galiński, un ragazzo poco più giovane di lei, polacco ma cristiano. Si incontrano nel 1943, nel campo di concentramento di Auschwitz. Si innamorano e decidono di fuggire insieme, addirittura, ci riescono. La fuga dei due innamorati durerà poco, qualcosa andrà storto e saranno riportati nel campo.

Mala è una figura complessa, non era una prigioniera come le altre, la sua conoscenza delle lingue (ne parlava cinque: polacco, fiammingo, francese, tedesco, inglese, yiddish) la rese indispensabile per l’organizzazione del campo. I nazisti l’avevano subito adoperata come aiutante, fin dalla sua prima deportazione a Malines, per redigere le liste dei prigionieri, poi ad Auschwitz come interprete, staffetta e fattorina avendo accesso a tutto il campo. Ma soprattutto, il fatto che, quando poteva, manipolava le liste delle prigioniere: assegnava lavori meno faticosi a chi era in cattive condizioni e, se riusciva, toglieva di nascosto i nomi dagli elenchi di chi era destinato alle camere a gas.

Foto da Utet libri

«Con ogni probabilità Mala sostituiva i numeri delle persone ancora vive con quelle di altri già morti». Ancora oggi ci sono persone che devono a lei la vita, «Non l’invidiavamo. […] Al contrario, risvegliava in noi l’idea che qualcosa fosse possibile. L’adoravamo. Era bella e seria, in lei non c’era mai civetteria», diranno di lei.

Lui, invece, era ad Auschwitz fin dal 1940, arrivato su uno dei primi convogli, con un gruppo di prigionieri politici polacchi a solo 17 anni. Ad Auschwitz sopravvisse lavorando come meccanico, legando con gli altri prigionieri. Quando Mala arrivò nel campo era diventato un punto di riferimento per molti. Sembrava naturale che i due finissero per incontrarsi, meno, che nascesse una storia d’amore.

La storia di Mala e Edek, raccontata da Francesca Paci nel libro Un amore ad Auschwitz, è una storia vera, «una favola senza lieto fine, come talvolta accade alle favole vere». È una storia censurata, dimenticata, trasmessa solo per «memoria orale», e poche altre testimonianze, vaghe. Non è semplice capire perché.

Il loro è stato un amore scandaloso: nell’ambiente da cui lei proveniva, non era vista di buon occhio l’unione tra un’ebrea con un cristiano. Questo aiuta a spiegare, almeno in parte, la dimenticanza, la censura su un personaggio che, a suo modo, è stato eroico. La loro relazione getta luce su un altro aspetto del lager, spesso lasciato in ombra, nello sfondo. Perché mostra la possibilità dell’amore: il fatto che anche ad Auschwitz, nell’orrore delle deportazioni, tra le migliaia di omicidi, sofferenze, crudeltà, esistevano momenti di bellezza.

Il libro di Francesca Paci – ben documentato tra testimonianze ed analisi di documenti “anche se non si tratta di una ricostruzione storica”, afferma l’autrice – fa sì che questo obiettivo sia raggiunto: “Sono orgogliosa di raccontare la storia di Mala e Edek -scrive- non perché sia più importante o commovente dei milioni di altre storie sterminate dai nazisti, ma perché parlando d’amore si racconta di qualcosa che anche chi non ha avuto esperienza del campo può comprendere e dunque perpetuare quando gli ultimi protagonisti non parleranno più”.

Libro interessante e scorrevole; non si tratta di un romanzo, ma il risultato di un’indagine giornalistica molto dettagliata. La narrazione scorre veloce ed attrae la delicatezza con cui sono trattate le tragiche vicissitudini all’interno del lager.

Due ciocche di capelli e due numeri. Resta solo questo di Mala ed Edek che scoprirono di amarsi nel campo di concentramento, una rivincita della vita e dell’umanità contro un sistema progettato appositamente per annullarle e annientarle.

Vox Zerocinquantuno n.19, Febbraio 2018

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