Ancora Ustica: memoria di un vuoto e ricerca di verità. Di Matteo Scannavini

In via di Saliceto, nei pressi dei vecchi binari del tram, c’è un’ingombrante carcassa. È lì dal 2007 eppure nessuno la sposta. Non tanto perché sia complicato rimuoverla, quanto perché ha lo scopo di continuare a ricordare un caso ben più vecchio, ingombrante e marcio nella storia della repubblica italiana: la strage di Ustica.

La sera del 27 giugno 1980 l’aereo Dc9 Itavia, nel corso del volo IH870 Bologna-Palermo, precipitò in mare con 81 persone a bordo. Fu ritrovato l’alba seguente nelle profondità del Tirreno vicino ad Ustica, sotto una chiazza oleosa dove galleggiavano pezzi dell’aeromobile e corpi.

Intorno alla certezza di questo fatto tragico regna una nube opaca senza punti fermi, collocata nel complesso panorama delle relazioni internazionali della guerra fredda e composta da indagini ostacolate, depistaggi dei servizi segreti, dichiarazioni contradditorie, ipotesi di inquietanti complotti che legano con una linea rossa una sinistra trama, comprendente anche 11 morti “naturali” (incidenti, infarti e impiccagioni sospette) di marescialli, generali, piloti e politici, tutti potenziali testimoni chiave per far luce sul caso.

Alla fine di tutto di questo ovviamente, secondo antica ricetta italiana, ancora nessun colpevole.

Uno dei pochi brandelli di verità riconosciuta emerso dalle indagini è il fatto che, secondo quanto dichiarato nel 1999 dalla sentenza istruttoria del giudice Rosario Priore, l’incidente di Ustica sia occorso a seguito di un’azione militare di intercettamento, ovvero che il Dc9 sia stato la sfortunata e imprevista vittima di un missile partito nel corso di un duello tra velivoli militari stranieri, segretamente in volo sui cieli italiani quella sera. Si esclude dunque l’ipotesi a lungo propinata della bomba a bordo, il Dc9 è precipitato a causa di un missile. Oltre a questo restano soltanto ipotesi, avvalorate da più indizi di fonti differenti ma incapaci di rappresentare una prova definitiva.

La pista più accreditata, ma non confermata, sostiene che il Dc9 sia stato abbattuto da un missile di caccia francesi o statunitensi destinato a colpire un velivolo libico che doveva trasportare Gheddafi. Il leader libico, avvisato dell’agguato dal ramo filoarabo del SISMI di Giuseppe Santovito, avrebbe quella sera invertito la rotta del suo volo verso Belgrado all’altezza di Malta, lasciando incontrare ai velivoli della sua scorta i caccia occidentali; il tentativo di uno dei Mig libici di nascondersi dietro il Dc9 avrebbe fatto sì che il missile francese o americano impattasse contro l’aereo degli 81 civili.

Uno scenario confermato per altro nel 2008 dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, premier nell’agosto 1980, che attribuiva l’appartenenza del missile ai francesi, e spesso collegato ad un altro misterioso evento: lo schianto, il 18 luglio 1980, di un Mig libico nei monti della Sila.

Quella mattina un aereo militare fu di fatto visto volare a quota sempre più bassa dagli abitanti dall’area calabra: tutti udirono l’esplosione ma nessuno vide l’impatto col suolo. Secondo la versione ufficiale rilasciata dalla commissione italo-libica atta alle indagini, si trattò di una perdita di sensi per un malore del pilota nel corso di un’esercitazione. Eppure, l’estremo caldo e il fatto che fosse un venerdì, giorno santo musulmano, per di più sotto il periodo Ramadan, sono da sempre condizioni di impedimento per esercitazioni in giornate e ore quali quelle del 18 luglio. Tali circostanze e lo stato avanzato di putrefazione del pilota, insieme ad altre testimonianze successive, rendono plausibile pensare che lo schianto sia avvenuto in precedenza, forse proprio il 27 giugno, sia stato nascosto per settimane e presentato all’opinione pubblica con un incidente simulato la mattina del 18 luglio.

