American history x: storie di quotidiano odio, di Fabio Bersani

 

Il film indipendente di Tony Kaye ci porta dentro l’America del sogno americano, quella vera, quella che non ha ricchezze da offrire e odia il vicino, un eterno scontro tra razze nei quartieri californiani, uno scontro di povertà e razzismo, vista da una parte e dall’altra.

Film non semplice con scene crude e decise, un film che a tratti fa anche male, perché rappresenta uno spaccato americano che fatica a cucirsi insieme: la lotta per un campo da basket può trasformarsi in una Stalingrado se a battersi sono i neonazi e i neri di Venice.

Il regista realizza questo film con disarmante realismo, non risparmia sull’impressionismo della violenza e non camuffa con finto buonismo i comportamenti di gruppi nazi che sotto l’influenza di un boss locale, Cameron Alexander, realizzano violenze a commercianti ispanici ed immigrati di diverse etnie, il tutto nel nome della razza. Se ci fosse uno slogan a fianco a questo film sarebbe sicuramente: prima i bianchi.

Uno splendido Edward Norton veste i panni di Derek Vinyard, il quale dopo aver ucciso a sangue freddo 3 ragazzi di colore che stavano provando a rubare la sua auto viene arrestato per 3 anni, il tempo in cella gli servirà a capire che l’odio che lo spinge a detestare le persone immigrate e di colore non è un’ideologia, bensì il frutto di uno sfruttamento intellettuale per mano di Cameron Alexander, il carcere servirà quindi a redimerlo duramente.

Il lungometraggio è una storia intima e profonda di un uomo arrabbiato col mondo, e del fratello minore che prova a seguire la strada neonazi. E’ uno j’accuse di un Paese che si distingue per il suo spirito democratico ed egualitario ma che sin dalla sua nascita non è mai riuscito a guarire dalle ferite interne: le differenze sociali ed economiche che portano i suoi cittadini a chiudersi dentro se stessi e a trovare mostri nei vicini di casa, attaccandosi a finte ideologie in nome di un infelicità latente causata dalle disparità insite negli Stati Uniti.

Non un film per tutti, carico di violenza, scene crude e rabbia, tanta rabbia verso se stessi e verso una Stato che permette tali lotte di quartiere. L’odio viene incanalato verso quella che si reputa una razza inferiore, una guerra senza vincitori né vinti, dove certi uomini si arricchiscono a discapito della vita di altri. Un film tutt’altro che banale: in Stati democratici e in epoca di diritti sociali, è importante non perdere la bussola della socialità umana, soprattutto nei quartieri di Venice, Stati Uniti, patria della democrazia moderna.

Vox Zerocinquantuno n 8, marzo 2017


Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.

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