Caso Salvini – Diciotti: l’analisi di Jacopo Bombarda

Entro il 24 di questo mese, il Senato dovrà votare sul cosiddetto “Caso Diciotti”, ossia, tecnicamente parlando, dovrà autorizzare o meno la magistratura – nella specie il cd. Tribunale dei Ministri” di Catania – a procedere nei confronti del Ministro dell’Interno Matteo Salvini accusato di sequestro di persona in seguito al blocco, per parecchi giorni, di una nave della Marina Militare Italiana sulla quale erano state tratte in salvo 47 persone.

In questa sede non si intende commentare le vicende che hanno portato il M5S alla decisione di negare l’autorizzazione, e invece ci si limiterà a una disamina giuridica dell’istituto.

Si parte dicendo che, nel caso di specie, si tratta di una vera e propria autorizzazione a procedere che deve essere data o negata da un ramo del Parlamento – nella specie il Senato.

Dunque nessun parallelismo con i voti, frequenti negli ultimi anni, con i quali il Parlamento ha, come impropriamente si usa dire, “salvato” o viceversa “non salvato” alcuni suoi membri.

Infatti, in quest’ultimo caso, il Parlamento non votava per autorizzare o meno la Magistratura a procedere nei confronti di alcuni suoi membri, essendo stata da tempo abolito l’istituto dell’autorizzazione a procedere nei riguardi dei parlamentari.

Ben diversamente, il Parlamento votava per autorizzare l’esecuzione o meno di determinate misure coercitive emesse all’esito di un procedimento penale per celebrare il quale la Magistratura non deve più chiedere autorizzazioni di sorta: esecuzione che il Parlamento – o meglio la camera di appartenenza del parlamentare sul quale si vota – può negare ove ravvisi l’esistenza di un fumus persecutionis nei riguardi del parlamentare stesso.

Di qui le polemiche e le perplessità fatte proprie anche da chi scrive in un articolo di qualche tempo fa in merito al fatto che i parlamentari di fatto possono sindacare un atto assunto in piena autonomia dalla Magistratura nell’esercizio dei propri poteri invadendone la sfera di competenza; non dovrebbe essere compito dei parlamentari “leggere le carte” per autorizzare o negare l’esecuzione di un provvedimento penale.

Invece, il “caso Salvini-Diciotti” riguarda l’operato di un Ministro, che per quel che rileva potrebbe anche non essere un parlamentare.

E in questo caso il Parlamento concede – o non concede – una vera e propria autorizzazione a procedere.

I casi in cui può negare tale autorizzazione concernono le eventualità in cui il Ministro abbia agito per preservare un interesse costituzionalmente protetto o comunque un rilevante interesse pubblico.

Ora, nel caso di specie, secondo molti, è difficile capire quale interesse “costituzionale” o comunque “pubblico” Salvini intendesse procedere quando ha bloccato per giorni in mare la Nave Diciotti – atto per il quale peraltro si discute addirittura se fosse provvisto dei poteri del caso.

E infatti, in Giunta per le autorizzazioni a procedere e per le immunità del Senato, il Relatore Maurizio Gasparri, parlamentare di lunghissimo corso, ha coniato l’espressione “interesse pubblico governativo”, che a ben vedere è un ossimoro, in quanto l’interesse pubblico o è appunto pubblico, ossia di tutta la collettività dei rappresentati e non solo di coloro che si riconoscono nell’operato del Governo in carica, oppure, semplicemente, non è.

Gasparri ha di fatto ammesso – forse non involontariamente, essendo un parlamentare di pluridecennale esperienza – che l’azione di Salvini era predeterminata a proteggere l’interesse del Governo e a conservarne, se non ad accrescerne, la popolarità presso il corpo elettorale.

A ciò si aggiunga il vicolo cieco in cui il M5S si è infilato da solo a causa della propria incapacità e totale subalternità all’alleato leghista: i suoi più autorevoli esponenti si sono trovati a dover rivendicare l’azione di Salvini come azione di tutto il Governo di cui anche essi sono parte, mentre la “base” (occorrerebbero molte più virgolette di quelle che ho messo) ha votato per il salvataggio di un importante – forse del più importante attualmente – membro di quella “casta” proprio per combattere la quale erano nati.

Dunque è probabile che si avvereranno le ipotesi dei più pessimisti: un Ministro non sarà giudicato per un fatto che potrebbe avere tutti gli estremi del reato (di sequestro di persona), posto in essere per interessi non pubblici e tantomeno costituzionali, ma soltanto relativi al consenso (“governativi”), con l’aiuto decisivo di un alleato che aveva come missione combattere i “privilegi di casta” e come “faro” la Costituzione.

Vox Zerocinquantuno n.31, marzo 2019

Foto:TraniViva

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