Banlieues: una storia di periferia, di Matteo Scannavini

La sede di Charlie Hebdo. Il teatro Bataclan. Nizza. La chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray. L’Avenue des Champs-Élysées. Luoghi che negli ultimi 3 anni hanno fatto notizia per il motivo più atroce, il sangue versato di innocenti. In una Francia lacerata da continui attacchi terroristici di rivendicazione islamica che hanno fomentato, vittima dopo vittima, xenofobia e populismo, si è presto delineato l’inquietante scenario di un’ascesa della destra estrema, incarnata nel Front National di Marine Le Pen. Eppure, tale concreta minaccia è stata cancellata dalla vittoria di Emmanuel Macron, leader europeista del giovane partito En Marche!, affermatosi al secondo turno delle presidenziali con una convincente maggioranza del 66,10%. Ma una crisi evitata non equivale ad un lieto fine. Per quanto ad oggi siano soltanto 8 i seggi parlamentari occupati dai rappresentanti della destra estrema, il 7 maggio 11 milioni di cittadini francesi esprimevano la loro adesione agli ideali del Front National. Numeri di immediata interpretazione, indicanti come le tensioni intestine alla Francia restino calde. Così, mentre il volto fresco di Macron diffonde serenità in Europa e il neo ministro figlio di immigrati marocchini Mounir Mahjoubi segna un promettente passo verso l’integrazione, il clima pare meno gradevole per i troppo spesso dimenticati abitanti delle banlieues, che convivono quotidianamente con razzismo e disoccupazione da oltre 60 anni.

L’infelice storia dei banlieusards ebbe inizio alla fine degli anni ’50 quando, in concomitanza con lo smantellamento delle colonie d’oltremare, la Francia si ritrovò con l’impellente necessità di accogliere un ingente numero di cittadini francesi di origine coloniale. La risposta al problema fu una politica di contenimento che confinò gli immigrati delle ex colonie in apposite zone residenziali nell’intera area periferica dell’agglomerato urbano di Parigi, una società ai margini della società, che sviluppò rapidamente una propria cultura alternativa. La complessa realtà di questi sobborghi, ben differente dall’idea comunemente percepita del benestante stile di vita parigino, ha costituito fin dalla loro costruzione un rompicapo spinoso per tutti i governi francesi, di destra quanto di sinistra. I rapporti tra queste due metà di popolazione, si sono, come dimostrato dalle ultime elezioni, gradualmente esacerbati, in particolare nei confronti della comunità islamica. Il dato degli 11 milioni di voti al Front National non va però interpretato solo come figlio del terrorismo: l’odio razziale si era già precedentemente consolidato e frequentemente tradotto in numerosi episodi di violenza etnica, agghiaccianti quanto gli attentati ma con un rilievo mediatico soltanto marginale, limitato a indignazione temporanea senza alcuna presa di coscienza. Come racconta il giornalista italo-francese Fausto Giudice nella sua opera “Arabicides”, negli anni ‘90 l’arabicidio era un fenomeno non solo accettato, bensì all’ordine del giorno.
Fra gli episodi più sconvolgenti riportati, risalta la tragica repressione a mano armata di una manifestazione contro le affermazioni sostenute dal Front National nell’ottobre del ’61, a seguito della quale è stato stimato che più di 200 persone, perlopiù arabi, furono brutalmente uccise. Non meno sconcertante fu l’assassinio di un ragazzino maghrebino di 11 anni, freddato a colpi di fucile da un francese mentre stava giocando a pallone e disturbando l’ora della siesta pomeridiana. Come suggerisce l’episodio del ’61, anche i rapporti con la polizia nelle banlieues sono estremamente tesi. Lo stato di forte povertà che caratterizza la vita di oltre il 60% dei banlieuesards spesso sfocia in azioni criminali che hanno contribuito, insieme al pregiudizio, ad instaurare un clima di perenne diffidenza da parte di e verso la polizia. Quest’ultima si è spesso resa protagonista di orrendi abusi di potere, denominati bavures, letteralmente “sbavature”, un termine poco colorito finalizzato a sminuire la gravità di atti che rappresentano a tutti gli effetti crimini razziali. Lo sviluppo di tali pregiudizi reciproci ha portato, a partire dal 1979, a numerosi scontri contro la polizia, scoppiati dalle scintille di singoli casi di abusi, espressioni ultime del disagio latente fra gli strati popolari. Il più recente e violento di questi avvenne nel 2005, quando, in seguito alla morte di due giovani durante la loro fuga preventiva dalla polizia, numerosi banlieuesards scatenarono una guerriglia della durata di due settimane, con tanto di incendi e attacchi piromani con bombe molotov contro le forze d’ordine.

In questo perenne clima di distacco dalle istituzioni, gli improbabili portavoce dei problemi dei banlieuesards sono divenuti i rapper. La cultura del rap delle banlieues ha infatti guadagnato sempre più popolarità grazie alle aspre parole di denuncia sociale di artisti come Joey Starr, fondatore del gruppo rap “Supreme Ntm”. Attraverso ritmi pressanti, testi carichi di rabbia e indignazione, Starr descrive la condizione di pauperismo dei banlieuesards e l’ostilità nei confronti delle forze d’ordine. Con uno dei suoi testi, “Qu’est-ce qu’on attend” del 1995, Starr giunse persino a profetizzare l’esplosione delle violente rivolte del 2005, epitome di come i sintomi dell’insurrezione potessero essere osservati ben prima che si scatenasse.

Altra canzone emblematica é “Police”, del 1993, dove sono perfettamente dipinti i rapporti di conflittualità nei confronti della polizia. L’ultimo caso di disordini con le forze dell’ordine risale a circa 5 mesi fa, quando un ragazzo 22enne di colore, identificato come semplicemente come Theo, è stato fermato da 4 agenti per sospetto di spaccio e sodomizzato con un manganello.
Nonostante la violenza fisica e verbale subita, una volta visitato in ospedale dall’ex presidente Holland, Theo ha fatto il seguente appello ai suoi compagni banlieuesards, che già si stavano mobilitando contro la polizia attraverso atti di guerriglia: “So quello che sta accadendo. Amo la mia città e quando tornerò voglio trovarla come l’ho lasciata. Quindi ragazzi, stop alla guerra. Pregate per me”.

Uno speranzoso invito alla pace che rappresenta un incredibile atto di forza di chi, senza dimenticare la lunga e travagliata storia delle banlieues, la povertà, la disoccupazione, gli Arabicides, le tensioni etniche preesistenti e aggravate dal terrorismo, reprime i bassi istinti e continua a credere in un domani migliore, sorretto da una fede in nome della quale si stanno commettendo bestialità. Indubbiamente tale futuro di pace e tolleranza resta ancora lontano, ma queste parole del giovane Theo e la vittoria di Macron potrebbero rappresentare i primi passi verso il profondo cambiamento culturale che i banlieuesards attendono da ormai troppo tempo.

Vox Zerocinquantuno n 12, luglio 2017

#In copertina quel che resta di un auto dopo gli scontri in una banlieue di Parigi (Alain Bachellier, novembre 2005) da Wikipedia

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