A capo coperto, Maria Giuseppina Muzzarelli, di Giacomo Bianco

C’è tanta gente alla Ambasciatori di Bologna per la presentazione dell’ultimo lavoro di Maria Giuseppina Muzzarelli, docente di storia medievale, già autrice tra gli altri di ” Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo ” e “Breve storia della moda in Italia”. L’argomento del velo richiama molti spunti di riflessione e fatti di cronaca piuttosto recenti ma, sopratutto, tanta è la curiosità di conoscere la storia di questo “oggetto inanimato che crea tanta animosità”, come lo definisce l’autrice stessa. Perché è nato? Come si è diffuso?

Introducendo i motivi che l’hanno spinta a scrivere questo libro, la docente spiega che, innanzitutto, l’obiettivo era cercare di analizzare l’oggetto in se, la sua natura e non il suo valore simbolico. Da quando compare, chi lo produce, quanto costa, di cosa è fatto, quali sono i colori e le forme, le occasioni, le modalità, chi lo impone e chi reagisce alla sua imposizione.
Dalle sue parole si palesa anche l’altro obiettivo della sua ricerca: evidenziare la netta differenza con cui oggi si guarda al velo rispetto alla generazione passata. Negli anni sessanta esso era un simbolo di emancipazione e vanità per le donne, lo si ammirava sulla testa di Jackie Kennedy, lo si vedeva svolazzare su quella di Audrey Hepburn all’interno di macchine scoperte, era il simbolo di donne “liberate”. Oggi invece è ben diversa l’idea che abbiamo quando vediamo una donna velata….

Ed è a questo punto che la discussione si sposta sulla cronaca recente. Si accenna alle due giocatrici di beach volley egiziane che alle olimpiadi di Rio, hanno disputato il match  contro la Germania vestite da testa a piedi, e una delle due indossava addirittura il velo. Come anche all’episodio del poliziotto francese che nella spiaggia di Nizza, ha costretto una donna a togliere il burkini.
Tutto ciò porta a disquisire sulle legislazioni occidentali in merito alla copertura del capo che consentono l’utilizzo del velo a patto che si rimanga riconoscibili, si mantenga l’identità. Sale il mormorio in sala invece quando si descrive il decreto francese che vieta l’ostentazione di simboli religiosi, in quanto non tutti, compresa la Muzzarelli, sono d’accordo nel considerare il velo islamico un ostentazione.

Alla fine della presentazione, la scrittrice definisce la sua netta, ma sempre sobria e pacata, presa di posizione riguardo alle “giornate del velo”: “Pur rispettando l’usanza di coprire il capo da parte delle donne islamiche, tuttavia non sono d’accordo sulle “giornate del velo”: io non lo metto! Non perché abbia niente contro il velo, anzi quando ero giovane ho cercato anche io di fare una bella figura con quei foulard sulla testa, ma in questo caso, si tratta di essere fieri delle proprie origini e di dare valore alla propria storia. Il fatto che oggi tutte le donne e ragazze attorno a me possono camminare a capo scoperto è il frutto della nostra storia, una storia che parla di passaggi, di difficoltà, di lotte, di stratagemmi e io voglio che la si rispetti. Gradirei anche che se andassi nei paesi in cui si usa, si accogliesse comunque la mia testa scoperta con i miei bei capelli bianchi.”

Edito da Il Mulino, “A capo coperto” di Maria Giuseppina Muzzarelli si presenta come una via di mezzo tra un saggio breve e un romanzo di genere che, pur mantenendo l’ordine e la chiarezza tipica del saggio, riesce tuttavia a sgravare il peso delle informazioni storiche rendendole fluide nella scorrevolezza del testo.

Queste pagine narrano la storia del velo e delle donne che lo hanno indossato nei secoli. Donne che lo hanno subìto come segno di dipendenza nei confronti dell’uomo, segno di pudore, una sorta di prevenzione contro la tentazione e la lussuria. Da San Paolo a Tertulliano, la raccomandazione è sempre stata la stessa: le donne sono un pericolo e devono essere coperte per salvaguardare la società dalla corruzione dei buoni costumi.
Il testo però è anche racconto di donne che invece hanno sfruttato questa imposizione a loro vantaggio abbellendolo e rendendolo un oggetto di seduzione. Proprio le matrone di Bologna del XIII secolo, racconta la Muzzarelli, per protesta cominciarono ad indossare copricapi d’oro e finissimi, una sorta di “obbedienza creativa” che fece lievitare la varietà di modelli di velo, trasformando la costrizione in un momento di protagonismo e di visibilità, episodio assai raro se non unico per l’epoca.

La ricerca della docente porta a definire il velo un segno antropologico, un simbolo di soglia. Rappresenta il rito di passaggio dalla vita laica a quella religiosa, dal nubilato al matrimonio. Ma il libro è soprattutto un viaggio attraverso le manifatture e le botteghe del velo, dove per la prima volta le donne iniziarono a comparire nei registri contabili e nelle corporazioni rompendo l’ordine stabilito dell’occultamento del lavoro femminile. Attraverso le stoffe, i colori e le acconciature teatrali che abbellivano le teste delle dame del Rinascimento e ancora, attraverso le immagini e le iconografie sacre, i capi coperti delle madonne e le ricche matrone raffigurate dagli artisti che hanno testimoniato, nel corso del tempo, l’evoluzione di questo indumento davvero speciale.

Una lettura interessante e leggera che cerca di sdoganare il velo dal peso ideologico che porta con sé nell’immaginario collettivo odierno dove ormai è stato esclusivamente eletto simbolo della conflittualità morale di due mondi contrapposti, delineandosi “solamente” e meravigliosamente una storia di donne e di veli.

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