Bolognina nessun dogma, di Marta Spadea

Ragionare sulla memoria storica di un quartiere, e sulle variabili che contribuiscono al disegno fisico/emotivo di un luogo, prepara alla comprensione di quelle che possiamo definire mappe emotivo-territoriali. Queste rappresentazioni ideali che incrociano lo spazio col vissuto, ci fornisco indizi per rispondere ad uno tra interrogativi più controversi riguardanti Bologna: come si vive in Bolognina? Esercizio propedeutico a questa risposta è però portarsi indietro, chiedersi “come si viveva in Bolognina?”

La Bolognina prende forma dallo spontaneo e graduale insediamento abitativo di operai che lavoravano nelle molte fabbriche a Nord della città (Casaralta, Sasib, Minganti…); a metà dell’Ottocento poi, con la costruzione della stazione, nuovi lavoratori decidono di stabilirsi in zona. Nonostante gli scarsi collegamenti col centro e la mancanza di servizi, i Bolognesi iniziano a percepire la zona abitata da poco formatasi come un’appendice della città, una sua replica minore anticipando nel linguaggio comune quello che sarà il nome del futuro quartiere: la Bolognina, “territorio che non era più campagna, né propriamente sobborgo, senza essere più città”1. I percorsi quotidiani degli abitanti della zona erano comuni: da casa alle fabbriche, alla stazione, organizzandosi per colmare la distanza con i servizi del centro città. In questo modo lo spazio di lavoro, quello abitato e quello sociale si presentano come ambienti con confini sottili, anche i ruoli si mescolano così che il collega di lavoro è anche tuo vicino di casa, compagno di passeggiate e padre dell’amico di tuo figlio. La seconda guerra mondiale, nella sua drammaticità, fa si che la comunità della Bolognina si evolva in un fronte unico e coeso di antagonismo: la Resistenza abita le case e le fabbriche, tra sabotaggi alla produzione convertita ad uso militare e sottrazione di materiale dai magazzini da usare per costruire le armi dei partigiani. Ma a metà degli anni Novanta il fallimento di alcuni stabilimenti industriali inizia a far scricchiolare gli ingranaggi di questo villaggio urbano; nello stesso periodo sempre più stranieri scelgono il territorio bolognese e in particolare la Bolognina. Considerato anche l’alto tasso di abbandono degli immobili causato dalla diluzione delle possibilità di lavoro fino ad allora garantite, nel quartiere è possibile trovare abitazioni a prezzi più bassi che nel resto della città. Una coincidenza delicata per questa comunità; da un lato perde riferimenti identitari, dall’altro lo “spaesamento” dell’abitante si accentua nell’incontro con volti, culture, pratiche nuove che fanno del quartiere un luogo di sentimenti e abitudini a volte contrastati. Si creano delle rotture là dove c’era condivisione dell’ordinario, ricordo delle lotte e attaccamento ai luoghi simbolo.

Foto Marta Spadea

 

Questi solchi, scavati dall’erosione delle pratiche che caratterizzavano il quartiere, sono diventati lo spazio all’interno del quale tesserne nuove narrazioni. In quanto tali, queste rappresentazioni sono filtrate dal vissuto personale, dal proprio radicamento nel quartiere, dal modello culturale dei singoli e dall’infinità di stimoli esterni più o meno interiorizzati; per questo motivo cercare una risposta unica alla domanda “come si vive in Bolognina?” lascia dietro di sé una serie di sfumature, senza le quali il quadro rimane incompleto. Per svilire la complessità nella sua ricchezza intrinseca, le risposte si sono orientate spesso verso facili etichettamenti, battute di caccia alle streghe per identificare i colpevoli del declino del quartiere-comunità.

L’etichetta prescelta, pericolosa ma gettonata, è stata quella di “degrado” e il colpevole quasi sempre lo straniero.

Durante la mia ricerca sul (ex)quartiere della Bolognina, più che rincorrere un’utopica narrazione corale e condivisa, ho ascoltato i racconti di chi la vive e ho raccolto quanti più indizi possibili per orientarmi in questa complessità senza la pretesa di ridurla.

 

Gli abitanti mi hanno raccontato del loro quotidiano, della comodità di vivere in una zona vicina al centro ma meno cara e più lenta, più ariosa; in Bolognina poi, visto che c’è la stazione, fare il pendolare è un po’ meno faticoso. I più giovani, nati e socializzati nell’era del multiculturalismo vivono con entusiasmo i “colori” (termine gettonato in questa fascia di intervistati) che caratterizzano questa zona, soffrono però la scarsità di vitalità alla sera che li porta a doversi spostare in centro. Questa mancanza, comunemente percepita, fa riflettere sulla voglia di vivere a pieno questa zona che, più di altre, non accetta e non reputa naturale la sua associazione a dipartimento per il sonno senza troppe ambizioni di intrattenimento. I nativi e gli abitanti stabili tendono a descriverla come un bel villaggio diventato un “ghetto” degradato con strade poco popolate alla sera, interstizi scarsamente illuminati sfruttati dallo spaccio e con piani terra abbandonati. È diffuso, anche in questa fascia di abitanti, il bisogno di una certa vitalità cittadina, che si tradurrebbe senza forzature in controllo urbano là dove c’è senso di solitudine e insicurezza. Sentimenti da maneggiare con cura, evitando manovre grossolane come il ricorso incondizionato alle forze dell’ordine su camionette in giro per il quartiere e goffi tentativi di gentrificazione il cui fallimento apre la strada a nuove desolazioni.

Foto Marta Spadea

I piani strutturali e gli interventi fino ad ora attuati in zona, non si sono mostrati efficaci a sciogliere la tensione che si è (più o meno consapevolmente) venuta a creare attorno alla Bolognina, ridotta ad un problema locale, isolato, difficile da gestire e che si riassume con la sentenza “è colpa loro”, “è colpa di quelli là”. Ma per riflettere e parlare della Bolognina, come di qualsiasi spaccato urbano, bisogna conquistare uno sguardo diacronico, ampio, affinare l’udito e avvicinarsi alle narrazioni di chi la vive nel quotidiano. Se la natura di coloro che affronteranno la questione è quella di arraffare facili slogan, brandizzare dove possibile, svilire a convenienza, costruire una vetrina di cemento sotto il vessillo sempre verde della riqualifica, l’invito è a diffidare. Piuttosto accettare, con un certo orgoglio, che certi territori sfuggono ad ogni tentativo di definizione.

Vox Zerocinquantuno n.19, Febbraio 2018


1 Struttura delle occupazioni e crescita urbana: una ricerca su un’area della periferia bolognese alla fine dell’Ottocento: la Bolognina, A.Alaimo, estr. da: L’Archiginnasio, Galeati, Imola, 1984,p. 344

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