Auschwitz spiegato a mia figlia di Annette Wieviorka. Recensione di Maria Laura Giolivo

 

La storica francese Annette Wierviorka, esperta di ebraismo, in Auschwitz spiegato a mia figlia ha affrontato per la prima volta il tema della Shoah sotto forma di domanda botta e risposta con la figlia Mathilde, allora tredicenne.

Il libro trae spunto dalla curiosità che la vista del tatuaggio sul braccio dell’amica di famiglia Berte, ebrea tedesca sopravvissuta alla deportazione nel lager di Auschwitz – Birkenau, suscita nella ragazza. Ne scaturisce un interessante ed intenso dialogo madre – figlia che riesce ad analizzare tutti gli aspetti fondamentali e caratterizzanti dello sterminio ebraico, senza eludere la domanda in assoluto più spinosa sull’argomento cioè “perché i nazisti decisero di cancellare gli ebrei dalla faccia della terra?”

Sempre prendendo spunto dalla storia di Berte, senza un vero e proprio criterio logico temporale (come spesso avviene durante una conversazione), l’autrice cerca di dare forma a un excursus storico che consenta alla figlia di tracciare le forme delle compagini politico – territoriali durante la seconda guerra mondiale sottolineando più volte come Hitler sognasse la formazione di un grande impero germanico che affermasse il predominio della razza ariana.

Alla ragazza, però, più che la situazione storico politica del tempo, interessano risposte ad interrogativi ben più difficili da snocciolare quali “Com’è possibile che degli uomini ammazzassero così dei bambini? Chi lo faceva si sentiva colpevole? Credi che tutti siano capaci di massacrare altri individui perché glielo chiede un loro superiore? “

Le domande di Mathilde introducono il tema cardine del genocidio degli Ebrei cioè come sia stato possibile che tutto ciò sia avvenuto nella più totale inconsapevolezza e indifferenza dell’opinione pubblica mondiale. E così la Wieviorka spiega come la cosiddetta “soluzione finale” sia stata progettata fin dall’inizio nei minimi particolari con l’intento ben preciso di non lasciarne alcuna traccia. Ideata, dunque, con lo scopo di cancellare completamente “un intero popolo dalla faccia della terra”, cancellandone “perfino il ricordo”, il suo attuarsi fu reso possibile grazie alla meticolosità messa in campo dai tedeschi nel tenere tutto nascosto (pochi sapevano cosa realmente stesse accadendo) ma soprattutto per l’indifferenza politica delle grandi potenze alleate che, per lo più, erano interessate solo a vincere la guerra.

E’ verosimile che, nelle zone vicine ai più noti Lager nazisti, le persone sospettassero del trattamento riservato a prigionieri ed ebrei ma l’incredulità di fronte all’orrore di alcuni racconti era talmente grande da renderli inverosimili.

L’autrice affronta anche il tema della mancata opposizione ebraica allo sterminio, spiegando alla figlia come, pur non essendo mancate forme di resistenza ebraica organizzata come quella del gennaio del 1943 guidata da Mordechai Anielewicz, nel ghetto di Varsavia, per lo più la deportazione si consumò nella più totale inconsapevolezza del fine ultimo della persecuzione ebraica anche da parte delle vittime stesse.

Lo stile semplice e diretto della Wieviorka rende un tema delicato come quello trattato accessibile a qualsiasi lettore, anche a quello che si approcciasse all’argomento per la prima volta. Il libro si presta ad essere un importante spunto di riflessione da cui partire per illustrare l’argomento agli adolescenti.

Vox Zerocinquantuno 

Foto: VoxReading – Maria Laura Giolivo

 

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