BanKsy: arte per la strada, arte per la gente. Di Chiara Di Tommaso

Un artista senza volto, ma con una forte identità. Un movimento difficile da inquadrare, ma che si fonda su un linguaggio comprensibile a tutti. Un’attività che trascende i limiti dell’arte, dell’etica e della politica. Una presa di posizione, una voce di protesta che ha fatto il giro del mondo. Il tutto firmato Banksy.

È proprio a lui, chiunque sia, e al suo lavoro che sono state dedicate in questi mesi due mostre in Italia, una a Milano e l’altra a Firenze presso Palazzo Medici Riccardi. Quest’ultima esposizione, realizzata da G. Marziani e S. Antonelli, visitabile fino al Febbraio 2019, seleziona ventidue delle numerosissime opere dello street-artist britannico, attraverso le quali vuole raccontare la storia e lo sviluppo della sua arte. Pur essendo impossibile ricostruirne la vita, in quanto è vagamente noto solo il luogo di provenienza, si può tracciare con più sicurezza la carriera di Banksy, scandita dall’apparizione delle sue opere ed installazioni, che nel corso degli ultimi vent’anni non hanno mai smesso di sorprendere gli spettatori.

Con questo intento comincia la mostra a lui dedicata Banksy is not a photo opportunity, presentando una linea del tempo che ripercorre le principali tappe artistiche dell’autore. Ciò che è da subito chiaro è l’organicità del suo lavoro, che unisce opere di diverso genere e lontane tra loro nello spazio e nel tempo, dietro un unico grande progetto, un’unica complessa riflessione. Dai primi graffiti sui muri di Bristol, a quelli di Londra, Los Angeles e Napoli, dalle incursioni nei musei, dove attaccava le sue opere tra quelle esposte, alle istallazioni itineranti per le strade di New York.
La sua tecnica, che si basa sull’utilizzo degli stencil grazie ai quali realizza velocemente figure chiare e dettagliate, rende i suoi lavori, sparsi per le varie città del mondo, riconoscibili, ma la sua firma sta spesso e soprattutto nei soggetti e nei contenuti. Banksy parla attraverso immagini semplici che racchiudono concetti molto più complessi, e che grazie a questo dualismo sono in grado di comunicare in modo efficace e colpire tutti. La loro caratteristica collocazione su muri, porte, tetti e ponti, come previsto dall’arte di strada, li rende alla portata di chiunque, costantemente sotto gli occhi dei passanti. E la loro diffusione è stata ulteriormente amplificata dai nuovi social- media, che hanno portato le sue immagini davvero in tutto il mondo.

Tra i protagonisti dei suoi graffiti ci sono i bambini, i poliziotti e i topi: i primi come portavoce di dinamiche del mondo degli adulti, vengono traslati in contesti ai quali non appartengono o non dovrebbero; i secondi usati come simbolo delle grandi contraddizioni della violenza, vengono rappresentati ad esempio con armi da fuoco e ali da angelo; gli ultimi, “i ratti”, sono scelti da Banksy come autoidentificazione dell’artista di strada, in quanto piccoli, insignificanti, schifosi e odiati ma che pur agendo nell’ombra sono stati in grado di distruggere intere società. La sua genialità, spiega il curatore della mostra fiorentina, consiste in“ questa capacità molto dadaista e surrealista di metter insieme elementi discordanti, apparentemente inconciliabili, creando un cortocircuito funzionale”. Il carattere fortemente satirico e definito spesso “sovversivo”, unito alla grande originalità e ironia dell’artista, rendono le sue opere esplicite e spiazzanti, dando grande potenza al messaggio che portano. La sua proposta rivoluzionaria si vuole contrapporre a quella delle “società che scarabocchiano slogan giganti attraverso edifici e autobus, cercando di farci sentire inadeguati se non compriamo le loro cose”.

Il suo impegno in una lotta costante a colpi di immagini contro i grandi paradossi e le profonde ingiustizie della società contemporanea, si materializza senza filtri sulle pareti dei palazzi, rendendo quell’arte e quella lotta comune. La sua denuncia è indirizzata innanzitutto alla guerra, in ogni sua forma. Come ha dimostrato sfidando l’esercito israeliano nel 2005, con i suoi disegni sulla barriera che separa Israele dalla Palestina. Disegni che rappresentano squarci nel muro, con la tecnica del trompe l’oleil, e che vogliono dare la possibilità di vedere oltre. Oltre a questo che è stato sicuramente il suo lavoro più eclatante, sono moltissime le immagini antimilitariste, tra le più impressionanti esposte a Firenze quella di una bambina vietnamita bruciata dal napalm, gas usato dagli americani durante la guerra, che è tenuta per mano da Topolino della Disney e dal Clown di Mac Donald. In realtà, infatti, è l’intero sistema che Banksy critica, un sistema fondato sul consumo, sull’ipocrisia e sulla violenza.

La sua forza, che l’ha reso oggi lo street-artist più famoso al mondo, sta nella sua sincerità e nel suo anonimato: “Non so perché le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata, dimenticano che l’invisibilità è un super potere”, ha affermato l’artista. Ma forse sta più di tutto nella sua inesauribile capacità di stupire, sia per l’originalità e varietà delle sue idee, sia per l’aspetto intrinseco della sua arte di poter apparire all’improvviso dove meno la si aspetti. In quest’ottica ha passato l’Ottobre del 2013 a New York presentando la serie “Better out than in” che ha dato il via ad una spontanea caccia al tesoro delle sue opere, le quali una al giorno spuntavano senza preavviso come fiori nel cemento della metropoli. Ma ancora di più ha sorpreso il pubblico mondiale l’ultima provocazione di Banksy, avvenuta proprio lo scorso mese di Ottobre, quando ad una seduta della famosa asta di Sotheby’s (Londra) il suo quadro “Ragazza con palloncino”, appena assegnato per più di un milione di sterline, si è autodistrutto, sbriciolato da un tagliacarte nascosto nella cornice e azionato probabilmente dallo stesso Banksy.

“Un’azione totalmente concettuale, che smonta il marketing attraverso il marketing stesso”, spiega Marziani curatore della Mostra di Firenze, una delle poche esposizioni fra l’altro ad essere state autorizzate dal circolo che gestisce le opere di Banksy. Un altro tema complesso, nodo insolvibile, è infatti legato alla commercializzazione delle opere dell’artista. Problema che ha alla radice il dilemma proprio dell’arte di strada: da lasciare all’aperto, in balia degli agenti atmosferici e vandalici, oppure da “musealizzare” e vendere, strappando però l’opera dal suo contesto urbano che ne è parte integrante?

Quel che è sicuro è che la sua azione completamente al di fuori dagli schemi lo ha reso un artista integro ed indipendente, iniziatore di una rivoluzione volta al rovesciamento del sistema che critica e che però, grazie alla sua scelta di strada, ha il grande privilegio di partire dal cuore del sistema stesso.

Vox Zerocinquantuno n.29, Dicembre 2018

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