Alternanza Scuola Lavoro. Realtà ed immaginazione: l’arte nel ventennio fascista. Di Salvatore Piacentile e Hanbing Xu

Dopo la Prima guerra mondiale il mondo è profondamente cambiato, le concezioni estetiche rinnovate. La percezione è sottoposta a nuove sollecitazioni (velocità soprattutto), la rappresentazione sospinta da nuovi bisogni espressivi. Si scontrano esigenze clamorosamente contraddittorie.

Da un lato l’esperienza del reale, la conciliazione, spesso obbligata, tra ciò che è rappresentato e come lo è, dall’altro la libertà di essere e di fare, di esprimere la realtà ed il proprio io che, come affermava Picasso, “è l’unica cosa che si ha, il resto è nulla”.

Contro chi voleva affermare il primato della visione soggettiva i regimi totalitari ingaggiarono una battaglia durissima: per essi l’arte doveva essere al servizio della rappresentazione di tematiche epico-popolari e doveva guidare gli osservatori a percepire in maniera diretta il messaggio dell’ideologia di stato ed educarli a distinguere tra “arte buona” ed “arte cattiva”. Negli anni Trenta si impose in Urss per volontà del partito comunista di Stalin la teoria del “socialismo realista”: gli artisti dovevano scolpire, dipingere, narrare gli eroici successi di instancabili lavoratori, mostrare le grandi città industriali, celebrare le parole d’ordine del regime.

Crocifissione di Guttuso (Foto da www.paesesera.toscana.it)

I nazisti, oltre a sostenere teorie simili, dal canto loro, organizzarono una mostra nel 1937 che esponeva al popolo le opere “ebraizzate” ed “indegne”, la così detta “arte degenerata”. Le opere “degenerate”, secondo gli ideologi di Berlino,  erano espressione di artisti dalla personalità affetta da deviazioni mentali e il destino delle loro opere sarebbe stato inevitabilmente l’oblio.

A differenza del nazismo tedesco e del comunismo russo, il totalitarismo italiano, vale a dire il fascismo, presenta un’ambiguità nel suo intervento politico in campo artistico. Da una parte vuole piegare l’arte alle proprie esigenze ideologiche, dall’altra promuove opere e premia artisti appartenenti alle avanguardie. Un esempio è l’organizzazione dei concorsi promossi dal Premio Cremona ed dal Premio Bergamo. I temi proposti rispecchiano le due tendenze artistiche in conflitto: il primo premia l’arte figurativa di immediata comprensione, con lo scopo di rappresentare e celebrare la vita quotidiana fascista; il secondo invece promuove l’espressione artistica libera esaltando le potenzialità infinite della natura è dell’uomo. A dimostrazione della tendenza liberale del Premio Bergamo vi è la premiazione della Crocifissione di Guttuso, un quadro scandaloso e molto criticato, soprattutto dalla Chiesa cattolica per la blasfemia dell’iconografia. Imitando lo stile di Picasso, l’artista mostra nei personaggi sacri la parte più infima della natura umana, desacralizzando il tema della Crocifissione.

 

Contro un clima culturale bloccato tra classicità e verismo, tra arcaismo e modernismo, gli artisti partecipanti al Premio Bergamo avvertivano la necessità di un’appartenenza, decisiva per aiutarli ad affrontare un mondo che li spingeva verso la libertà dell’”io” contro la supremazia della ragion di Stato.

Tale atteggiamento è all’origine della tendenza all’individualità che orienterà l’espressione artistica della seconda metà del Novecento.

Vox Zerocinquantuno n.21, Aprile 2018

 

In copertina:  Paul Schultze – Naumburg, Kunst und Rasse (Arte ecaro razza),chi voleva affermare il primato della visione soggettiva

  1. Esempio di accostamento di opere di artisti “degenerati” a raffigurazioni di menomati mentali. (Foto da )

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