I giovani nel tempo: classe III A Liceo scientifico statale A.B. Sabin / Istituto Parri:Educazione nelle tribù africane, di Rachele Monti

L’educazione nelle società africane comincia al momento della nascita e si conclude con la morte e sono i genitori che si assumono la responsabilità di educare i propri figli fino a che questi non raggiungono lo stadio dell’educazione tribale; il loro obbiettivo è di educare i bambini nella tradizione della famiglia o del clan chiamato nella lingua Gikuyu “otaari wa mocie o kerera kia mocie”.
L’educazione dei neonati è completamente in mano alla madre e alla balia e viene svolta tramite le ninne-nanne che racchiudono tutta la storia e le tradizioni della famiglia e del clan. Quando il bambino incomincia a imparare a parlare, la madre gli insegna ad articolare correttamente le parole e a fargli conoscere tutti i nomi importanti della famiglia, sia del passato che del presente sempre attraverso canzoni destinate a divertire il bambino, in modo che la storia e le tradizioni della famiglia del bambino diventano un’influenza stimolante nella sua vita. Quando i bambini iniziano a camminare, i genitori iniziano un tipo di educazione congiunta attraverso giochi infantili: i bambini sono liberi di fare qualsiasi gioco purché non sia dannoso per la loro salute e solitamente imitando i grandi, il gioco diventa un’anticipazione della vita adulta. Quando un bambino supera lo stadio dell’infanzia, il padre si cura dell’educazione dei figli maschi mentre la madre delle femmine e dei bambini. Il padre ha il compito di introdurre il figlio maschio nel mondo del lavoro attraverso un addestramento molto severo gli insegna svariate cose sull’agricoltura (occupandosi dell’orto di famiglia), dell’allevamento, e del proprio mestiere, oltretutto gli parla delle terre della famiglia, del clan e della tribù e gli vengono indicati con cura i confini. La madre si assume la stessa responsabilità nell’insegnare alla figlia i doveri domestici e i lavori agricoli e di sera si occupa anche dell’educazione del figlio, istruendoli sulle leggi e i costumi, in particolare quelli che governano il codice morale e le regole generali di comportamento della comunità, tramite il folklore e le leggende della tribù. Un bambino passa dall’infanzia all’adolescenza in primo luogo quando gli vengono forati i lobi delle orecchie poi con il rito d’iniziazione che è il passaggio definitivo per entrare a far parte totalmente della tribù. In seguito all’iniziazione vi è il matrimonio che segna l’inizio della vita coniugale che è alla base della famiglia.
I gikuyu lavorano di gruppo, si basano sulla collettività che rende più agevoli i compiti difficili, “kamoinge koyaga ndere”; un individuo egoista, presuntuoso o individualista “mwebongia”, non gode di alcuna stima o rispetto in una tribù dove non esistono questioni veramente individuali in quanto ogni cosa ha una risonanza morale e sociale.

La sessualità tra i giovani nelle tribù africane

Nelle tribù africane, l’infanzia termina con la perforazione del lobo che avviene quando una ragazza ha tra i sei e i dieci anni, mentre ai maschi le orecchie non vengono bucate prima dei dieci o dodici anni. Tuttavia il passaggio più grande e drastico per un’adolescente è la circoncisione grazie alla quale un ragazzo o una ragazza sono ammessi a far parte della comunità in tutto e per tutto durante il quale attraverso canti e danze vengono date le informazioni essenziali per la vita all’interno della società.
Il rito d’iniziazione ha il compito di insegnare al giovane il rispetto per gli anziani, le maniere da adottare nei confronti dei superiori di diverso grado e come rendersi utile al suo paese; questa prova insegna all’adolescente come sopportare il dolore, a riflettere attentamente sulle cose e a non agire d’impulso. Quando una ragazza è pronta per essere circoncisa, le viene insegnato come comportarsi quando sarà sposata, l’insegnamento le viene impartito da sua madre e dalle donne anziane che appartengono al consiglio consultivo femminile, “ndundu ya atumia”. Il ragazzo circonciso diventa un guerriero, un ballerino, mangiatore di gran buon cibo, viene considerato un uomo vero e proprio, un adulto, un membro della tribù in tutto e per tutto; lui, oltretutto, acquisisce il diritto di ereditare e può pensare a sposarsi e a mettere su casa per conto proprio.
In seguito al rito d’iniziazione i giovani organizzano danze notturne e diurne tra membri della stessa età per trovare l’anima gemella; il luogo d’incontro delle giovani coppie è in una capanna speciale, “thingira”, dove avviene “ombani na gweko” ovvero l’amore platonico e le carezze. Il ngweko avviene in luoghi privati in quanto i Gikuyu considerano volgare una simile manifestazione di affetto, ed essendo un atto sacro, deve essere eseguito in modo sistematico e ben organizzato: le ragazze portano cibo agli innamorati nella capanna e in seguito al banchetto il gruppo si divide nelle diverse coppie, scelte liberamente ovvero “kuoha nyeki” a patto che appartengano allo stesso gruppo di età e che non siano famigliari, che entrano in un momento di intimità. All’interno di un gruppo d’età ci si può scambiare il partner, come avviene nel matrimonio, i giovani infatti vengono abituati a coltivare lo spirito di cameratismo e di solidarietà di gruppo prima del matrimonio.
Durante il ngweko il ragazzo si spoglia completamente mentre la ragazza tiene la gonna e la lega in mezzo alle gambe, in modo da proteggere le parti intime in quanto deve arrivare vergine al matrimonio; i due innamorati giacciono così uno di fronte all’altro con le gambe incrociate in modo da impedire ogni movimento delle anche, e si accarezzano e si dicono dolci frasi d’amore fino ad addormentarsi; al ragazzo fin da bambino gli viene insegnata la tecnica dell’autocontrollo che gli permette di dormire con una ragazza senza avere rapporti sessuali. Lo scopo principale di questo rapporto è il godimento del calore del petto, “orugare wa nyondo”, e non il raggiungimento della soddisfazione sessuale completa. Il ngweko, essendo un rito sacro, ha delle norme e dei tabù che lo regolano, infatti la donna può permettere all’uomo di penetrarla parzialmente (anche se è severamente vietato e contrario alla legge tribale che punisce bollando d’infamia agli occhi dell’opinione pubblica i due colpevoli), deve mantenere sempre la stessa posizione durante il rapporto in quanto non può dare le spalle all’uomo e non può toccargli il pube, l’uomo a sua volta non può spogliarla; se accade una di queste cose, viene considerato atto impuro ed entrambi devono andare da un purificatore e se la ragazza rimane incinta i due giovani vengono puniti dalla comunità. Prima dell’iniziazione ai ragazzi vengono insegnate dai genitori le cose del sesso, e i tabù sessuali ma non vi è alcun rapporto tra padri e figli che si preparano alla futura unione con la masturbazione, la quale è considerata sconveniente per le ragazze; a causa di queste restrizioni, la pratica dell’omosessualità è sconosciuta, in quanto la libertà di rapporti concessa ai giovani di sesso opposto la rende inutile.

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016


Riferimento bibliografico
Kenyatta Jomo, La montagna dello splendore, A. Mondadori, Milano 1990.

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