La sopravvivenza della scuola nella fase due, di Matteo Scannavini

La sopravvivenza della scuola nella fase 2

La fase 2 dell’emergenza coronavirus si profila con una serie di graduali riaperture, da cui, pare ormai certo, almeno fino a settembre sarà esclusa la scuola. L’improvviso e necessario salto nella dimensione dell’e-learning si è contraddistinto per uno sforzo congiunto apprezzabile di molti docenti, famiglie e alunni ma porta con sé problemi strutturali ancora irrisolti e in parte irrisolvibili. Se infatti alcuni settori lavorativi potrebbero e dovrebbero attuare una conversione parziale allo smart working in futuro, altrettanto non può valere per la scuola. Lo ha ribadito una lettera aperta da migliaia di firmatari alla ministra Azzolina, in cui genitori e insegnanti chiedevano maggior considerazione per la scuola nell’agenda governativa e la riapertura anticipata delle strutture, come avvenuto in altri paesi europei. Per ora, l’unico cenno di sblocco prima dell’estate discusso dal ministro Azzolina è stata la possibilità di un esame orale di maturità in presenza, per non privare gli studenti di celebrare di persona il rito di passaggio. Ma l’idea non fa che confermare un approccio cieco alla vera dimensione problema e ambiguo rispetto alle due strade percorribili: portare fino in fondo all’autunno la chiusura o, più auspicabilmente, tentare da subito di ripristinare la reale vita scolastica, e non il suo sempre più vuoto rito di conclusione.

Il primo mese abbondante di didattica a distanza ha prodotto un insieme di sforzi di aggiornamento tecnologico e ripensamento di lezioni e verifiche. Pur senza una diffusa competenza digitale e infrastrutture adeguate, molti docenti hanno saputo organizzarsi velocemente e arrangiarsi alla meno peggio. Nelle prime settimane di quarantena queste risposte sono state giustamente lodate per aver salvato il salvabile, ora è tuttavia il momento che alternative sostanziali e di lungo respiro sostituiscano le improvvisazioni in emergenza.

La scuola deve tornare una realtà in presenza per molteplici ragioni. Un motivo è il divario digitale tra le diverse famiglie e aree geografiche, che ha accentuato le già profonde disomogeneità del sistema d’istruzione. Non tutta l’Italia gode ancora di copertura a banda larga e non tutte le famiglie hanno sufficiente traffico internet e dispositivi per far usufruire ciascun figlio delle lezioni.

Investimenti in dotazioni tecnologiche possono aiutare ma non risolvono altre questioni sostanziali e logistiche, non ultima la difficoltà dei genitori nel coniugare esigenze lavorative, quando possibili, e assistenza a figli piccoli. Le scuole primarie e dell’infanzia sono infatti un istituzione fondamentale non solo in chiave educativa ma anche di custodia dei minori, un sostegno che ora viene meno insieme all’abituale assistenza fornita dai nonni. Attendersi che un adolescente segua in autonomia le lezioni davanti a uno schermo è lecito, pretenderlo da un bambino no. Non vanno inoltre sottovalutati i danni della sovraesposizione a schermate video, finora limitati con lezioni più brevi e intervallate. Oltra alla già lunga serie di problematiche elencate, va ovviamente sottolineata la pesante assenza della dimensione sociale e comunitaria della scuola, inaccessibile alla sfera dell’e-learning.

Non hanno quindi torto i firmatari della lettera al ministro Azzolina nel chiedere garanzie e interventi tempestivi per la fase 2 che ripristino una vita scolastica più vicina alla normalità. Ma ad oggi, nonostante le proteste, le notizie dal Miur sono orientate ad una riapertura in settembre. Al momento, sono confermate solo alcune linee guida relative alla conclusione dell’anno: nessuna bocciatura, possibilità di rimandati a settembre, maturità formata da un’unica grande prova orale valutata da una commissione di soli docenti interni (non metà e metà come prima) più presidente esterno.

All’appello di Paolo Giordano sul Corriere della Sera per far sì che almeno la maturità non diventi telematica, la ministra Azzolina ha rassicurato dichiarando di voler fare il possibile affinché i ragazzi possano vivere una degna conclusione del loro percorso. Una questione che appare, però, di scarso rilievo a fronte di tutti i problemi elencati.

Gli scenari, con una certa dose di semplificazione, sono due. Nel primo, più auspicabile, si sposa una visione che cerchi di riavviare la vita scolastica già da metà maggio, con i dovuti compromessi al pari delle altre attività, organizzando piani di sanificazione e misure di distanziamento sociale nelle strutture, magari con turni di lezioni differiti e aumento del personale. Nel secondo, più probabile, si sceglie per la tutela del diritto alla salute di confermare la chiusura delle scuole fino a settembre. In tale caso, verso cui sembra indirizzato il governo, occorrerà allora la coerenza di non fare eccezioni per gli esami. Quell’aurea di sacra ritualità che permea l’immaginario comune della prova di quinta è un fenomeno sopravvalutato e meno vissuto di quanto si creda da molti studenti: non è che una prova, stressante ma puntualmente superata da tutti, di cui rimane un voto che rispecchia, con una certa elasticità, la carriera scolastica.

Non si matura nel momento del diploma, dopo aver stretto la mano ad un presidente di commissione, ma giorno dopo giorno negli anni trascorsi sui banchi, interagendo con coetanei e professori. È nelle relazioni umane che si esprime la vera anima della formazione ed a è questo valore che la scuola deve trovare modo di ricongiungersi, il prima possibile.

Vox Zerocinquantuno, 22 aprile 2020


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

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