“Apologia della Storia” di Marc Bloch, recensione di Matteo Scannavini

“Papà, spiegami allora a che cosa serve la storia”. È la semplice e spontanea domanda di un bambino a cui lo storico francese Marc Bloch (1886-1944) ha voluto rispondere nell’opera postuma e incompiuta Apologie pour l’histoire. Non si tratta, come dichiara da subito l’autore, di un saggio di filosofia della storia, ma del “memento di un artigiano”, desideroso di lasciare per iscritto i come e perché della professione a cui dedicò la propria vita, consapevole di esserne vicino al termine. Ancora oggi, questo appassionato volume rappresenta un faro che sonda le finezze metodologiche e le complessità della ricerca storica, punto di partenza ottimale per studiosi, semplici appassionati e potenziali tali.

Nella Francia occupata dai nazisti, nascosto, perché ebreo, sotto il regime di Vichy, Marc Bloch decise di arruolarsi nel 1943 nella rete Franc-Tireur della Resistenza francese. In pieno clima di guerra, l’autore era consapevole del fatto che ogni parola che stesse scrivendo avrebbe potuto diventare il suo testamento. Fucilato dai nazisti nel 1944, Bloch lasciò come ultimi appunti le riflessioni, sfortunatamente incomplete, che grazie, prima al collega e co-fondatore degli rivista Annales, Lucien Febvre, poi al figlio, anch’egli storico, Etienne Bloch, sono state pubblicate, nel 1949 e 1993, come Apologia della storia.

Nel difendere la sua materia, Bloch ci insegna come prima cosa che la storia non è la scienza del passato, ma la scienza degli uomini nel tempo. Passato e presente rappresentano un continuum indissolubile, che può essere compreso solo in virtù di un’analisi che si muova ripetutamente dall’uno all’altro, senza considerabili separatamente. L’oggetto d’interesse di quest’analisi è quindi l’uomo, la carne umana di cui lo storico va a caccia come un orco delle fiabe. Un’immagine metaforica con cui Bloch si auto descrive e che ben rappresenta uno dei tratti rilevanti dei suoi appunti, vale a dire il gusto, che si configura in vero e proprio divertimento, che anima il suo mestiere, di cui riesce a spiegare umilmente pregi e difetti.

Bloch osserva che la storia, così come le sue sorelle scienze sociali, è ancora una scienza giovane. Per questo motivo l’Apologia non si pone solo come una descrizione del come lo studio storico si faccia, ma del come “spera progressivamente di farsi”. In altre parole, Bloch non intende dettare il codice imperativo e rigido di una disciplina, ma condividere le linee guida del lavoro di una vita come punto di partenza, moderno rispetto ai predecessori ma limitato rispetto alle correzioni che si augura di ricevere da più consapevoli studiosi posteri. Nel momento di massima crisi della Francia, deturpata dalla guerra, mentre i suoi commilitoni si chiedono se non siano stati ingannati dalla storia, Bloch si affida invece alla speranza di seminare le solide fondamenta della stessa, il cui sviluppo sarà necessario in un meno travagliato domani.

Nel porre i basamenti della scienza storica, Bloch descrive accuratamente le pratiche metodologiche corrette e non dello storico.Tra le seconde si trovano trattazioni contro il mito ricercato delle origini, che presuppone un momento zero privo di cause antecedenti, la motivazione delle azioni attraverso etichette di psicologia banale, la malsana pratica del giudizio storico quanto la vana presunzione di raccontare la storia “per quel che oggettivamente è”. A questo proposito vi è la candida ammissione dei limiti del lavoro dello storico, che può conoscere ciò che avvenuto solo per tracce e, in scarsità di fonti, deve limitarsi a congetture: dopo aver speso la massima energia nella ricerca, è suo dovere, in mancanza di dati, riconoscere l’ignoranza su un tema anziché ricorrere all’invenzione di fatti, il peccato più grave per il mestiere.

Desta poi interesse il discorso di Bloch sull’interrogazione attiva delle testimonianze non volontarie, le fonti più interessanti da cui il ricercatore deve estrapolare informazioni. È dalle testimonianze volontarie invece, come i documenti storiografici “belli e pronti”, che lo storico deve stare più in guardia, in quanto offrono spesso ricostruzioni parziali e agiografiche. La ricerca delle informazioni nascoste delle testimonianze richiede una moltitudine di competenze (che spaziano tra linguistica, geologia, chimica, psicologia della testimonianza, ecc.) non padroneggiabile da un solo, per quanto erudito, individuo; motivo per cui diviene indispensabile per la ricerca storica il lavoro d’equipe.

La lettura di Apologie pour l’histoire è tutt’oggi un significativo stimolo alla curiosità storica, anche se lascia un retrogusto amaro l’incompletezza dell’ultimo capitolo, in cui l’autore preannunciava di esplorare quale potesse essere l’ausilio della storia all’azione pratica, ovvero la possibilità di fare previsioni sul futuro attraverso la conoscenza dell’uomo nel tempo.

La consolazione a questa mancanza può per lo meno essere addolcita da una frase dello stesso Bloch, che rifletteva così sui continui miglioramenti che la storia, e quindi l’uomo dovevano porsi come sfide: “L’incompiuto, se di continuo tende a superarsi, ha per ogni spirito ardente una seduzione che equivale a quella della perfezione raggiunta.”

Vox Zerocinquantuno n.33 Maggio 2019

Foto: Vox Reading – Matteo Scannavini

 

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