Anatomia: posizionarsi nel mondo dei suoni di Eloisa Grimaldi

Uno spettacolo estremo, che non concede nulla al banale estetismo e non permette di essere facilmente ridotto alla razionale comprensione tradotta dal linguaggio.

Anatomia, andato in scena all’Arena del sole il 21 dicembre, dopo il debutto di marzo a Ravenna, è una creazione ibrida eppure compatta, una sperimentazione proficua in cui il percorso della coreografa e danzatrice Simona Bertozzi si incontra con quello del musicista e sound artist Francesco Giomi e del docente DAMS Enrico Pitozzi, uno tra i maggiori esperti italiani di danza e new media.

Compagnia Simona Bertozzi /Ass. Cult. "Nexus"
Anatomia, Compagnia Simona Bertozzi/Nexus – foto di Dario Bonazza.

Estremità dell’interno e dell’esterno corporeo, una sonda che scende nelle profondità biologiche delle nostre anatomie, nel microcosmo che ci abita e ne registra i suoni e le palpitazioni, una scena che dà voce e corpo alle diverse vibrazioni, sentite e invisibili, che riverberano al limite dell’udito e dell’udibile.

Lo spettacolo mette in scena un corpo elastico che pare senza ossa e dà forma ad una realtà liquida, una sfida agli equilibri corporei e sonori che sembra testare i limiti nel rapporto tra scena e pubblico, scompagina le “zone di comfort” per regalarci sentori di un mondo “altro”, ci scaraventa in una scena-paesaggio in cui un corpo multifocale si trasforma, agito dalle vibrazioni sonore.

Suoni elettronici, umani, riprodotti, che non trovano appiglio in nessuna immagine della natura, suoni acusmatici che non svelano la fonte, ma ne accarezzano la presenza. Queste sonorità sconosciute, a tratti fastidiose, insistenti, si manifestano sul palco evocate in live electronics, sembrano catturate da un altrove e restituite poi, grazie agli strumenti elettronici, nelle frequenze uditive a noi concesse. Una traduzione più che una creazione, un dialogo a volte sofferto, con il corpo che danza e si indaga nel suo essere organismo composto da parti e particelle, sperimenta il suo essere materia in cerca del proprio lato più sottile, del suo spessore senza tempo, che scava il fisiologico per travalicarlo. Una danza che tenta di sollevarsi, cerca il suo spazio tra alto e basso, rotola, striscia, salta, cerca gli equilibri, si scioglie, viene pervasa dalla scossa energica del suono con cui dialoga.

La regia ci accompagna in un percorso così concreto e minuto da diventare invisibile, in cui il senso si cela dietro al concetto, si concede e si sottrae come in un gioco, in bilico sull’orlo di un abisso che non ammette senso. Un allestimento fatto di luci e di buio, di atmosfere significative che sfumano tra un colore e l’altro, misurando la temperatura del momento, così il fascio aperto dall’altro si tinge di blu, giallo, rosso, accarezza i corpi, ne livella i contorni, il buio li inghiotte, ne avanza qualche parte, la restituisce trasformata in un corpo oltreumano, porzioni di corpo, che nelle nostre menti diventano fantasie, mostri, forme immaginifiche. Le luci, ideate da Antonio Rinaldi, stagliano sullo sfondo semplici segni grafici, il loro apparire è il loro darsi, rette spezzate, forse monti, piramidi, è un segno, un artaudiano geroglifico che comunica senza dire, tra il verbale ed il visivo.

Compagnia Simona Bertozzi /Ass. Cult. "Nexus"
Anatomia, Compagnia Simona Bertozzi/Nexus – foto di Dario Bonazza.

Una voce metallica a guidarci in questo percorso labirintico, cita l’elenco delle nostre visioni, parole che a noi suonano come titoli, sono le tappe che perseguiremo, ma questa presenza familiare, la parola come forma linguistica riconoscibile e compresa, si capovolge in un criptico indice: auricola, tendine, nucleo ambiguo, assone, tempo occluso, magnifico, ipoderma. Ecco che il titolo dello spettacolo si mostra nel suo atto pratico ed ambiguo: anatomia, dal greco anatomè, dissezione, metodo d’indagine scientifica che cerca attraverso la lacerazione.

Così sembra che il palco diventi un microscopio ed ingigantisca una parte dissezionata, ne faccia una radiografia sonora, si metta in comunicazione con un “fantasma sensoriale” e lo canalizzi. Auricola, nucleo ambiguo, assone, sembra una lente di ingrandimento su un discorso cellulare, un processo biologico di vita e sopravvivenza, ed ecco dalla cellula “madre” originarsi una “figlia”, più piccola, identica, una splendida Matilde Stefanini, giovanissima danzatrice, che instaura con Simona Bertozzi un prezioso dialogo.

Oltrepassare la mente, farsi attraversare dal concetto che riposa alla base dell’idea registica, registrare, osservare la reazione semplice del nostro corpo, seduto in poltroncina, che assiste ed è chiamato ad ascoltare in modo tattile. I suoni che vibrano nell’aria, per noi, ci raggiungono senza possibilità di fuga, ci costringono a vedere anche quando è difficile, come nella parte conclusiva dove monta un’onda anomala, uno “tsunami” che rompe la linearità del suono e della luce, un’esplosione in cui prende piede un doloroso voyeurismo che trova solo il proprio atto percettivo.

Uno spettacolo in cui è impossibile restare spettatori passivi, piuttosto un’esperienza unica, che smuove insolite emozioni e stimola una partecipazione istintiva, fisica, forse attingendo a dimensioni che si agitano al fondo di noi.

Vox Zerocinquantuno n.6, Gennaio 2017


Eloisa Grimaldi laureata in DAMS, approfondisce il campo degli Studi Interculturali con un Master, appassionata di teatro, musica, umanità e poesia, si occupa di diffusione culturale musicale, sviluppa metodi formativi tramite le arti teatrali e collabora a progetti editoriali di stampo sociale e indipendente.

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