Alternanza Scuola Lavoro. Sebben che siam donne, di Sara Civolani e Rachele Montit

“Non discutere se la donna sia superiore o inferiore all’uomo: constatiamo che é diversa”.

Con queste parole Benito Mussolini , stabilisce in modo rigoroso la distinzione tra uomo e donna, attribuendo però a quest’ultima un ruolo tutt’altro che paritario in una società fortemente maschilista. La politica del regime impone fedeltà ai ruoli e rispetto delle mansioni alle donne stabiliti da una tradizione plurrisecolare. I principali compiti a loro attribuiti sono la procreazione, l’accudimento dei figli e l’amministrazione della casa. Tra la donna di campagna e quella di città, tuttavia, si nota qualche differenza. per quanto riguarda il lavoro al di fuori dell’ambiente domestico. In campagna le donne lavorano al pari degli uomini, ma senca riconoscimento. Svolgevano pesanti mansioni agricole e nel contempo si occupavano della famiglia. In città il lavoro era riconosciuto, ma entro una rigida gerarchia tra i due sessi, per cui era “ovvio” che la donna venisse “utilizzata” come manodopera a basso costo. Accadeva, di conseguenza, che gli imprenditori preferissero assumere donne perché, a parità di lavoro, ricevevano uno stipendio inferiore rispetto agli uomini. D’altra parte il regime, fedele alle tradizioni, non accettava l’indipendenza e l’autonomia femminile e ostacolava il loro processo di emancipazione. Nonostante la propaganda fascista presentassDe il regime come campione della modernizzazione dell’Italia, la “civiltà del lavoro” di Mussolini sminuiva le abilità e le inclinazioni professionali delle donne non solo agli occhi dello Stato, degli imprenditori e degli uomini, ma delle donne stesse.

Sono evidenti le preoccupazioni degli ideologi fascisti: se il lavoro femminile fosse stato equiparato a quello degli uomini, avrebbe comportato la “maschilizzazione” della donna e l’aumento della disoccupazione maschile; la donna lavoratrice sarebbe diventata sempre più sterile e avrebbe perso la fiducia nell’uomo. Si sarebbe inoltre giunti a considerare la maternità come un ostacolo r di coseguenza si arebbe dissolto il valore del matrimonio e della famiglia.

D’altra parte lo sviluppo industriale richiedeva sempre più manodopera e una concessione agli imprenditori bisognava farla: “Ma ognuno al suo posto. Non via la donna dal lavoro, ma via da quei lavori che debbono essere assolutamente affidati agli uomini.”

Lo Stato non solo regolamentava il campo lavorativo, ma si proclamava anche come l’unico “arbitro” della salute pubblica privando le donne del loro potere decisionale riguardo alla procreazione: incoraggiò con tutti i mezzi le gravidanze, proibì la vendita di contraccettivi e l’educazione sessuale, applicando una vera e propria politica maschilistaattraverso una serie di rigide misure repressive che trattavano l’aborto come un crimine contro lo Stato. Il regime volle incrementare la natalità attraverso provvedimenti legislativi precisi. Ai cittadini che più contribuivano al popolamento della nazione si dovevano corrispondere dei vantaggi e degli aiuti economici come assegni familiari, prestiti matrimoniali, esenzioni fiscali, premi di natalità e fecondità eccetera. Le politiche nataliste furono però anche politiche di repressione: vennero introdotte imposte sui celibi e sui matrimoni sterili o con pochi figli, furono censurati i giornali illustrativi sul controllo delle nascite e sui mezzi contraccettivi, vietate le conferenze sul tema. Il fascismo, in una parola, tentò di togliere ai coniugi la libertà di procreare secondo coscienza e di trasformare la generazione di nuovi italiani in un dovere verso lo stato.

Vox Zerocinquantuno n.20, Marzo 2018

In copertina foto di Barbadillo.it

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