Accoglienza migranti: le parole dell’operatrice di un centro di accoglienza, di Luca Vignoli

Abbiamo intervistato Zineb Khaloui, operatrice del centro di accoglienza Santa Caterina di Bologna che ha parlato di accoglienza ai migranti ad un convegno all’istituto Parri. Zineb ci ha parlato dell’importanza economica dei migranti per il nostro paese, nonché del modo in cui vengono accolti e di ciò che hanno bisogno.

Zineb, come funziona l’apparato economico che gestisce i migranti?

Si dice che l’Unione Europea abbia predisposto quote di migranti da destinare proporzionalmente ad ogni paese membro e abbiamo assistito all’accusa da parte del nostro governo che soprattutto i paesi nordici e dell’Europa orientale non vogliono accogliere le quantità a loro assegnate. Il fatto è che la UE paga al paese ospitante ben 250.000 euro per ogni profugo accolto nei centri d’accoglienza e l’Italia, a causa dei suoi problemi economici, è troppo interessata a tenersi anche quelle quantità di migranti che dovrebbero essere allocate altrove. L’Italia l’anno scorso ha incassato dalla UE 25 miliardi di euro e, d’altra parte, i paesi europei che dovrebbero aprire le porte sono troppo contenti che noi ce li teniamo.

Questi soldi a chi vanno?

Ogni persona inserita in un centro di accoglienza riceve una retta giornaliera di 35 euro. Di questo totale al diretto interessato vengono dati 4,50 euro per il cibo e 2,50 euro per le spese voluttuarie.
I restanti 28 euro servono per pagare tutte le figure professionali che si muovono intorno ai centri (operatori, mediatori linguistici, avvocati), per comperare vestiti e soprattutto scarpe, per acquistare prodotti per l’igiene personale, per pagare i trasporti, per compensare l’avvocato che cura la causa per ottenere l’asilo politico.
Anche le cooperative ci guadagnano, soprattutto quelle che non spendono come dovrebbero quella parte di diaria di 28 euro che gestiscono direttamente i centri d’accoglienza:
quando al mattino arrivo in “Santa Caterina”, faccio gli ordini per i pasti, organizzo le pulizie, accompagno chi ne ha bisogno all’ospedale, dall’avvocato, ovunque ci sia una necessità. Tutti questi servizi si potrebbero fare in modo molto ridotto e risparmiare sugli operatori, perciò, purtroppo, anche la criminalità organizzata ritiene vantaggioso occuparsene.

“No one is illegal” a Bologna. Maggio 2017 (Foto G.B.Certa)

Come avviene l’accoglienza?

Prima di tutto va precisato che per un migrante, se dichiara d’essere spinto da motivazioni economiche, non ci sono speranze di ottenere un permesso di soggiorno. Per questo la maggior parte è pronta a giocarsi la carta del perseguitato. Una cosa però deve essere chiara a tutti: affrontare questa odissea comporta un trauma altissimo senza considerare l’alta probabilità di non farcela.
L’inizio della lacerazione è nel loro paese, dove sono maturate le condizioni per cui una persona ha dovuto fuggire. Se ci fosse un’alternativa, essa sarebbe meglio dell’odissea che ogni profugo deve sostenere. Il viaggio un incubo, ma, se una persona decide di attraversare questo inferno, è perché non può far diversamente.

Se si riesce a mettere piede sul suolo italiano, la prima accoglienza avviene in un Hot Spot. Qui si cerca di porre rimedio alle patologie più diffuse tra i migranti come i pidocchi, la scabbia, la tubercolosi. Inoltre, vengono prese le impronte digitali e il tutto sotto la vigile attenzione di un militare armato.
Dopodiché si arriva agli HUB. Quello di Bologna sorge in via Mattei: oggi qui sono accolte 649 persone per una capienza di 280, massimo 300 persone.
“Non si devono confondere gli HUB coi C.E., centri di espulsione, nei primi si può uscire liberamente per la città, nei secondi no: si è in attesa del rimpatrio. E’ praticamente impossibile però rimpatriare. Giunti qui ti danno un nome e un cognome, una data di nascita e un luogo di provenienza e sembra tutto chiaro. Allora tu chiami l’Etiopia, chiami la Somalia e ti senti dire che a loro non risulta nessuno che abbia quelle referenze. Provare a rispedirli in Libia è impensabile: si incontra la massima ostilità. Altre persone più bisognose di aiuto Vanno nei CAS oppure negli Sprar.

Chi sono queste persone più bisognose?

