Alternanza Scuola-Lavoro. L’insegnamento della storia nella scuola italiana, di Maele Allorio e di Luca Vignoli

La scuola italiana  si è trasformata ampiamente nel corso dei vari decenni che vanno dal fascismo ad oggi, in particolare riguardo le materie insegnate, i programmi di indirizzo, e la condizione sociale degli studenti.

La selezione sociale

Durante il fascismo l’accesso alle scuole era estremamente classista. Nel 1923 solo il 60% della popolazione infantile nazionale frequentava la scuola elementare, con percentuali di renitenza ben più alte in aree rurali soprattutto meridionali. Oltre a fattori economici e culturali che spingevano le famiglie più povere ad impiegare i loro figli nel lavoro e a non ritenere necessaria per le bambine un’istruzione di base, si aggiungeva una pessima organizzazione della scuola primaria: classi sovraffollate fino a 60/70 alunni, mancanza di spazi, cattiva distribuzione degli insegnanti sul territorio nazionale, selezione inutile degli alunni sin dalle prime classi (più di un terzo della classe non veniva promosso).

La grande massa di alunni usciti dal ciclo elementare, poi, se non avviata immediatamente al lavoro, veniva comunque incanalata in una scuola triennale a carattere professionalizzante.

L’esplicita intenzione della riforma Gentile, di ridurre fortemente il numero degli studenti liceali ad un gruppo selezionato ed avviare più rapidamente gli adolescenti verso il mercato del lavoro fu analogo alla volontà di limitare l’accesso alle scuole statali superiori della popolazione femminile.

Per quanto riguarda gli ordinamenti della scuola media superiore il punto forte della “riforma Gentile”, che prende il suo nome dal ministro che la istituì nel 1923, fu la creazione del ginnasio-liceo classico, visto come luogo di formazione esclusivamente culturale e rivolto solo alla formazione di una ristretta èlite destinata a divenire classe dirigente.

Nel privilegiare il liceo classico, le altre scuole d’istruzione media e media inferiore venivano necessariamente classificate di secondorango: l’unico grado liceale che sopravvisse fu quello scientifico che però non permetteva

l’iscrizione alla facoltà di lettere, di filosofia e di giurisprudenza.

Un tale ordinamento classista sopravvisse Anche dopo la guerra e fu scardinato solo dopo le rivolte studentesche del ’68 e del ’77.

L’orientamento culturale

Da un punto di vista ideologico in epoca fascista la propaganda politica era molto infiltrata anche nelle scuole tramite l’insegnamento di diverse discipline
esplicitamente fasciste. Tra queste vanno ricordate “Nozioni varie e Cultura fascista” e “Storia e Cultura fascista”. La fascistizzazione dei giovani italiani, inoltre, era affidata ad istituzioni esterne alla scuola come l’Opera Balilla.

(foto tratta da http://www.savonanews.it/2009/04/15/leggi-notizia/articolo/millesimoquotla-scuola-fascistaquotincontro-venerdi.html)


Ovviamente queste materie furono abolite dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma l’ideologia fascista rimase nelle scuole e restarono invariati anche i programmi delle materie tradizionali. Il clima cambiò radicalmente solo dopo le contestazioni del ’68, ma esse non sono riuscite a rinnovare la scuola come sarebbe stato necessario.

In questa sede si vuole affrontare un problema particolare, ma di importanza generale: l’insegnamento della storia. Nel periodo liberale (1861-1922) e durante il fascismo (1922-1945) gli insegnanti di storia svolgevano un programma che arrivava fino alla più vicina contemporaneità; in età repubblicana, dal 1946, invece, nella scuola italiana lo studio della contemporaneità è scomparso.

Quali le ragioni di tale scomparsa?

Sicuramente nel clima della Guerra Fredda si temeva che i docenti trattassero certi temi fondamentali in base alle loro ideologie politiche e trasformassero le aule in luoghi di contrapposizione propagandistica.

Un cambio di passo venne fatto negli anni ’70 proprio grazie alle rivolte studentesche, ma tutt’ora l’insegnamento della storia arriva, salvo rare eccezioni, alla Seconda Guerra Mondiale. Ciò non dipende da imposizioni ministeriali, poiché non c’è nessuna imposizione. Con nostra grande sorpresa abbiamo scoperto che nel ’99 il ministro dell’istruzione, Luigi Berlinguer, ha abolito i programmi delle materie. Perché i docenti hanno continuato ad insegnare come se tutto ciò non fosse avvenuto?

La risposta più immediata consiste nel fatto che si sia creata una tradizione talmente radicata che gli insegnanti non riescano a sottrarsi alla sua forza attrattiva, ma bisogna cercare spiegazioni più profonde. Noi ipotizziamo che la causa di tale incapacità sia la perdita della fiducia nel progresso, sentimento che toglie valore agli insegnamenti della storia. E’ un dato di fatto che l’opinione pubblica dall’unificazione italiana fino ai primi anni della seconda guerra mondiale sia stata convinta che il futuro sarebbe stato migliore del passato. Perno di tale fiducia era stato il racconto del glorioso risorgimento italiano dopo la decadenza del XVI secolo e la sottomissione alle potenze straniere. Sia in epoca liberale sia in epoca fascista veniva insegnata la storia italiana come divisa in tre periodi grandiosi: quello classico della potenza romana, quello comunale e quello risorgimentale. Il fascismo infine aveva convinto gli italiani che la patria sarebbe diventata sempre più grande nel mondo, ma l’illusione si è dissolta con il disastro della guerra fascista e la sconfitta dell’Italia.

Riappropriamoci del futuro

Noi, però, non abbiamo perso la fiducia nel futuro e ci pare inutile stare tanto tempo su temi che ci toccano ben poco per poi non discutere di quello di cui abbiamo bisogno, ovvero i temi del presente che ci riguardano direttamente. Piuttosto che narrare in ordine cronologico quello che è avvenuto nel passato si potrebbero analizzare i problemi più attuali e ricercarne a ritroso le cause e discuterne le possibili soluzioni. Inoltre, pensiamo che sia una gran perdita di tempo ed una grande noia sentir ripetere gli stessi inquadramenti storici da più docenti, come avviene con il romanticismo; pensiamo invece che abbia molto più senso studiare i periodi storici affidandone la spiegazione ad una sola materia o comunque una sola volta.

La storia, di cui siamo destinatari in classe, infine è troppo subordinata alla letteratura, anzi alle letterature. Queste richieste non esauriscono i cambiamenti che la scuola richiede; dimostrano soltanto che sono possibili e non più rinviabili.

Vox Zerocinquantuno n.20, Marzo 2018

In copertina foto da http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/buona-scuola-alternanza-lavoro-riforma-rivoluzionaria-istruzione-bottai-76654/

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