Ce la fai a ricordarti di me, tutta intera? Sguardi su “La vita ferma”, di Viviana Santoro

«All’inizio non ci credi, ma poi succede: a un certo punto, per una perdita, non si soffre più». Verità che per qualcuno – e in certe situazioni – può rappresentare un bene, una specie di balsamo rassicurante, un palliativo. Ma per chi non si rassegna all’immagine di un tempo clemente? Per chi non crede sia giusto dimenticare a poco a poco la persona amata, e non trova pace anche solo all’idea di non provare più, un giorno, le stesse emozioni che nutriva per un proprio caro? Per chi si giudica, e pure male, in questo lento e inesorabile «lasciar andare i morti»? Cosa succede, insomma, nel nostro rapporto con i morti una volta che non sentiamo più il dolore della loro perdita?

Questione aperta, naturalmente priva di risposta, su cui interviene la regista, drammaturga e attrice Lucia Calamaro attraverso il suo ultimo lavoro: La vita ferma, sguardi sul dolore del ricordo. Dramma sincero, profondo, esito artistico che parte da una domanda tagliente, da una paura universale. Da un tabù quasi inaffrontabile. Quasi. Infatti, la Calamaro non si è lasciata vincere dall’ineffabilità che questa domanda si porta dietro, ma in tre atti intercetta la sofferenza di una famiglia alle prese con la perdita, inseguendo il pensiero dei tre protagonisti. Tra cui un morto.

Elisabeth Carecchio. Parigi 2017

Non una figura spettrale o un fantasma pieno di conti in sospeso, ma Simona Senzacqua in persona, al contempo attrice e co-autrice dell’omonimo personaggio, fotografata nella quotidianità dei suoi gesti mentre bisticcia col marito, Riccardo Goretti, che impacchetta i libri della moglie ormai defunta. Simona è assalita dal timore che quegli scatoloni da trasloco sanciscano l’inizio dell’oblio, e non è in grado di stare di fronte a questa consapevolezza. Come può una persona, che nella vita ha seminato, essere spazzata dai meccanismi imperscrutabili della memoria di chi rimane? Infatti, se sul palco è un continuo gettare oggetti al suolo, siano questi biglie, farmaci o liquirizie, basta la scopa del cimitero a rimuovere simbolicamente da terra i semi del ricordo, in una scena volutamente e inesorabilmente concreta. Concreta tanto quanto le domande che si pone la figlia Alice Redini, quando si lascia attraversare dalla paura della morte e si chiede come trascorrerà il tempo una volta dentro la bara, cosa ne sarà del suo corpo, se si sbrodolerà con tutto il resto. O quando, dopo anni, torna sulla tomba della madre e, per cercare un contatto fisico con lei, si sdraia al suolo e le parla come se lei fosse lì, pur consapevole di essere sola ad ascoltarsi. Facendo appello perfino ai teorici, per sapere se un nome è stato dato a questa conversazione mancata tra vivi e morti.

Elisabeth Carecchio – Parigi 2017

Si piange e si ride, e pure molto, ascoltando i dialoghi – o i monologhi dentro i dialoghi – dei tre personaggi ben caratterizzati, naturali e autentici de La vita ferma. Nessuno è ridotto a macchietta, perché alla Calamaro non interessa rappresentare uno spettacolo slegato dalla realtà, ma presentare la spontaneità dei nostri drammi, rielaborando la biografia sua e degli attori, intercettando le domande del pubblico. Anche se questo può significare aggirarsi per un cimitero, senza ricordare dove si trovi la persona un tempo amata, senza riconoscerla tra le sagome appartenenti alla realtà filtrata della memoria. O ancora, alterare del tutto o in parte il morto, edulcorandone i difetti o attenuandone i pregi. Guardare al cambiamento che il tempo si porta dietro e chiedersi come amare ancora quella persona, come trattenerla dentro di sé. Come lasciarla andare. (foto 5, sagome) E così, a intessere questo dramma fatto di parole e gesti quotidiani, tre atti si susseguono armonicamente per tornare al medesimo interrogativo, rimbalzando la domanda posta in partenza direttamente al pubblico: «o ci pensi e ti sfracelli… o non ci pensare più. Tu che dici?».

Vox Zerocinquantuno n.18, gennaio 2018


In copertina: foto di Elisabeth Carecchio – Parigi 2017. (Riccardogoretti.com)


LA VITA FERMA: sguardi sul dolore del ricordo

(dramma di pensiero in tre atti)

Scritto e diretto da Lucia Calamaro

Con Riccardo Goretti, Alice Redini, Simona Senzacqua

assistenza alla regia Camilla Brison e Giorgina Pilozzi

disegno luci Loic Hamelin

scene e costumi Lucia Calamaro

contributi pitturali Marina Haas

accompagnamento e distribuzione internazionale Francesca Corona

una produzione SardegnaTeatro, Teatro Stabile dell’Umbria

in collaborazione con Teatro di Roma, Odéon – Théâtre de l’Europe,

La Chartreuse – Centre national des écritures du spectacle

e il sostegno di Angelo Mai e PAV

Visto a: Bologna, Teatri di Vita, 10 dicembre 2017

Prossime date – TOURNÉE:

Bergamo | Teatro Sociale Donizetti | 11 – 12 Gennaio 2018

Casalmaggiore | Teatro Comunale | 14 Gennaio 2018

Rimini | Teatro Degli Atti | 18 Gennaio 2018

Verona | Teatro Ristori | 20 Gennaio 2018

Fidenza | Teatro Girolamo Magnani | 7 Febbraio 2018

Udine | Teatro Palamostre | 15 Febbraio 2018

Belluno | Teatro Comunale | 17 Febbraio 2018

Bisceglie | Teatro Garibaldi | 23 marzo 2018

Narni | Teatro Comunale Giuseppe Manini | 25 marzo 2018

Pesaro | Teatro Sperimentale | 5 aprile 2018

Parma | Teatro al Parco | 7 Aprile 2018


Viviana Santoro, laureata in Italianistica, docente al liceo, spettatrice accanita e attrice occasionale, nutre una passione viscerale nei confronti delle parole, nel loro significato in continua evoluzione; quest’interesse l’avvicina all’uso che il teatro fa delle parole e, più in generale, al teatro come linguaggio sperimentale e come strumento didattico.

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