Alternanza di opinioni, di Matteo Scannavini e Chiara Di Tommaso

Ci ritroviamo i volantini in mano, mentre saliamo le scale d’ingresso della nostra scuola. Quei volantini che di solito vengono accartocciati e buttati per terra con noncuranza, questa volta ricevono un po’ più di attenzione da parte dei ragazzi: si parla di manifestazione studentesca… – Finalmente, quest’anno si occupa! – pensa qualcuno. Il tema non è dei più nuovi, si torna nelle piazze contro l’alternanza scuola-lavoro, sicuramente uno dei punti più discussi e controversi della legge 107 del 2015, meglio conosciuta come la “Buona Scuola di Renzi”. Questa assegna alle scuole superiori un totale di 400 ore, per gli istituti tecnici e professionali, e di 200 ore per i licei, da svolgere durante il triennio, alternate appunto alle ore di didattica tradizionale. In cosa consistano nella pratica queste ore, in cosa sia e cosa non sia “alternanza”, in che modalità e con quale criterio vada scelta, sono proprio gli interrogativi e i conseguenti problemi cui le proteste e le critiche fanno riferimento. Dal nostro punto di vista di studenti di Liceo Scientifico a Bologna, sulla base di quella che è stata la nostra personalissima esperienza in questi due anni in qualità di cavie, in quanto prima annata per la quale si è attivato il nuovo decreto, ci sentiamo nella posizione di poter esprimere un nostro giudizio a riguardo.
Per citare quasi letteralmente una nostra professoressa: la nuova legge è stata “gettata” sulla scuola, ma in quanto tale dobbiamo rispettarla ed impegnarci per trarne fuori il meglio. Così da un giorno all’altro gli insegnanti si sono ritrovati il difficile compito di dover cercare enti disponibili e di dover organizzare con questi improvvisati percorsi formativi, e gli studenti a doverli effettuare. I dubbi e le perplessità da entrambe le parti erano tante sin dall’inizio: come era possibile con lo stesso tempo a disposizione alternare lo svolgimento delle lezioni e questa nuovo impegno? Per forza di cose si è sforato nelle ore extracurriculari, si è rimasti indietro con i programmi, ci si è ritrovati a svolgere attività che di lavorativo avevano ben poco. Nel nostro caso dunque il primo anno di esperienza ha confermato le forti criticità che avevamo già intuito dalla proposta. La nostra alternanza scuola-lavoro di terza superiore si è infatti principalmente realizzata in un’attività di collaborazione con lo Youngabout Film Festival, un interessante concorso cinematografico internazionale: il progetto, che avrebbe dovuto consistere nella partecipazione all’organizzazione, pubblicizzazione e documentazione del festival da parte degli studenti, si è di fatto per noi tradotto nella semplice visione di pellicole, per altro di qualità, nell’arco delle mattinate di un’intera settimana altrimenti scolastica. Tutti quelli di noi col sogno di guadagnarsi da vivere andando a sedersi al cinema, hanno così avuto un vero assaggio del mondo del lavoro. Ironia a parte, tale esperienza è stata solo un esempio di quell’esito negativo che è sempre stato inevitabile conseguenza del problema a monte dell’alternanza scuola-lavoro: la maggior parte degli enti lavorativi, in assenza di una qualsiasi forma di incentivo, è legittimamente e totalmente disinteressata ad investire tempo e personale per un percorso di collaborazione con studenti liceali dalla preparazione puramente teorica. Per effetto di ciò le scuole, con a carico il complesso fardello di impegnare in qualche attività concreta centinaia di ore, hanno ammantato sotto l’indefinita etichetta di “alternanza scuola-lavoro”, un insieme di attività eterogeneo, che spazia dalla visione di film alla pulizia dei muri, dai corsi di diritto al volontariato, arrivando alla partecipazione a conferenze degli argomenti più disparati e persino all’orientamento universitario.

Foto da Corriere Nazionale

Sulla base di queste premesse, risulta inoltre completamente secondario che il progetto proposto con l’ente lavorativo, di per sé già complicato da trovare, abbia una qualche inerenza con il percorso di studi dei ragazzi. Eppure, a seguito del successivo anno di alternanza, nel nostro caso rappresentato da una suggestiva attività di ricerca storica con l’Istituto Parri relativa a diverse manifestazioni contemporanee e non della povertà, siamo gradualmente riusciti a vedere sotto una nuova luce il significato del progetto della legge 107 per i licei. L’ambiguità del nome “alternanza scuola-lavoro” e l’assoluta genericità del contenuto delle tante ore che impone, illudono gli studenti alla possibilità di partecipazione a stages, ad un contatto anticipato con una vero e proprio ambiente professionale. Il riflesso deformato di questa illusione sulla ben diversa realtà in cui figurano i progetti proposti, ha spesso così portato all’utilizzo dell’appellativo “tempo perso”. Eppure non è così, almeno non sempre. Abbiamo avuto prova che queste ore, pur restando probabilmente troppe, pur figlie di una legge sicuramente impostata male che mette in difficoltà le scuole, possono comunque avere un proprio valore formativo, possono essere una nuova forma di educazione che opera su altri fronti nella costituzione della cultura personale, qualcosa che vale la pena di “alternare” alle tradizionali lezioni in classe. D’altronde, se non fosse stato per l’esperienza con l’istituto Parri, chi vi scrive non sarebbe mai entrato in contatto con questa rivista e le parole qui riportate non potrebbero esistere.
Bisogna pertanto metter sulla bilancia quelli che sono meriti e difetti di questa iniziativa, noi cercando di fare ciò siamo arrivati alla conclusione che le proteste degli studenti sono in parte condivisibili e giustificate. Pur includendo la solita fetta di esaltati che ha solo voglia di perdere una lezione per andare ad urlare in piazza e che avanza pretese assurde quali l’essere pagati per ricevere una formazione extrascolastica, le manifestazioni coinvolgono anche studenti che giustamente richiedono una più chiara e articolata spiegazione della legge per una messa in pratica migliore e più utile per tutti.
Dunque, nell’attesa di necessari e dovuti provvedimenti, ci teniamo questo progetto così com’è, con numerose imperfezioni quante opportunità, come sarebbe sempre giusto fare, con la maturità di dargli almeno un’occasione mettendoci in gioco in qualcosa che potrebbe sempre stupirci.

Vox Zerocinquantuno n 16, novembre 2017


In copertina studenti protestano a Milano (Lapresse) foto da Corriere.it

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