Biologa, comunista, dea azteca e Madonna coperta di ex-voto: Frida Kahlo a Palazzo Albergati di Eloisa Macrì

1941: due emigranti dell’Europa orientale s’incontrano a Città del Messico. Sono Jacques Gelman e Natasha Zahalkaha, grandi mecenati e collezionisti d’arte che stringono amicizia non solo con Frida Kahlo e Diego Rivera ma con molti altri artisti messicani come Marìa Izquierdo, Rufino Tamayo, David Alfaro Siqueiros, Angel Zàrraga. Sono proprio questi ultimi ad aprire il suggestivo percorso dello spettatore attraverso l’arte messicana del XX secolo, nella splendida cornice di Palazzo Albergati. Un viaggio sinestesico tra accesi cromatismi dal sapore malinconico e costumi ispirati alle donne di Tehuantepec, tra filmati originali che catturano momenti di tenerezza tra Frida e Diego e la ricostruzione della stanza in cui Frida ha trascorso quasi tutta la sua esistenza.

Con una certa immediatezza si può cogliere una sorprendente parentela pittorica (e non solo) tra Frida e Marìa Izquierdo. Quest’ultima arriva a Città del Messico nel 1920 dalla provincia, dove era nata nel 1902: aveva già tre figli e un marito molto anziano, un colonnello dell’esercito a cui era stata data in sposa all’età di 14 anni. Nel 1928 abbandona tutti e si iscrive alla Escuela National des Bellas Artes, dove si lega sentimentalmente al suo insegnante, Rufino Tamayo. Marìa, oltre a godere della grande stima di Diego Rivera, detiene un glorioso primato: è la prima donna messicana ad esporre negli Stati Uniti, presso l’ Art Center di New York, nel 1930. Nel 1948 metà del suo corpo rimane paralizzato per una emiplagia, ma questo non le impedisce di seguitare a dipingere. Così come Frida, Marìa non si identifica nel surrealismo. La sua poetica è intrinsecamente legata al Messico, al misticismo e al pessimismo mescolati con un’allegria malinconica.

E’ proprio questa l’atmosfera che si respira davanti alle sue Scene circensi con gitani, eseguite con tecnica gouache, un tipo di colore a tempera reso più pesante e luminoso con l’aggiunta di biacca o gesso mescolati con gomma arabica, e alla sua Natura morta sotto un cielo carico di minacciosa elettricità, quasi fatto a brandelli dalle nubi e non viceversa, lo stesso cielo che si ritroverà nei dipinti di Frida, a cominciare da L’abbraccio amorevole dell’universo, la terra (il Messico), io, Diego e il signor Xòlotl (1949).

In questa tela la stupefacente cosmologia della pittrice è chiusa in una serie di abbracci concentrici, in un gioco di inclusioni consequenziali, dall’universo alla terra e dalla terra all’essere umano. Affranta dai continui tradimenti di Diego, Frida si protegge assumendo l’atteggiamento della madre indulgente. Diego è qui il suo piccolo, che si nutre alla fontana che sgorga dal suo petto. La presenza del cane prediletto di Frida rimanda alla fragilità della vita di coppia. Accovacciato ai piedi della coppia il cane vigila sulla loro vita amorosa, proprio come l’antica figura della mitologia messicana, Xòlotl, dall’aspetto di cane, veglia sul regno dei morti. Sul suo dorso, come ogni sera, il sole, i defunti vengono traghettati negli inferi attraversando un fiume, per poter poi rinascere. Frida e Diego si circondano dell’amore universale, la cui profondità è simbolicamente rappresentata dalle robuste radici di una natura rigogliosa che si dispiega tutta attorno a loro.

Predominanti, nella collezione Gelman, sono gli autoritratti di Frida.
L’autoritratto è un genere rispetto al quale la pittrice asserisce: “ Dipingo me stessa perché trascorro molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio”. Mai come nel suo caso il corpus pittorico coincide con il corpus fisico. Sognando un futuro da medico il destino la condanna, al contrario, alla condizione di paziente cronica. Frida si definisce come una biologa naturalista che fa del proprio corpo un territorio di indagine.

