Bombino, una ventata di Rock Blues dal deserto, di Eloisa Grimaldi

Girovagando per l’estate bolognese mi sono imbattuta nella programmazione di BioParco, l’evento “in esterna” del Biografilm Festival 2016, organizzato al Parco del Cavaticcio.

Lo spazio dal taglio teatrale ospita quello che resta del vecchio porto della città, dove l’acqua sotterranea emerge e forma un placido fiume incastonato in un bel progetto artistico e architettonico in cui le scalinate sfumano nell’acqua. Un piccolo ponte unisce le due sponde e durante il Festival l’intera area, inclusi i giardini attorno, si anima di chioschetti che rifocillano gli avventori, alla sera si alza il profumo dei cibi, si chiudono le sedie sdraio sulle terrazze formate dai gradini, la luce bassa permette di proiettare sulle mura antiche i trailer muti dei film presentati.
In questo spazio anomalo, che sfida l’abitudine ad una visione centrale, il palco è oltre il fiume rispetto all’ingresso, attraversare il ponticello segna quindi il passo verso la musica.

Desert blues, così veniva definito in cartellone il genere musicale della serata, non conoscevo l’artista, ma ho presto imparato ad apprezzarlo ed oggi Bombino capeggia tra le mie prime scelte musicali.

Pseudonimo di Goumar Almoctar, Bombino è un musicista illuminante, la sua musica si può definire transculturale e allaccia un canale tra le culture, cantautore Nigerino di etnia Tuareg elabora un rock-blues dove spicca la chitarra elettrica alla Jimi Hendrix e rinnova le sonorità dell’Africa Sahariana con i brani cantati in lingua Tuareg. Nelle ritmiche fatte ad intrecci modulari si intravede una trama, come in un mandala le cui parti si ripetono via via modificandosi ed ampliano il disegno sonoro fino ad includere chi ascolta, travolgendolo in una danza.

Foto cumbancha.com
Foto cumbancha.com

Il concerto si apre in acustico, un trio con Bombino centrale alla chitarra folk, basso elettrico e alla sezione ritmica una percussione africana ricavata da una zucca. Da subito si capisce la particolarità di questo sound dove spicca la libertà della chitarra capace di contenere e armonizzare melodie e variazioni che si riverberano poi in tutta la strumentazione, la ritmica è semplice eppure arriva fresca e nuova, mai ripetitiva, mai noiosa. Guardando questa prima parte di spettacolo l’idea di atmosfera è sognante e luminosa quanto nostalgica, arrivano sentori di un’Africa che sembra vicina, ondeggia tra le dita dei musicisti che dialogano tra loro e con il pubblico, sempre più rapito dai ritmi circolari che sembrano quasi cullare. Ma ecco che dopo qualche brano il trio si scioglie, si spezza la nenia trasognata per dare spazio ad una sferzata dinamica, se prima erano in proscenio ora cambiano gli strumenti in retropalco, si nota solo ora una batteria e il concerto volge velocemente in elettrico aumentando decisamente il voltaggio al sound.
È qui che emerge un’altra anima, potente e più rock della band, il basso elettrico squilla sulle note acide della chitarra che insegue veloce i nuovi ritmi. Si apre una nuova sonorità coinvolgente che vibra sottopelle e raggiunge tutto il pubblico in un’unica onda, siamo tanti, sempre più persone e sempre meno spazio.

Senza accorgermene tutto il piazzale attorno si è riempito, la musica ha fatto da richiamo e il pubblico si muove in una danza ondulare, entusiasta della serata di prima estate che regala un cielo limpido e un concerto stupendo, alla portata di tutti perché gratuito e quindi ancora di più inclusivo. Orecchie diverse ad ascoltare: il gruppo di giovani già piazzati davanti al palco dal pomeriggio per accogliere la loro star, gli avventori dell’ultimo minuto, studenti, turisti, famiglie, uno strano mix che rallegra. Dall’alto del mio metro e sessanta mi ingegno per scrutare tra le fessure degli “alti” i musicisti sul palco, Bombino non parla, sembra avvolto da una qualche timidezza, lo fa invece il bassista, capello lungo intrecciato in dread sottili, si rivolge al pubblico in francese e pare che Bologna non si tiri indietro nella sfida linguistica e lasci entusiasta e stupito il musicista che ha trovato come comunicare.

Sembra che l’intera vita del cantautore, difficile e speciale, si sublimi nella sua musica e si insinui nella mente di chi ascolta, che riesca a raccontare pur senza traduzioni, il destino di lotta e fuga che ha attraversato, come lui stesso racconta in un’intervista, fuggendo da Agadez tre volte e per tre volte tornando.

Quello che risuona della sua musica sembra proprio allacciato ai sapori di casa, di una lingua che non si piega al colonialismo, una vocalità che conserva l’energia del deserto e che riscrive i confini del Rock Blues allargandone l’orizzonte, ricordando l’African Blues di Alì Farka Tourè.
Così facendo la musica si trasforma in azione sociale e politica, intaccando il monopolio della cultura americana e sfumando le barriere de “genere” per restituire al panorama musicale la ricchezza che ogni parte del mondo sa produrre nella sua intima diversità.

Vox Zerocinquantuno, n 3 Settembre 2016


Eloisa Grimaldi laureata in DAMS, approfondisce il campo degli Studi Interculturali con un Master, appassionata di teatro, musica, umanità e poesia, si occupa di diffusione culturale musicale, sviluppa metodi formativi tramite le arti teatrali e collabora a progetti editoriali di stampo sociale e indipendente.

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