Borgonzoni-Bonaccini: una sfida che vale ben oltre l’Emilia Romagna, di Riccardo Angiolini

Non siamo ancora giunti alla fine di novembre e, prima della fine dell’anno, numerosi nodi politici dovranno essere sciolti. Tuttavia il peso delle prossime regionali, in modo particolare quello dei due appuntamenti di gennaio, grava già sugli schieramenti in lizza. Se per il centrodestra la campagna elettorale è già cominciata, o per meglio dire non si è mai arrestata, i partiti di maggioranza si trovano a dover fronteggiare un’ambigua situazione piena di interrogativi.

Il fronte degli scontri più accesi sarà senza dubbio l’Emilia Romagna, di cui gli abitanti saranno chiamati alle urne il 26 gennaio 2020 e che potrebbe segnare una svolta per l’indirizzo politico del Paese intero.
Storicamente la regione è sempre stata un baluardo delle sinistre italiane, moderate o radicali che fossero, assolutamente inespugnabile per partiti di fazione opposta. Ma le europee dello scorso maggio ci hanno fornito un’istantanea regionale assai diversa. Una Lega che, sotto la guida egemonica del “Capitano”, ha conquistato sei province su nove, superando di due punti percentuali il PD a livello regionale. Insomma, un segnale forte che ha lasciato un terreno già trincerato e pronto alla battaglia, su cui gli schieramenti si scontreranno fra un paio di mesi.

Già su questo primo punto, ossia quali partiti si daranno battaglia, sono sorti numerosi dubbi e si sono scoperti ulteriori nodi da sciogliere. Primo fra tutti, e sicuramente il più clamoroso, è quello rappresentato dalla partecipazione del Movimento Cinque Stelle, reduce da una bruciante sconfitta in Umbria. La tensione crescente dei gialli si è incarnata nella decisione di affidare ai militanti, grazie al solito voto su Rousseau, la candidatura del partito alle regionali di Emilia Romagna e Calabria. La scelta operata da Di Maio, che ha visto la netta maggioranza degli iscritti esprimersi a favore della partecipazione elettorale, ha però messo fortemente in discussione la sua leadership, sollevando un coro di proteste interne al Movimento che non lascia presagire nulla di buono.
La crisi pentastellata ha chiaramente delle ripercussioni sulla tenuta della maggioranza all’esecutivo, nonché direttamente sul PD. Cinque Stelle e Dem non scenderanno dunque assieme in campo alle prossime regionali, comportandosi da opposizioni interne al recinto governativo. Una risoluzione di questo tipo tuttavia non dovrebbe influenzare più di tanto gli esiti del voto, perlomeno in Emilia Romagna, dove la reale contesa sembra essere fra PD (e gruppi minori ad esso legati) e il centrodestra unito capitanato dalla solita Lega.

Anche questo punto rivela però alcune ambiguità, poiché se la candidata di centrodestra Lucia Borgonzoni pubblicamente e fortemente è legata ai partiti che la sostengono, l’attuale governatore e futuro candidato Dem Stefano Bonaccini sembra voler prendere le distanze dal proprio schieramento. Mediante la rimozione dei simboli di partito dalla lista elettorale e dai profili social, il Presidente uscente vuole dare un segnale forte: le politiche regionali si baseranno sulla forza e sull’autonomia dell’amministrazione locale, lasciando in secondo piano le logiche di partito.
La direzione presa da Bonaccini è però un’arma a doppio taglio, poiché potrebbe sortire esiti e conseguenze opposte. Presentandosi come candidato forte di un grande consenso personale, avvalorato dall’ottimo operato della sua amministrazione, potrebbe realmente sbaragliare la concorrenza e riconquistare il consenso del’intera regione. Prendendo le distanze dalle linee governative di partito, di cui alcune particolarmente avverse all’opinione degli emiliani (vedi manovra economica), i Dem potrebbero uscirne ugualmente indeboliti e delegittimati, seppur vittoriosi, da un membro delle proprie fila.
Per quanto riguarda il centrodestra non si può certo dire che i fatti giochino a loro favore. La candidata alla presidenza regionale, la senatrice Lucia Borgonzoni, non gode nemmeno lontanamente della popolarità e del favore che rivestono invece Bonaccini, anche se i sondaggi non la danno così distante dall’attuale presidente. Chiaro è che il suo bacino elettorale sarà fortemente influenzato dagli uomini che stanno alle sue spalle, primo fra tutti l’onnipresente Matteo Salvini, mettendo in atto una strategia politica diametralmente diversa da quella del PD. Una tattica che, esattamente come quella dei Dem, presenta delle fragilità intrinseche.

La criticità principale che minaccia l’approccio di centrodestra non è, a dispetto di quel che si potrebbe pensare, di matrice puramente politica, ma popolare. Una regione come l’Emilia Romagna infatti, in testa alla nazione per livelli di sviluppo e autonomia, è caratterizzata da un elettorato che predilige un voto di stabilità e continuità. Ad uscirne favoriti sono perciò quei candidati forti e indipendenti, che dimostrino un grado di appartenenza ed esperienza sul territorio necessario a sapervisi muovere e operare, anche in maniera opposta alle politiche nazionale.

Lo spaccato attuale vede un’opposizione compatta e con degli obiettivi prefissati, al contrario di una maggioranza slegata, indecisa e assai traballante. Questa situazione non potrà protrarsi in eterno e, a prescindere da ogni esito regionale, sarà da risolversi al più presto.

Vox Zerocinquantuno, sabato 23 novembre 

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