Dei sei autoritratti esposti, tutti di una intensità espressiva magnetica e disarmante, quello che incanta e cattura per la sua potenza quasi ieratica è l’Autoritratto come Tehuana, o Diego nei miei pensieri o Pensando a Diego, del 1943. Su una parete rossa si apre una nicchia profonda, sul cui lato inferiore quattro gradini bianchi ascendono verso il ritratto: l’immagine di Diego, dipinta sulla fronte, tra le folte sopracciglia ad ala di gabbiano e l’attaccatura dei capelli, domina i pensieri di Frida che prendono la forma di filamenti bianchi e neri. L’autrice indossa l’abito in cui si identifica e in cui meglio si rappresenta: il Tehuana delle donne dell’Istmo di Tehuantepec, famose per la loro solennità, intelligenza, forza e coraggio. La tradizione vuole che la loro fosse una società matriarcale fondata sul commercio e caratterizzata dalla dominazione sull’uomo. Nel dipinto il costume è incantevole: una elaborata acconciatura di merletto ripiegato e inamidato le incornicia tutto il volto mentre dal capo alle spalle corre una gonna con una lunga balza di cotone bianco ed un luminoso nastro di raso rosa.

L’idea in voga era che portando gli abiti delle indigene, le donne di città dichiarassero il loro legame con la natura. Indossando quell’abito Frida professa anche le sue ideologie comuniste, è la sua modalità di schieramento dalla parte di chi è stata vittima dei conquistadores spagnoli prima e delle multinazionali americane poi. Il costume è una maschera primitiva che le libera dalle convenzioni borghesi. Frida lo adotta come concetto identitario, come immagine da presentare al mondo ma anche come mascheramento della sua infermità. Le camicie squadrate e larghe occultava la presenza di necessari corsetti, le gonne lunghe coprono la menomazione della gamba, le acconciature tradizionali spesso ornate da fiori freschi, nastri e carta focalizzano l’attenzione sul viso, impreziosito da collane ed orecchini che le conferiscono l’aspetto di una dea azteca o una Madonna coperta di ex-voto.

La sua estetica conquista e ispira stilisti e fotografi a cominciare da Elsa Schiaparelli, che disegna un abito-omaggio chiamato “Robe Madame Rivera”, attraverso la drammatica costrizione del bustino di Jean-Paul Gaultier, fino agli intarsi colorati di Antonio Marras . Ed è proprio dal mondo della moda che ha inizio la trasformazione di Frida Kahlo in icona globale che investe tutte le espressioni della produzione culturale. Al primo piano di Palazzo Albergati, una intera sala è dedicata alla collezione di abiti che diverse “Fride” hanno indossato sulle passerelle dagli anni Settanta ad oggi. Contigua a questa sala è quella che ospita la fedele ricostruzione della stanza di Frida, con il suo letto a baldacchino, dotato di uno specchio nel quale poteva riflettersi per autoritrarsi ed uno scheletro scolpito che riposa sull’estremità superiore.

Il leitmotiv che accompagna l’osservatore è un quello di un’ambivalenza percettiva in cui si avverte una tensione dinamica costante tra Eros e Thanatos che sono gli estremi della vita, ma che nella vita pittorica di Frida come in nessun’altra non sono mai estremamente distanti.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016


Eloisa Macrì, bolognese con qualche contaminazione genotipica del Sud, si diploma al Liceo Classico L. Galvani di Bologna, frequenta un anno di Biologia ed uno di Medicina per poi orientarsi agli studi di Filosofia. Parallelamente all’Università frequenta la Scuola di Teatro Galante Garrone, il Teatro dell’Ascolto condotto da Paolo Magagna, il Teatro S.Martino diretto da Tanino De Rosa. Si laurea con una tesi sperimentale di bioetica sulle cure palliative, pubblicando un articolo sulla Rivista Italiana di Cure Palliative. Scopre l’amore per il Cabaret e comincia un percorso di scrittura autoironica che sfocia allo Zelig Lab di Bellaria, Fidenza e al tanto ambito Zelig di Milano. Parallelamente insegna teatro, dipinge su materiali alternativi, quali borse (alcune delle quali esposte a Osaka), giacche di pelle, porte. Continua, ad impegnarsi ancora nel teatro classico, collaborando con attori e musicisti.

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