I nostri ospiti portano sulle spalle storie terribili. Quando ho messo piede per la prima volta in Santa Caterina c’era una donna con un pancione enorme. ‘Maschio o femmina’, ho chiesto; ‘Ma ti sembra che io abbia potuto far delle analisi? Non so nemmeno se è vivo o morto!’
C’è un ragazzo senza una gamba. E’ arrivato in Italia strisciando o portato dai vicini. La sua pelle è leggermente più chiara e, probabilmente, era stato giudicato albino. Imprigionato per servire da materia prima per certi riti propiziatori deve essere riuscito a fuggire lasciando per strada una gamba. C’è un ragazzo cieco, ma cieco nel senso che non ha gli occhi: gli sono stati strappati in Nigeria perché deve aver visto qualcosa che non si può vedere. Ho conosciuto un ragazzo con un’enorme cicatrice, un minore; quasi sicuramente mentre era svenuto nel deserto, devono aver tentato di asportargli gli organi.
E soprattutto ci sono le donne, le donne con le storie orribili per essere state in Libia o per venire dall’Etiopia, dalla Nigeria, dalla Somalia.
Sono paesi da cui puoi essere rapita da persone comuni per chiedere un riscatto sotto lo sguardo indifferente della polizia; in Libia ci sono tendopoli di prostitute: devi subire torture come quelle medievali, accogli i clienti con i bambini al fianco. Sono loro le strateghe della migrazione, quelle che meglio sanno quando il rischio di venire sopraffatte durante il viaggio è affrontabile. Hanno capito che conviene partire solo se sono incinte. Anche se incinte saranno ugualmente violentate da qualcuno, soprattutto in Libia, ma almeno subiranno meno torture. A sentire le loro storie, c’è da perdere qualsiasi fiducia nel genere umano.

Quali sono i requisiti per diventare operatore?

Se siete disposti a prendervi carico di trenta, quaranta persone, dei loro problemi, delle loro aspettative, questo è il lavoro adatto per voi. Quando i migranti arrivano in Italia pensano di essere nel paese delle meraviglie, ma la realtà è un’altra ed è nostro compito aiutarli. Noi riscontriamo problemi proprio nella quotidianità quando la loro cultura si scontra con la nostra. In India si mangia seduti, in Marocco in un unico piatto; in Nigeria non è gradito chi guarda gli altri mangiare: è una forma di indebito giudizio su ciò che mangio.
Se l’operatore vuole svolgere il suo compito e costruire percorsi individualizzati di integrazione, non può accontentarsi di conoscere i fatti, anche se si tratta di fatti decisivi come lo stupro subito in Camerun o cose del genere. Devi riconoscere la sua psicologia, capire cosa lo motiva per il futuro, quali sono i valori di riferimento, ma, più concretamente, devi capire se vuole tornare in Francia ed aiutarlo a raggiungere lo scopo.

Un altro problema è quello della richiesta d’asilo…

Al di là dei limiti della legislazione italiana, intervengono anche i valori culturali del migrante, spesso vero e proprio ostacolo per l’accoglimento della richiesta da parte dei giudici dei Centri territoriali.
Dichiarare per esempio che sei omosessuale e che nel tuo paese ti perseguitano, garantirebbe una sicura accoglienza della domanda d’asilo, vista la sensibilità della magistratura per i diritti civili e umani. Molto più inefficace per il successo dell’istanza sarebbe dichiarare da parte di una donna di essere sieropositiva e che nel suo paese non ci sono le medicine necessarie per curarsi. In questo caso le resistenze dimostrate da parte dei giudici sono state tantissime, sia per la scarsa considerazione di queste contagiate sia per la paura della diffusione del contagio in Italia.
Una volta compresa tale dinamica, sarebbe facile per una persona costruire una condotta processuale idonea ottenere l’asilo politico, ma molti migranti maschi non ammetterebbero mai di essere omosessuali, pur essendolo talvolta realmente, soprattutto in presenza di un mediatore africano, tanto più se connazionale.
Non ci sono violenze, stupri, torture che tengano: la vergogna di una simile ammissione è insostenibile per la sua coscienza.

 

A questo punto dobbiamo riflettere sulle possibili soluzioni a questo problema. In queste settimane i presidenti dell’Eurozona si sono confrontati e hanno convenuto su una maggiore cooperazione con la Libia, paese chiave per gli sbarchi in Europa. Il fatto è che finché in Africa ci saranno guerre, carestie e in certi casi sovrappopolazione la migrazione non finirà. Essa ha toccato l’Europa solo da quando la mancanza di un governo forte in Nordafrica ha permesso gli sbarchi. Qualunque politica verrà messa in atto sicuramente richiederà molto tempo prima che dia i suoi frutti, perciò è importante che oggi si lavori per una giusta accoglienza e per una sensibilizzazione della popolazione contro le teorie xenofobe.

Vox Zerocinquantuno n 15, ottobre 2015

 

In copertina: manifestanti alla “No one is illegal” #BolognaAccoglie. Maggio 2017. (Foto G.B.Certa Profilo Facebook)


Luca Vignoli (17 anni) frequenta la quinta superiore al liceo scientifico tradizionale A.B.Sabin. Ha collaborato con l’Istituto Storico Parri per la ricerca e la divulgazione dei giovani nella storia e con Vox Zerocinquantuno per la redazione di articoli sulla scuola.

 

 

 

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