Arte viva di Chiara Di Tommaso

Tutto inizia da una pannocchia. Una pannocchia che si trasforma nella bambola di Alexandra, una bambina rumena che non ha i soldi per comprarsela. La stessa pannocchia diventa l’aeroplano per Lamin e Moussa, due ragazzini africani che confidano gli aerei che tagliano il cielo, li rincorrono per farsi prendere e portare via. A loro si aggiungono Youssef e Younes, due giovani marocchini emigrati in Germania, Matteo e Gianfilippo due ragazzi dei quartieri malfamati di Napoli e Natalia, l’italiana che accoglie il diverso, anche se ha solo le sue mani per farlo.

Una semplice pannocchia bollita, ma che è il primo filo che lega le storie, i protagonisti e gli attori stessi dello spettacolo “Veryferici”, vincitore del Premio Scenario per Ustica 2017. Si tratta del frutto del lavoro di nove ragazzi che hanno fondato la compagnia teatrale Shebab all’interno del progetto MET di Cantieri Meticci, un’associazione nata a Bologna nel 2013 e che da anni si impegna attivamente per l’integrazione socioculturale attraverso le arti.

foto da www.arcibologna.it/i_veryferici

Le storie dei personaggi, apparentemente lontane e distinte, hanno origine nelle diverse periferie del mondo: Europa dell’Est, Italia Meridionale, Africa Settentrionale e Subsahariana. Le loro esperienze si intrecciano e si confondono, nonostante le differenze, perché accumunate dall’emarginazione, dalla precarietà, dalla sofferenza, dalla difficoltà di realizzare i propri obiettivi e soprattutto dalla speranza, profonda, sincera, di una rivincita.

La loro forza sta nella verità che raccontano, che è parte di loro, che non hanno paura di buttare con forza in faccia al pubblico. Raccontano degli schiaffi ricevuti durante il loro percorso, da parte di chi non li accettava, li temeva o li disprezzava. Schiaffi che bruciano davvero sulle guance arrossate degli interpreti, schiaffi che li hanno fatti cadere più volte. Si raccontano attraverso le immagini che creano abilmente con una scenografia più che essenziale, qualche sedia, dei sacchi di plastica, un paio di barattoli: il resto è solo gesti, coreografie e luci. Si raccontano cantando, in una poetica alternanza di monologhi e brani musicali di diversi generi, dal beat-box e rap in dialetto campano a dolci ninna nanne, da canzoni melodiche in arabo a quelle folk con la chitarra.

Ironia e drammaticità si fondono, suscitando le emozioni più contrastanti. Si ride di gusto per scene paradossali e scambi assurdi, come quello tra i giovani magrebini che si fingono siriani e la magnanima Merkel. Ma spesso è la pelle d’oca a dominare. Rispettando lo stile caratteristico di Cantieri Meticci, scelgono il contatto diretto con il pubblico, abbattono ogni barriera tra la platea e il palco, rendendo impossibile essere osservatori passivi e distanti. Talvolta quasi feriscono lo spettatore, con una violenza scenica lecita ai temi da loro affrontati, come quando tutti insieme pestano i piedi e sputano per terra con rabbia e dolore i chicchi di mais, e con essi tutto ciò che hanno sempre dovuto ingoiare e accettare. Chicchi di quelle stesse pannocchie che erano stati i loro sogni all’inizio e che ritorneranno poi alla fine fuoriuscendo da uno squarcio, dalla ferita finale, spargendosi sul pavimento.

I Veryferici sono, davvero, periferici, ma questa caratteristica intrinseca non impedisce loro di sognare, di lottare per un futuro e di provare a diventare un gruppo di artisti o di supereroi o di supererrori. Vorrebbero incidere un disco, fare uno spettacolo, salvare il mondo o entrarne almeno a far parte. Spesso non è possibile distinguere realtà e finzione, attori e personaggi, Veryfericy e Shebab, perché essi coincidono perfettamente, si sovrappongono e si completano.

Sarebbe inutile cercare un messaggio, una morale univoca, un solo significato. Perché la loro genialità sta proprio nel non dare un piano di lettura univoco, una favola con la sua conclusione, ma nel proporre una storia che comprenda infiniti protagonisti e offra milioni di sfaccettature. Una storia che non è semplicemente vera, è viva. Grazie al talento, alla sincerità e al coinvolgimento degli attori ( Lamin Kijera, Moussa Molla Salih, Alexandra Florea, Natalia Martin Deppo, Camillo Acanfora, Youssef El Gadha, Matteo Miucci, Younes El Bouzari e Gianfilippo Di Bari) e grazie alla regia e al coordinamento drammaturgico degli stessi Acanfora e Martin Deppo, il quadro finale risulta essere un grandissimo puzzle costituito dall’insieme delle parti di se stessi che ciascuno degli artisti ha voluto e potuto mettere sulla tela. La loro energia, potenza e passione lascia un segno indelebile in chi li guarda. Risultato non da poco per dei Veryferici, il cui destino è spesso, quasi sempre, quello di venir cancellati.

 

Vox Zerocinquantuno n.21, Aprile 2018

In copertina foto da arcibologna (veryferici)

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