Ma di questo e tutti i vari indizi e scenari che sono emersi dalla polvere fino ad oggi, non c’è conferma alcuna. Non c’è verità, solo memoria. Memoria che dal 2007 ha assunto forma della sopracitata carcassa, adornata dall’opera di un’artista: il Dc9, ripescato tra il 1987 e il 1991 per il 96% dei suoi pezzi e poi trasferito a Bologna, occupa, ricomposto e sostenuto da una struttura metallica, il salone principale del Museo per la Memoria di Ustica, sorto per l’energica iniziativa di Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica.  

Foto Scannavini

A circondare i resti dell’aeromobile vi è l’installazione permanente del noto artista francese Christian Boltasnki: dall’alto 81 lumi pendono alternando contemporaneamente l’intensità luminosa, mentre dalle pareti 81 specchi neri emettono le voci dei passeggeri, inquietanti sussurri echi dei discorsi di quotidianità tenuti prima della caduta. Così sono presentati al visitatore i respiri e le voci delle vittime e così si percorre il perimetro quadrato intorno al Dc9: seguendo il ritmato spettacolo collettivo dei lumi, che riprendono potenza ogni volta vita senza mai spegnersi definitivamente, e inseguiti dall’eterno coro dei passeggeri, che ripetono sovrapponendosi tra loro i propri pensieri, come se non fossero rimasti in fondo al mare. Tra queste si sente chi vuol fare l’amore, chi commenta la bella giornata, chi pianifica di far controllare un disturbo, riscuotere un debito, accendere candele in chiesa, andare in un certo ristorante ecc. … 

Nel museo è infine presente un’ultima nel sala, un’aula video che propone la riproduzione continua del documentario “Ero nato per volare” dove la voce personificata del Dc9 racconta la propria storia: dal solcare le nuvole alla misteriosa caduta negli abissi, poi il ripescaggio, l’opera senza precedenti di trasporto e ricostruzione e infine l’ultimo sguardo al cielo prima della realizzazione del soffitto del museo.

Il suo “discorso” e le “voci” dei passeggeri rappresentano un’abile finzione artistica che rafforza il già pesante impatto emotivo che offre l’imponente carcassa dell’aereo. 

Il suo “discorso” e le “voci” dei passeggeri rappresentano un’abile simulazione artistica che rafforza il già pesante impatto emotivo che offre l’imponente carcassa dell’aereo. Un’opera espressiva, ma fittizia.

Del resto, secondo una provocatoria frase, gli artisti usano le bugie per dire la verità, mentre i politici le usano per coprirla. Se da un lato la citazione trova espressione nell’opera di Boltanski, che simula le voci delle vittime per esprimere la verità della loro innocenza, la semplicità dei discorsi e l’ignara serenità che caratterizzava il loro ultimo viaggio, dall’altro la frase non si adatta al caso di Ustica. Questo perché, a distanza di quasi 40 anni, non c’è ancora una verità che possa definirsi tale, se non l’assenza di verità stessa. Un artista può solo limitarsi ad opere di denuncia, come mostrare specchi scuri, anneriti dal fumo della menzogna. È una piccola vittoria all’interno di una grande sconfitta, per uno stato e per un popolo.

Ma anche un enorme sconfitta non impedisce a chi ha speranza di continuare ad inseguire la giustizia.

In maggio la corte di Cassazione ha condannato il Ministero della Difesa e delle Infrastrutture a risarcire la compagnia Itavia per l’omesso controllo della sicurezza dei cieli la sera del 27 giugno. Itavia fallì a seguito dell’incidente e le figlie del fondatore, morto nel 2005, possono vedere oggi al posto suo la sentenza che rende loro giustizia.

Inoltre, mentre continua la declassificazione di documenti segreti di quel periodo, in giugno nuovi testimoni sono comparsi sulla scena: due ex marinai statunitensi hanno recentemente dichiarato di aver visto dalla portaerei Saratoga la sera del 27 giugno due caccia americani rientrare, a seguito di uno scontro con due Mig libici, privi dei missili con cui erano partiti. I due saranno interrogati a breve dai giudici.

Malgrado tutto, continuano ad essere fatti dei piccoli passi avanti.

Malgrado tutto, la tenacia di Daria Bonfietti, sostenuta dall’instancabile lavoro della magistratura, esibisce un cauto, forse ingenuo ma comunque necessario ottimismo che un giorno la verità verrà raggiunta.

Vox Zerocinquantuno n.25, agosto 2018

In copertina foto Matteo Scannavini


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

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