Zombie- Dawn of the dead: la rincorsa al consumismo e la fuga dalla socialità, di Fabio Bersani

A mezzanotte del 2 settembre è stato proiettato alla mostra del cinema di Venezia il restauro della pellicola in formato europeo di Dawn of the dead (1978), meglio conosciuta in Italia come “Zombie”, il secondo capitolo della saga di George A. Romero che ha fatto e continua a far appassionare milioni di fan dei morti viventi in tutto il mondo.
Se il cinema è arte, la settima arte per la precisione, i registi sono degli artisti e, come tali, non bisognerebbe mai porre loro troppi freni al proprio estro. Per chi ha visto la versione originale americana lo si può dire, è migliore; ma anche chi si è fermato a quella italiana (quella in formato europeo per capirci) ha comunque potuto apprezzare il tocco del regista, un tocco che ha fatto storia.

Nonostante si stia parlando di un film del 1978, se poniamo l’attenzione sull’analisi delle tematiche sociali, risulta ancora oggi più che mai attuale: l’uomo come essere vivente- o come morto che cammina- ha un solo desiderio, andare al centro commerciale. Che sia il richiamo alla sopravvivenza per i pochi superstiti o che sia il richiamo di carne fresca- o forse persino la voce dello speaker che induce a comprare, attivando probabilmente negli zombie dei ricordi passati- fa capire che la capacità cerebrale non basta più per distinguere i vivi dai non morti.

George Romero (Foto biografieonline.it)
George Romero (Foto biografieonline.it)

I temi più ricorrenti del regista sono quelli legati alle critiche feroci ma sottili alla società corrente: un consumismo smodato, un venir meno di legami sociali e di reti che, al posto di avvicinare gli uomini, tendono ad allontanarli.
L’idea di una società consumistica che fa tendere l’uomo verso l’acquisto e l’ostentazione di cose senza valore, rappresenta una delle tematiche principali del film ed è ben narrata nella penultima scena, dove la gang di zotici e stolti irrompe nel grande mall per saccheggiare beni di non prima necessità.

Si ottiene così, come risultato, una guerra dove gli zombie non risultano più essere il nemico pubblico numero uno, bensì solo ostacoli tra l’eterna guerra di uomo contro uomo, un homo omini lupus eterno, destinato a lasciare dietro a sé solo terra bruciata e deserti aridi, senza più significati né contenuti.
Il bisogno di affermazione di uno status simbol pare essere ben più importante della sopravvivenza stessa. L’invertirsi di ruoli tra buoni e cattivi, tra vicini e nemici, porterà come risultato ad una guerra senza vincitori.

Alla fine del film si ha la tanto esasperata conquista del Fort Knox da parte dei morti viventi, un ingresso trionfale che dà il là ad una nuova era, a nuove forme di socialità che sembrano farsi largo nel mondo, ma non più tra gli uomini, bensì tra gli zombie stessi. Si intravede quindi l’idea del regista in cui saranno proprio i morti viventi a spingersi verso una maggiore evoluzione, verso migliori forme d’aggregazione e verso nuove dinamiche sociali, a differenza dei pochi umani ancora in vita che sembrano oramai essersi regrediti ad animali che ragionano solo con gli istinti più puri, senza più nessuna logica e nessun sentimento verso il proprio gruppo di pari.

Un lungometraggio eterno ed etereo che nel bene e nel male risulta attuale ancora oggi, un uomo che ha dedicato una vita a queste tematiche tentando di affrontarle e di sottoporle al più vasto pubblico possibile. Un elogio va quindi al maestro dei morti viventi G. A. Romero e alla biennale di Venezia 2016 per averci dato la possibilità di ammirare uno dei suoi capolavori ancora una volta di più.


Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.

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