Alternanza Scuola Lavoro. Storia di una mafia non invincibile, di Gerica Grundler e Salma Ben Amer

Una nazione divisa tra partiti politici, un paese stretto nella presa delle sue stesse terre e un popolo che ha paura di sé stesso. Un’ Italia in balia di chi dovrebbe prendersene cura, ma che non fa che lacerarla. Un’ Italia martoriata da organizzazioni criminali di stampo mafioso che sono da secoli radicate nella cultura delle regioni, delle città e dei paesi in cui hanno preso forma. Nate nelle terre di chi, lasciato solo da uno stato poco presente, ha riempito i vuoti affidandosi alla criminalità organizzata. Sono cresciute con gli stessi frutti che hanno poi avvelenato e continuano a nutrirsi con la paura e l’omertà di una società ormai rassegnata alla loro presenza, incapace di negare loro supporto. Questa è la storia di come la mafia, in tutte le sue forme, si sia radicata nelle menti degli italiani fino a prenderne il controllo, abbia spodestato il governo instabile di uno stato giovanissimo e si sia seduta sul trono di una repubblica schiava dello stesso potere un tempo appartenutole, per poi vendersi agli occhi delle persone come unica via di scampo davanti al vicolo cieco che erano diventate le loro vite.

Le diverse organizzazioni di stampo mafioso nel nostro paese operano in modo differente, ma condividono lo stesso obiettivo e la stessa storia. Le prime tracce di mafia risalgono alla nascita del Regno d’Italia nel 1861. Durante questo periodo i sovrani, residenti nel nord della penisola, delegavano il monitoraggio dei loro possedimenti ai latifondisti garantendo loro svariati privilegi. I proprietari terrieri, però, per poter sfruttare il più possibile queste agevolazioni, sceglievano di risiedere nelle grandi città e di affidare la riscossione dei beni ai gabellotti.

Foto di Emma Faccioli. Lavoro degli studenti del liceo Leonardo Da Vinci

Queste persone si occupavano di controllare le terre, proteggere i contadini che le lavoravano, ma al contempo di estorcere loro denaro: è così che la mafia macchia il territorio italiano per la prima volta. Dopo la seconda guerra mondiale i contadini animarono numerose rivolte e si ribellarono alle oppressioni subite, in questo modo, con l’appoggio del Partito Comunista, vennero aboliti i latifondi. Ciò nonostante la mafia non scomparve, sembrava aver sporcato in modo indelebile il nucleo di una nazione che stava ancora provando a rimettersi in piedi dopo la sconfitta in guerra. Infatti, partendo da questo status di istituzione criminale di stampo “agrario”, con il passare degli anni si evolse. Sfruttò a suo favore la debolezza di una politica traballante in uno stato da poco rinato, gli apparati che la componevano andarono via via stutturandosi sotto lo sguardo inerme di chi ancora non ne aveva figurato il potenziale nocivo e arrivò ad infiltrarsi anche negli organi di governo statali. Ad oggi è configurata in quattro principali rami: ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita, che hanno origine rispettivamente in Calabria, Sicilia, Campania e Puglia. I confini delle regioni in cui sono nate, però, non le hanno intrappolate e sono riuscite a risalire la nostra penisola, se ne sono impossessate e l’hanno avvelenata dalle coste agli Appennini, dalla punta dello stivale alle Alpi. Questa è la storia di una mafia che non si è fermata davanti a niente, ma soprattuto di una mafia che non è stata ancora  fermata da niente. Diversi sono i magistrati che hanno passato la vita a combatterla, a fornirci gli strumenti necessari per liberarci dai tentacoli viscidi tra i quali ci ha intrappolati, ma senza qualcuno che continui il lavoro per il quale hanno dato la vita, sarà difficile poter cambiare le cose. Il primo strumento, quello alla portata di tutti quanti, è l’informazione. Di mafia bisogna parlarne, ricordare a tutti che c’è anche se non si fa vedere. Ricordare loro che, anche se nascosta, sta demolendo le loro vite. Bisogna fare presente agli italiani, ai giovani italiani, al futuro di questa nazione che loro hanno il potere di cambiare le cose. Che hanno la possibilità di scegliere, che le loro vite non sono vicoli ciechi. Che quel muro che sembra ostacolare le loro strade, che sembra gridare loro “non avete scelta” è solo un illusione creata dai silenzi di chi li ha preceduti. Un accozzaglia di parole mai dette, di idee tenute nascoste per paura, di valori sotterrati nel cemento e di tutta l’umanità che l’uomo non ha mai dimostrato di avere. Che la legalità non è solo un concetto astratto da contemplare, che rispettare la legge non vuol dire sottomettersi a chi sta più in alto, ma che il principio alla base di tutto questo è racchiuso nelle loro voci, unite in un coro di protesta. Nelle parole che non rimarranno più incastrate in gola, ma che saranno sputate in faccia a chi finge di non sentire, in faccia a chi non vuole sentire. In faccia a tutti i politici corrotti e a tutti quelli che hanno ignorato l’argomento anche durante le elezioni, perchè come Peppino Impastato ci ha insegnato: “la mafia uccide, il silenzio pure”.

Vox Zerocinquantuno n.21, Aprile 2018

In copertina foto di Elisa Mezzadri


Sitografia:

www.wikimafia.it

www.associazionepereira.it


Bibliografia:

Memoria nostra- Storie di mafia, Pio La Torre Onlus

Dizionario enciclopedico delle mafie in Italia a cura di Claudio Camarca

 

 

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