C’era una volta una società incantata, di Francesca Cangini

 

C’era una volta una favola che incantava ogni notte milioni di bambini. C’erano una volta dei bambini in grado di farsi incantare ogni notte dalla stessa favola.
La sapevano ormai a memoria, eppure ogni notte chiedevano sempre la stessa e loro alla fine auto decidevano che non lo sapevano il finale, ogni notte pensavano potesse cambiare, ogni volta erano capaci però di stupirsi per la stessa identica cosa.
Perché all’inizio non se ne accorgevano che quella favola iniziava con “C’era una volta”, e che questo significava che ora, qualunque cosa fosse, non c’è più.
E si svolgevano sempre “lontano, lontano”, forse per tenerci al sicuro dagli orchi e dalla miseria, dalla fame e dalla carestia, dalla cattiveria del Re.
Sono sempre due le varianti: o che vissero felici e contenti, o che il più forte vince sul più debole. E loro si addormentavano felice, sicuri che il bene avrebbe sempre vinto sul male perché le favole insegnano che per quanto difficile e spaventoso siano le difficoltà si possono superare.
poi si sa com’è, uno cresce e le cose cambiano. Le favole si trasformano in storie, cioè non si può dire storie, chiamiamoli episodi, e si cambia anche il finale, anche se rimane più o meno sempre il medesimo.
Diciamo che quei bambini iniziano a vivere un altro tipo di favola ma senza la magia, con il disincanto come finale.
Quei bambini crescono, diventano adulti ma in loro rimane sempre quel bisogno di favole. Tutta la società odierna ha bisogno di fiabe. Viviamo in una società disincantata abbiamo perso la capacità di stupirci, ogni notte, dello stesso identico finale, non ci stupiremmo neanche se cambiasse a dire la verità, abbiamo bisogno di favole per limitare la nostra smania di razionalizzare anche l’irrazionale. Le favole insegnano a non rimanere vinti dalle emozioni che si vivono, riconoscersi nei personaggi, identificandosi, dà modo di entrare a contatto con le emozioni imparando a dargli un nome e ad esprimerle.
Quando si ascolta una favola si è totalmente assorti, i bambini entrano nel mondo fatato e si vestono con gli abiti e le azioni dei protagonisti. Abbiamo bisogno di raccontare e inventare fiabe, di fornirne spiegazioni senza scopi scientifici, ma con intenti umani, di spiegare tutto e rimanere senza spiegazioni e senza senso. Abbiamo bisogno della fantasia, di volare con l’immaginazione, liberare la creatività e la capacità di vedere cose che nella monotona realtà non ci sono.  Nel sottile distacco tra gli occhi sognanti dell’ascoltatore ed il protagonista, tra immedesimazione e distanza, lì è situata la possibilità di vincere le proprie debolezze. Siamo una società che soffia via gli incanti e rovina le cose belle, perché sappiamo troppo e frantumiamo i sogni. Siamo la società delle risposte in 5 secondi, con un clic possiamo sapere quello che vogliamo e abbiamo dimenticato il sapore delle domande, dell’indovinare le risposte, del “chissà”. C’era una volta una favola, oggi non c’è più. c’è oggi la scienza, la tecnologia, che come strega buona (o cattiva?) ci mostra l’unica cosa utile, la realtà. Ci mostra che la magia alla fine non c’è, che tu non sei né un mago né una fata, e se arrivasse il principe azzurro sul cavallo bianco gli rideresti in faccia, ti accorgi che a te dormire neanche piace, figurati se dormo 1000 anni per aspettare un bacio (che usanza antica), capisci che lasciare il pane come traccia è passato di moda quando puoi mandare la posizione su WhatsApp, e che la favola di Cenerentola avrebbe schierato in sua difesa decine di assistenti sociali. Nell’amore eterno non ci credi più, il vissero per sempre felici e contenti è un sogno da adolescenti, hai fatto del cinismo il sale della vita, dici che ti salva dalla tragedia, che ti fa galleggiare in quel mare di illusioni sofferte. Le favole insegnavano che “se puoi sognarlo, puoi farlo”. Che fine ha fatto questa bellissima osservazione? Perché i bambini devono sapere che necessariamente qualcosa andrà storto e che il “per sempre felici e contenti” in realtà potrebbe non arrivare? Perché ci vuole troppo coraggio a credere alle favole sapendo che non esistono. E quindi ci diciamo che le favole non si avverranno, che la realtà è burrascosa, oscura e spaventosa. I bambini a cui non è consentito sognare diventano presto dei disincantati. Spaventati, svuotati, reduci da nuove favole che hanno un non so che di pessimistico, perché così da adulti non avranno delusioni. Non bisogna permettere ai bambini di sognare troppo, questa è la realtà e qua devi vivere. Le favole vanno bene, ma favole devono rimanere, niente di più. E così l’obbiettivo diventa sopravvivere, essere accettati per come il nostro “Io” appare, e avere tutte le risposte il prima possibile.

*In copertina foto tratta da Parchi reali

Vox Zerocinquantuno n 11, giugno 2017

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