Black Lives Matter: l’occasione per affrontare il razzismo in Italia, di Matteo Scannavini

Continuano le manifestazioni di Black Lives Matter. L’omicidio di George Floyd non era il primo episodio di violenza razziale negli USA ma l’ennesimo. Eppure, forse anche per la sua crudele estetica, il volto e la postura fiera di un carnefice che schiaccia la propria vittima impedendole il respiro, ha fatto da scintilla all’esplosione di un’ondata globale di antirazzismo dall’energia inedita. Anche in Italia, il discorso sul razzismo si è aperto e ora i riflettori mediatici sono puntati sul tema. Come molti attivisti sottolineano, questa risvegliata attenzione ha il potenziale di diventare un vero  ascolto ed azioni concrete. Tuttavia, oltre a suonare piuttosto tardiva e ipocrita, rischia di bruciarsi in una partecipazione chiacchierata e superficiale, per poi acquietarsi in pochi mesi come una qualunque moda. È quindi importante iniziare da ora a non appiattire il dibattito sul razzismo in Italia.

Innanzitutto, una piccola riflessione sul tema che più ha occupato i giornali: Montanelli, ovvero, per estendere il discorso, la lotta per la rimozione di monumenti o contenuti pubblici legati ad una mentalità colonialista e razzista. Ora, giudicare la storia passata ed i suoi personaggi secondo la morale contemporanea è folle e si presta ad enormi abusi. Così come imbrattare una statua non fa particolare onore a questi anonimi e coraggiosi rivoluzionari. La separazione tra valore professionale e lato umano, strettamente dipendente dal contesto storico e sociale, dovrebbe essere sempre tenuta a mente: l’aver firmato il Manifesto degli intellettuali fascisti non rende d’Annunzio, Pirandello e Ungaretti scrittori meno autorevoli dei partigiani Calvino e Fenoglio. Tuttavia, è pur vero che lo spazio urbano non è un ambiente neutro, statico e immutabile, ma segue evoluzioni lecite e dettate anche della morale del tempo. Quindi, anche se la sensibilità di tanti non è urtata dalla presenza della statua di un grande giornalista, resta comprensibile il parere della scrittrice e attivista italò-ghanese Djarah Kan, quando afferma di non voler vedere il volto di un perpetratore del colonialismo celebrato in pubblico. Quindi, si tolga pure il monumento, se lo si ritiene simbolicamente utile (tra l’altro, a sentire Travaglio, che di Montanelli è discepolo, Indro ne sarebbe solo che felice), ma la battaglia al razzismo va discussa e combattuta anche e soprattutto su altri fronti.

Certo il tema è delicato, ed è facile ricadere in una retorica paternalistica che pretenda, dall’alto dei propri privilegi, di insegnare ai neri come manifestare. È un rischio inevitabile, ma bisogna comunque argomentare le proprie posizioni. Pertanto, più che continuare a discutere sull’anima di Montanelli o sulla rimozione temporanea di Via col vento da HBO, è qui opportuno ribadire l’attenzione alle più profonde battaglie degli attivisti afroitaliani: la riforma sulla cittadinanza per introdurre lo ius culturae; le tutele contro lo sfruttamento dei migranti nei campi, veri e propri schiavi del capolarato; le modifiche ai decreti sicurezza e agli accordi con la Libia, ancora vigenti nonostante il “cambio di rotta” da Salvini a Lamorgese.

Le ultime due di queste tre istanze rientravano tra le richieste di Aboubakar Soumahoro, sindacalista USB che si è simbolicamente incatenato di fronte ai cancelli di Villa Pamphili per ottenere l’attenzione del governo. Nel suo libro, Umanità in rivolta (Feltrinelli, 2019), Aboubakar aveva descritto il concetto di razzializzazione istituzionale, ricostruendo il corpus normativo che negli ultimi 30 anni ha contrastato il concetto di integrazione in Italia, dando espressione legale a diversi  profili di discriminazione: il paradigma dell’invasione dello straniero, l’unione della questione immigrazione all’ambito della sicurezza, il riconoscimento del migrante solo in chiave utilitaristica ed economica. Quest’ultima idea si è rivista recentemente con la sanatoria voluta da Lamorgese, con cui, al fine di salvare la raccolta di pomodori, i braccianti migranti sono stati regolarizzati per 6 mesi, oltre i quali torneranno prevedibilmente sotto il giogo del caporalato.

Nel suo lavoro, Soumahoro ha più volte insistito sull’importanza di considerare il fenomeno del caporalato non come unico capro espiatorio, ma piuttosto come ultimo anello della catena di un sistema. Un sistema in cui, ad esempio, gli enti controllori della qualità etica delle imprese di filiera chiudono agli occhi davanti allo sfruttamento degli invisibili del nostro paese, ghettizzati in baraccopoli e privi delle più basilari sicurezze del lavoro. Queste vittime del razzismo hanno avuto raramente nomi e cognomi, come nel caso di Paola Clemente e Soumalia Sacko. Molte altre volte, sono rimaste nel silenzio.

Ecco, forse questo sarebbe un punto di partenza migliore per parlare di cos’è il razzismo in Italia. Non rifugiarsi nel mito degli italiani brava gente, né andare a chiedere ai neri dell’ultima volta in cui hanno ricevuto un insulto razzista (una pratica grottesca che molti giornalisti, anche in buona fede, continuano a fare). Le proteste di Black Lives Matter possono essere l’occasione per dar veramente voce a chi sta lottando da anni contro le discriminazioni. Un passo in avanti verso quella società paritaria sancita dai principi della nostra costituzione.

Vox Zerocinquantuno, 22 giugno 2020


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

 

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