Bohemian Rhapsody: quando il Rock’ n’ roll si fonde con l’Opera, di Alessandro Romano

Film campione d’incassi del 2019, attesissimo in tutto il mondo, il regista Bryan Singer porta nelle sale cinematografiche la storia di una delle band più famose ed amate di tutto il mondo: i Queen.
Occorrono più di due ore per raccontare le origini della band londinese fino al triste epilogo del frontman Freddie Mercury, deceduto per una broncopolmonite aggravata dall’AIDS il 24 novembre 1991, all’età di 45 anni.

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Uno degli aspetti che colpisce, è che, per fortuna, benché incentrato sull’evoluzione artistica ed umana di Freddie Mercury, il film racconta soprattutto la storia dei Queen, che, nonostante qualche inasettezza storica (dovuta probabilmente ad esigenze narrative), permette di conoscere il gruppo nella sua interezza e nelle diverse personalità dei quattro membri, anche allo spettatore meno ferrato sull’argomento.

Viene messa così in luce, oltre al noto istrionismo di Mercury, il fatto che i Queen fossero una band composta da quettro menti pensanti. Brian May (chitarra, intepretato nel film da Gwilym Lee), John Deacon (basso, Joseph Mazzello) e Roger Taylor (batteria, Ben Hardy) sono tre musicisti pieni di talento che hanno contribuito attivamente alla realizzazione della discografia del gruppo; nel film, ad esempio, viene rivendicata la paternità del primo per We Will Rock You e di Deacon per Another One Bites the Dust ed, in una delle scene topiche del film viene mostrato come Radio Ga Ga, scritta da Roger Taylor, fosse una delle canzoni più amate dal pubblico durante le esibizioni dal vivo.

La somiglianza degli attori con i personaggi reali è a dir poco impresionante, non solo per le effettive somiglianze fisiche (fatto non necessariamente rilevante), ma soprattutto per il lavoro svolto nel riprodurre i gesti e le movenze tipiche degli artisti. Per chi non conoscesse a fondo il gruppo originale basta guardare un video a caso dopo aver visto il film per rendersene conto.

Corso di scrittura creativa

Ed ora veniamo a quello che era inevitabilmente il personagio più atteso della pellicola, una delle icone più grandi della storia della musica, conosciuto in ogni parte del globo anche per chi non avesse familiarità con la band o con il Rock in generale. Freddie Mercurie. Chissà cosa deve aver pensato Rami Malek dopo aver saputo che gli era stata affidata la parte; certo, una sfida fantastica per ogni attore, ma che porta certamente con sé anche una buona dose di pressioni.
Il ritratto che viene fatto di Mercury colpisce perché si addentra anche nella sfera privata, portando alla luce episodi meno noti e sfumature sconosciute ai più. Su tutte il legame intenso con la fidanzata Mary Austin e la presa di coscienza (da parte di entrambi) della natura gay di Freddie. È proprio questo il passaggio più sorpendente e toccante del film, il confronto tra due persone che si amano, che non possono stare insieme, ma che vogliono continuare ad essere ognuno parte della vita dell’altro.

Per quanto riguarda l’interpretazione di Malek, anche qui è riconoscibile l’enorme sforzo per catturare le movenze e le pose che hanno reso celebre il cantante. Anche se dal ritratto che ne fa l’attore emerge uno sguardo perennemente “su di giri”. Da un lato sembra eccessivo se paragonato all’originale, dall’altro rende bene l’idea di una forza espressiva che, esperimenti musicali, stadi pieni e tour interminabili, non potevano comunque placare.

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Il film, possiamo dire che nel complesso, centra l’obiettivo: la storia dei Queen è la storia di un gruppo che ha tentato di portare l’Opera all’interno della musica Rock. E non soltanto in termini musicali. La teatralità è presente tanto nei video quanto nelle performance dal vivo. C’è lo sforzo costante di coinvolgere il pubblico fin dall’ideazione di ogni nuovo brano. C’è la ricerca di un Rock, aggressivo o dolce che sia, sperimentale ma di classe. La band è pervasa da uno spirito ribelle ma che è elevato, allo stesso tempo, da un animo nobile. Il Rock’n roll e l’Opera, dentro e fuori i concerti, si fondevano insieme nella sintesi di uno dei più grandi gruppi della storia musicale mondiale.

Vox Zerocinquantuno

 

Foto: il giornale della musica


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di“Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”

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