Cattura di Battisti: un’altra bandierina contesa della propaganda di governo, di Jacopo Bombarda

Cesare Battisti è stato finalmente riportato in Italia, pronto per essere accolto dalle patrie galere.

Molto si è scritto su di lui in questi giorni, non sempre a proposito.
Lo si è definito un “terrorista” – nel caso di specie un terrorista “rosso” – quando in verità non è (stato) altro che un criminale comune, ancorchè sanguinario.

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Si è lamentata l’assenza di garantismo di cui avrebbe dato prova il governo italiano nelle persone di Matteo Salvini e Alfonso Bonafede, ministri degli Interni e della Giustizia rispettivamente.
In verità, Battisti avrà forse molte cose di cui lamentarsi, ma non certo quella di essere stato vittima dell’assenza di “garantismo”.
È stato regolarmente giudicato dai Tribunali penali ordinari della Repubblica Italiana: certo, vigente il Codice di Procedura Penale Rocco, di impianto inquisitorio, e non il sicuramente più garantista Codice Vassalli-Pisapia, in vigore solo dal 1989; tuttavia, non si può dire che le spigolosità del vecchio Codice di Procedura Penale siano state “assaggiate” solo da Battisti e non, invece, da tutti gli imputati giudicati prima dell’entrata in vigore del nuovo.

Più volte condannato, è evaso e ha riparato in Francia, che per anni – venendo meno al patto di collaborazione fra Paesi Europei, ma il discorso sarebbe fin troppo lungo e articolato – non ha concesso l’estradizione, sostenendo che in Italia gli imputati di terrorismo venissero giudicati da tribunali speciali (cosa assolutamente e notoriamente falsa, come ben noto a tutti e come ricordato dal magistrato Armando Spataro a Piazzapulita di giovedì 17 gennaio).

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Poi si è trasferito in Brasile, ha scontato qualche anno di prigione prima di godere delle favorevoli condizioni di trattamento inaugurate con il nuovo corso dei Governi socialisti di Lula e poi di Dilma Rousseff.
Quindi, quando ha capito che il Brasile non intendeva più negare l’estradizione e che il clima, con l’avvento dell’estrema destra rappresentata da Bolsonaro, era cambiato, ha provato a scappare in Bolivia, dove è stato subito catturato e restituito all’Italia per scontare pienamente l’ergastolo cui è stato condannato: va detto, inoltre, che Battisti anche quando è stato giudicato in contumacia ha sempre avuto modo di tenere i contatti coi suoi avvocati e perciò di seguire i processi nei quali era imputato.

Perché allora l’indegna sceneggiata di Salvini e ancor di più dell’improbabile ministro Bonafede deve, o dovrebbe, suscitare tanto sdegno? Per due motivi almeno.

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Il primo: questo governo segue una vecchia e tristissima tradizione (in piena continuità coi governi precedenti, come quello Renzi) di prendersi dei meriti anche di successi a esso non riconducibili.
La cattura di Battisti è stata il frutto di un’operazione di Polizia, non facile ma nemmeno la più complicata di tutte (anche se la poliziotta che l’ha diretta, raggiunta da Repubblica, si è lasciata andare, forse a causa dell’euforia: “siamo stati più bravi dell’FBI” e “oggi mordo, come Mafalda” alcuni passi scelti della sua intervista).
Battisti usava tranquillamente il suo nome e cognome, non aveva una rete di aiutanti e fiancheggiatori estesa e capillare: ben altra cosa sarebbe stata catturare, ad esempio, un esponente di spicco della criminalità organizzata.
Come precedenti governi quindi si beavano dei successi non solo delle forze dell’ordine, ma anche – incredibilmente – di atleti o scienziati, così l’attuale presenta come una vittoria epocale una normale o quasi operazione di polizia.

L’altro aspetto che rende vergognosa tutta la vicenda è invece un segno tipico di questo governo e di questa maggioranza, e ha poco a che fare col garantismo, a ben guardare.
Si tratta, piuttosto, della pratica grillo-leghista di eccitare le folle concentrando l’ira e l’odio contro chi è più debole e isolato: abbiamo tutti visto le immagini di Battisti, al ritorno in Italia.
Il criminale catturato e riportato in Italia, tradotto in carcere, non è più il Battisti impunito e strafottente che ci eravamo abituati a vedere nelle vecchie foto, il Battisti latitante ma dall’esistenza agiata, giallista di discreto successo.
Al contrario, siamo di fronte a un uomo quasi anziano, solo, spaesato, forse malato (a sentire lui). Un uomo sconfitto, si potrebbe dire, che ha commesso dei reati per i quali è stato condannato e finalmente pagherà, e che invece viene additato come il simbolo di un vecchio corso pronto ad essere sacrificato sull’altare dei nemici della patria dal governo del cambiamento.

Battisti, così come gli immigrati, così come chiunque sia debole e “impopolare” per le ragioni più svariate, rappresentano le pietre sulle quali questa maggioranza costruisce il suo consenso (aiutata in questo dall’inettitudine totale, conclamata e scandalosa dell’opposizione).
“È finita la pacchia” ha ripetuto di nuovo Salvini, e ha moltissime buone ragioni per dirlo, con un consenso così forte… Quasi “cinquanta milioni” di buone ragioni, se vogliamo azzardare una stima.

Vox Zerocinquantuno n.30, febbraio 2019

Foto: Repubblica Milano


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge

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