Attivismo e solidarietà sociale: la giusta dimensione delle sardine? Di Matteo Scannavini

Il fenomeno delle sardine è stato un protagonista indiscusso della scena pubblica italiana degli ultimi 7 mesi. Che sia stato per osannare l’avvento di una rigenerata sinistra o denigrare la superficialità del buonismo, tutti hanno parlato delle loro piazze e degli organizzatori, in particolare di Mattia Santori. Dopo la conferma di Bonaccini alle elezioni più incerte della storia dell’Emilia-Romagna, per alcuni era il momento di ritirarsi, per altri di incanalare quella caotica energia in un’organizzazione più strutturata, forse persino nell’ipotetico partito rinnegato fin dal primo giorno. La pandemia ha spento in fretta le piazze e interrotto i primi timidi dialoghi con il governo, eppure, anche nel momento del distanziamento sociale, le sardine sono tornate a compattarsi e fare notizia: un nuovo flashmob in Piazza Maggiore, popolato non da corpi ma da piantine aromatiche, ha permesso la raccolta tra cittadini e comune di 60000 euro da destinare alle attività culturali di quartiere di Bologna. In pratica, il linguaggio creativo che dall’inizio contraddistingue il movimento è stato messo a servizio di un’iniziativa concreta che dall’inizio erano accusati di non fare. L’evento, chiamato “6000 piantine”, è stato la prova ideale dei binari che il percorso delle sardine dovrebbe seguire: portare avanti istanze e progetti di una cittadinanza attiva e solidale, in dialogo con la politica ma fuori dai palazzi e dai partiti.

Era il 14 novembre quando il flash mob organizzato su Facebook da quattro trentenni contro la visita di Salvini a Bologna affollò per la prima volta Piazza Maggiore. Il successo insperato portò al ripetersi dell’esperimento e nei 2 mesi successivi centinaia di migliaia di cittadini manifestarono per tutta Italia in opposizione al paradigma di populismo che sembrava rispecchiare totalmente l’elettorato.

Il nucleo di organizzatori, rappresentato pubblicamente dal volto di Mattia Santori, aveva così radunato in breve un seguito incredibilmente numeroso sotto un largo ombrello privo di simboli di partito, che copriva diverse posizioni progressiste di elettori dal centro all’estrema sinistra e di vari disillusi dalla politica. Diventate improvvisamente una voce protagonista nel dibattito politico nazionale, le sardine si sono presto confrontate con un’opinione pubblica pronta a distribuire gloria e fango a ciascuna loro parola. Santori e soci si sono esposti ovunque su televisioni e giornali, rimanendo scottati più volte e pagando a caro prezzo passi falsi e ingenuità, su tutte la foto con Benetton.

Dall’altro lato, sull’onda d’entusiasmo generale, molti sostenitori hanno più o meno consapevolmente attribuito al giovane e improvvisato gruppo delle straordinarie attese di rigenerazione politica e culturale. La tendenza bulimica di molta stampa di (presunta) sinistra a ricercare salvatori messianici, ha reso ancora più facile per l’opposizione esporre gli evidenti limiti di contenuti di un movimento eterogeneo nato nel giro di una settimana. Non è stato infatti complesso per un giornalista navigato come Sallusti far sfigurare davanti alle telecamere Santori, incalzato a dare risposte da politico a questioni come la riforma della prescrizione o il Mes.

Tuttavia le sardine non hanno mai fatto, per loro stessa dichiarazione, politica in senso stretto, e, in ragione della loro storia, composizione e competenza, è bene che non la facciano in futuro. Ciò che invece hanno fatto è stato riempire il vuoto di rappresentanza pubblica di quella parte di cittadini che non si riconosceva nella volgarizzazione del linguaggio politico e nell’accettazione passiva di nuove e velate forme di razzismo. Cittadini che c’erano da ben prima delle sardine, ma che grazie al flash mob hanno avuto modo di contarsi in una piazza e finire sotto i riflettori in un momento in cui sembravano essere sempre meno.

Dopo aver contribuito alla vittoria di Bonaccini alle regionali, per molti potevano fermarsi. Il prolungarsi sui social di una retorica progressista ma sempre vaga nei contenuti, scivolata di recente in un ingiustificabile errore storico riguardo l’omicidio di Aldo Moro, sembrava suggerire che dovessero farlo. Eppure, proprio nel momento di calo di energie interne e impedimenti esterni per la quarantena, il movimento è riuscito a lanciare un nuova e creativa iniziativa. Grazie alla propria visibilità e alla collaborazione con la Fondazione Innovazione Urbana, il Comune di Bologna e Velostazione Dynamo, le sardine hanno contribuito a finanziare un’estate di iniziative culturali di quartiere, vendendo timo, elicriso, salvia e rosmarino. La sfida ai cittadini è stata raccolta e vinta in un crowdfunding online durata appena 4 ore, sufficienti a vendere tutte le 6000 piantine.

Questa è la linea di azione sui cui può continuare ad operare in modo credibile e sensato il movimento delle sardine, rispetto cui è sciocco nutrire aspettative di rivoluzione politica e culturale: Santori non è Berlinguer o Che Guevara, non può né vuole esserlo. È il giovane volto pubblico di una cittadinanza che ha dato un segnale e, pur consapevole di non essere la panacea ai mali del mondo, si rimbocca le maniche per provare a rendersi utile.

Il movimento delle sardine è in fondo l’ultima espressione, più giovane, social e pubblicamente esposta, di quel sentimento di attivismo e solidarietà sociale da sempre radicato nel bolognese, non a caso il loro territorio di nascita e fortuna.

Vox Zerocinquantuno, 20 maggio 2020


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

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