ANTHROPOCENE: l’era dell’uomo nel bene e nel male, di Chiara Di Tommaso

La questione ambientale ha conquistato finalmente uno dei primi posti all’ordine del giorno. Per fortuna oggi si inizia a parlarne e a dibatterne sia a livello politico che a livello di opinione pubblica, e si intravedono le prime prese di posizione e azioni concrete da parte dei governi. Ma per convincere e aprire gli occhi alla gente, a volte non bastano tante parole: le immagini possono avere uno straordinario impatto sulle nostre coscienze. Il potere eccezionale della fotografia, che si basa sul linguaggio diretto e senza filtri, si esprime in questo senso al suo massimo livello nella mostra ANTHROPOCENE allestita al MAST di Bologna. L’esposizione raccoglie gli scatti di Edward Burtynsky, che insieme ai registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier, ha realizzato quella che non è una semplice mostra video-fotografica, ma il frutto di quattro anni di ricerca scientifica intorno al mondo. L’originalissimo obiettivo dei tre artisti è infatti quello di cercare le prove concrete di un cambiamento di epoca. La loro tesi è che l’uomo negli ultimi secoli sia stato capace di modificare l’ambiente più di quanto abbiano fatto tutti gli agenti naturali insieme. Per questo motivo ritengono sia più giusto stabilire il passaggio ad una nuova era, quella dell’uomo, da chiamare appunto Antropocene. Così  le immagini stampate su pannelli di grandi dimensioni spiazzano l’osservatore, ritraendo un mondo che è stato profondamente segnato dall’intervento umano e che porta ormai cicatrici permanenti. Allo stesso tempo denunciano l’irresponsabilità dell’uomo nello sfruttare le risorse naturali e nel causare conseguenze estremante dannose per se stesso e per gli altri esseri viventi.

La mostra si articola in cinque aree tematiche principali, che corrispondono agli altrettanti ambiti d’intervento umano sull’ambiente. La deforestazione, processo che ha visto scomparire nel nulla sterminate distese di alberi che hanno lasciato il posto a sterili deserti artificiali, è il primo dei temi affrontati. Con un efficacie tecnica di contrapposizione ci si trova da una parte una gigantografia di una foresta canadese incontaminata e protetta, dall’altra una foresta di palme da olio brutalmente distrutta da un abbattimento intensivo. Andando avanti viene affrontato il problema dell’urbanizzazione incontrollata, causata dalla fortissima crescita demografica che si è verificata in alcuni paesi come la Nigeria, che ha visto nascere ad una velocità impressionante megalopoli trafficate e sovrappopolate. Ma la sala che sicuramente lascia più a bocca aperta è quella che riguarda lo sfruttamento del suolo, l’estrazione dei minerali e dei gas. A volte ci si dimentica di considerare anche questo aspetto, mentre invece cave e miniere sono forse al primo posto per intensità di sfruttamento. Le cave di marmo, le miniere di carbone, i giacimenti di petrolio, fosforo, rame disseminati in tutto il mondo non sono solo tra le attività più inquinanti ma soprattutto quelle che hanno causato le trasformazioni più permanenti. La così detta architettura in negativo, ovvero intere montagne scavate così in profondità, da diventare vere e proprie ferite irreparabili della crosta terrestre. È interessante da questo punto di vista però, guardare anche l’altro lato della medaglia. I cambiamenti che l’uomo ha apportato sono perfettamente classificabili tra le prove per l’inizio della nuova era geologica. Gli autori stessi infatti parlano di tecnofossili, ovvero di materiale che rimarrà nei secoli come segno di quest’epoca, uno degli infiniti strati che compongono il sottosuolo e che corrispondono ai vari periodi storici: con l’eccezionale differenza che questa volta, per la prima volta, è l’uomo ad essere l’artefice, non più la natura. A proposito di stratificazioni, un altro desolante reperto che potranno studiare i posteri saranno gli innumerevoli strati di rifiuti che abbiamo accumulato. Come mostrano esplicitamente alcune fotografie di discariche in giro per il mondo, queste distese di immondizia depositata negli stessi luoghi per decenni ha costituito un nuovo tipo di terreno, terribilmente artificiale, fatto di scarti di plastica, vetro, tessuti e ogni altro materiale creato e buttato dall’uomo. Per ultimo, ma non per importanza, conclude la mostra il tema dell’estinzione animale. Dalle barriere coralline australiane agli elefanti africani, le conseguenze dell’attività umana di quest’epoca sono state in grado di distruggere molte vite, neutralizzando molto del colore che esse danno al pianeta.

Lo straordinario lavoro di questi artisti, dopo aver trasportato lo spettatore intorno al mondo, lascia molti punti di riflessione. Un forte senso di responsabilità e consapevolezza che l’impronta che stiamo lasciando noi oggi, è molto più profonda, molto più indelebile di quella che hanno lasciato i nostri antenati. E ancora più amaro, un profondo senso di colpa, perché come sostengono alcuni studiosi, questa nuova era andrebbe denominata Capitalocene, in quanto nel nostro sistema economico non tutti i passi hanno lo stesso peso.

Vox Zerocinquantuno n.36 agosto 2019

Foto: Chiara Di Tommaso 

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